Lo chiamano Cinema Italiano

Gabriele Mainetti ha permesso agli italiani di scoprire il cinema italiano, bistrattato e offeso dai più. Una perla che sta finalmente venendo a galla, capitanata da una scuola di registi tutti da scoprire.

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Il capitale umano, La migliore offerta, Cesare deve morire, L'uomo che verrà, La prima cosa bella, Basilicata coast to coast, La nostra vita, Viva la libertà, La mafia uccide solo d'estate, La grande bellezza, La sedia della felicità, Smetto quando voglio. E mi fermo qui. Mi è capitato tante, troppe volte, di avviare una discussione con persone nuove, appena conosciute, partendo dal cinema: è la passione che più comunemente si ritrova in una persona, insieme con il calcio, che però si limita spesso al genere maschile. Si finisce inevitabilmente a parlare di cinema, insomma, e quando si parla di cinema sappiate che questa risposta è sempre dietro l'angolo: «Sì, ma a me il cinema italiano non piace». Io, invece, il cinema italiano lo adoro. E grazie a Lo chiamavano Jeeg Robot sono riuscito a portare, finalmente, qualche amico al cinema, a vedere un film italiano. Grazie a Gabriele Mainetti, che ora finalmente ci permetterà di riscoprire il nostro cinema, di rivalutarlo. Eppure ne abbiamo avute di occasioni negli ultimi anni.

Il cinema italiano non è da cestinare, no. Il cinema italiano non è da ridurre alla commedia di Neri Parenti o dei fratelli Vanzina: non è quello che s'intende quando si parla di "cinema italiano". S'intende tutt'altro. Non vale più parlare dei vecchi tempi, non è più concesso pensare a Pier Paolo Pasolini, a Federico Fellini, a Vittorio De Sica: oggi l'Italia ha di che vantarsi, ha Paolo Virzì, ha Paolo Sorrentino, ha Bernardo Bertolucci, ma ha anche i giovani, quelli che non si chiamano Mainetti, quelli che da anni raccontano la commedia meglio degli americani, meglio dei francesi, meglio degli spagnoli, meglio di quel cinema che tanto andiamo a inseguire e che ci impedisce di avere profeti in patria. Mentre Sorrentino, Virzì, Tornatore e Garrone tengono alta la bandiera italiana, il nostro Paese conosce gli esordienti che provano a replicarli: Mainetti, Diliberto, Sibilia e Leo negli ultimi quattro anni sono riusciti a conquistare il botteghino al primo colpo, al loro primo lungometraggio, assicurandoci che per l'Italia c'è un futuro roseo nel cinema, così come era roseo il passato e lo è il presente.

SMART DRUG

Nel 2014 Sydney Sibilia arriva al cinema con la sua opera prima, Smetto quando voglio, per alcuni il Breaking Bad italiano. Al netto di una fotografia verdognola che dona all'intero film una patina di acidità, il regista nato a Salerno nel 1981 conquista con la sua idea, con la sua irriverenza e con un cast comico e ironico quanto basta.

Formatosi nella città campana a suon di cortometraggi, nel 2007 Sibilia scopre Roma e conosce Valerio Attanasio, col quale scrive il suo Oggi gira così, cortometraggio del 2010, che precede di pochi anni il primo lungometraggio, l'unico fino a ora. Fandango glielo produce e glielo manda al cinema, con una distribuzione affidata a Rai Cinema: ottiene 12 candidature al David di Donatello e la certezza per un sequel e anche un terzo film, per far diventare Smetto quando voglio una trilogia. Un'idea geniale per le sue tempistiche, per un modo diverso e alternativo di raccontare il precariato, un modo per avvicinarsi in maniera antropologica ai problemi sociali dell'italiano e offrirgli una chiave ironica su quella che è la soluzione. Nonostante ai David non sia riuscito a trionfare, Sibilia è riuscito comunque a farsi conoscere anche fuori dal nostro Paese, arrivando al Reykjavik International Film Festival dove ha vinto il Golden Puffin come miglior scoperta dell'anno. La sua commedia, dai principiali detrattori definita una copia carbone di Breaking Bad, è stato un esempio di come l'italiano ha sempre un suo modo originale di raccontare una vicenda magari già nota: non importa cosa racconti, ma come lo racconti.

PREGHIERA DI MAGGIO

Nello stesso anno, il 2014, insieme con l'ultimo film di Carlo Mazzacurati, La sedia della felicità, con protagonista Valerio Mastandrea, ai David di Donatello c'è Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Quell'anno vince Paolo Virzì, con Il capitale umano, miglior film italiano, capace di tener testa anche a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, miglior film straniero ai Premi Oscar, ma l'ex Iena e storyteller del mondo Pif con il suo La mafia uccide solo d'estate entra con fragore nel cinema italiano. Abbondantemente supportato dall'essere figlio d'arte, Pif si discosta dal suo narrare la vita in maniera scanzonata, da testimone di vicende parallele alla nostra cultura, e arriva a raccontare la sua città, la sua Palermo, Cosa nostra.

Il sogno di un bambino della Palermo che teme la mafia, infranto dal giungere dell'inverno, la stagione in cui la mafia uccide, spara. Nato durante il giorno della strage di viale Lazio, facendo il verso a chi si vanta di essere nato nel giorno della vittoria dell'Italia ai mondiali dell'82, il protagonista della storia di Pif, Arturo, interpretato dal regista, attraversa la drammatica città siciliana che si appresta a uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, riconoscendo il male in Salvatore Riina e individuando in Giulio Andreotti un idolo da seguire ed emulare. Con la vena satirica che ha accompagnato le produzioni di Pif, la storia riesce a raccontare il delicato tema della mafia in maniera diversa, funzionale, diversificata, senza dover necessariamente temere ripercussioni o censure, come chi, da anni oramai, va in giro scortato per aver portato sul grande schermo una pantomima che sbeffeggia la camorra. Per Pietro Grasso questo fu il miglior film mai realizzato sulla mafia.

UN'ALFA ROMEO

Di Edoardo Leo parliamo con tante premesse. L'attore romano nasce, per l'appunto, come attore: tutto nasce da una interpretazione ne Un medico in famiglia, che gli fa capire di poter intraprendere una strada diversa da quella che pensava, data la sua laurea in lettere. Il cinema lo porta lontano, dalle piccole produzioni romane a quelle internazionali, arrivando anche al suo primo film da regista, nel 2009, Diciotto anni dopo. Non un grande successo, ma è la chiave di volta: lavora con Massimiliano Bruno l'anno dopo, e nel 2012 ancora, poi con Claudio Amendola e con Paolo Genovese, fino a Sydney Sibilia.

La maturazione arriva dopo il 2010, quando diventa un attore a tutto tondo, si lascia affiancare dai big della commedia italiana e arriva a dirigere quello che è stato il suo colpo di classe, la sua regia forte e funzionale: Noi e la Giulia. Vince il David Giovani nel 2015 e porta Carlo Buccirosso a vincere il David per il miglior attore non protagonista: ancora una volta, come aveva fatto interpretando il protagonista di Sibilia, Leo si trova a raccontare il disagio dell'uomo moderno, disgraziato come vorrebbe Sorrentino, classista come lo disegna Virzì ne Il capitale umano, miscelando il tutto in una verace commedia di campagna, gestita da un intreccio di situazioni camorristiche. Un piacevole spaccato di quelli che sono i difetti dell'uomo nonostante la civiltà moderna, dalla xenofobia all'altezzosità del non saper realizzare un lavoro manuale. Una forza registica importante, per un attore sempre più affermato e che ha impreziosito la forte vittoria di Paolo Genovese al David di quest'anno con Perfetti sconosciuti.

CUORE D'ACCIAIO

Eccoci, quindi, a Mainetti, del quale oramai si sa praticamente tutto. Il regista romano non è stato candidato al miglior film di quest'anno, ai David, ma ha comunque realizzato un prodotto che speriamo possa essere una pietra miliare. Ha trionfato là dove c'aveva già provato Salvadores con il suo Il ragazzo invisibile, un abbozzo del cinecomic. Mainetti è stato attore, prima che regista, ma non è la prima volta che prova a portare il Giappone in Italia. Un suo cortometraggio, Basette, risalente al 2008, aveva già messo in mostra alcune delle sue predisposizioni.

Aveva raccontato la storia di Lupin, con Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Daniele Liotti, con Flavio Insinna nei panni dell'Ispettore e Luisa Ranieri nella bella di turno: la storia di un abile ladro romano di nome Antonio, cresciuto a suon di taccheggi. Accanto a lui, nel finale, un ragazzino indossa una maglia di Cowboy Bebop, anime di produzione nipponica, altro caposaldo della cultura giapponese. Con queste premesse Mainetti non poteva fare altro che raccontare Jeeg Robot a modo suo, in un modo vincente, lontano dai doppiaggi vernacolari di Alessandro Siani, vicino alla realtà del cinecomic americano, dando vita finalmente a un'operazione transmediale vincente, quello che ancora oggi qualcuno ha paura di realizzare.

Tra gli esordienti di quest'anno c'era Alberto Caviglia, c'era Piero Messina, fino a ieri assistente di Paolo Sorrentino, c'era Francesco Micciché, c'era, appunto, Gabriele Mainetti. L'anno scorso c'era Andrea Jublin, due anni fa c'era Matteo Oleotto. Nomi che meriterebbero di essere conosciuti, di essere compresi e di essere studiati a dovere. Perché mentre perdiamo tempo a guardare le commedie americane, quelle in cui Zac Efron tende la mano a chi un tempo era un temibile Corleone e ora gioca a fare il nonno zozzone, l'Italia procede. E io non smetterò mai di confessare il mio amore per il nostro cinema, ma sono sicuro che continuerò a sentire "sì, ma a me il cinema non piace". Prima o poi, però, ne verremo a capo.