Le tre migliori scene di Joker e il tema della mimesi

Analizziamo il Leone d'Oro della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica Venezia 2019 attraverso le sue tre sequenze più evocative.

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Fra polemiche sulla glorificazione della violenza, inaspettati Leoni d'Oro, isteria di massa a stelle e strisce e addirittura indignazione per l'uso nella colonna sonora di brani firmati da cantanti accusati di pedofilia, torniamo a parlare di Joker di Todd Phillips, odiato da molti ma osannato da tantissimi altri per come, nel suo voler raccontare l'impressionante discesa nell'incubo di Arthur Fleck, sia stato in grado di ricreare l'era della New Hollywood per gli occhi e le menti delle nuove generazioni, calandola all'interno del genere cinecomic.
L'origin story del principale villain del mondo di Batman, che chissà potrebbe addirittura tornare in un sequel stando a recenti dichiarazioni di Joaquin Phoenix, è una storia di immondizia e sangue, di lacrime da risata e risate lacrimose, di metropolitane, vagoni imbrattati di graffiti eredi di Walter Hill e violenza catartica che si inchina alle lezioni di Martin Scorsese, di parabole spirituali sugli ultimi che diventano primi e maschere che si indossano o che si svestono per ingannare sia gli altri che se stessi, di leader politici autentici o farlocchi, di Tempi Moderni e tempi andati, di imitatori e figure influenti.

I sostrati narrativi all'interno dell'impianto filmico che costituisce l'opera di Phillips sono tanti e disparati e conferiscono una profondità espressiva tipica di quei film destinati a rimanere impressi nella mente, perché capaci di catturare e restituire i valori, le brutture e più in generale le istantanee di un'epoca specifica, con un setting dei tardi anni '70 che però parla direttamente a noi abitanti del 2019/20 sfruttando una forza cinematografica dirompente, ferale, impenitente e priva di compromessi. Riviviamo insieme il film attraverso le sue tre scene più evocative.

Why so serious?

La primissima scena del film già racchiude l'opera per intero: Arthur è seduto davanti a uno specchio, elemento che per antonomasia simboleggia l'esistenza di una doppia natura, sta preparando il trucco da clown in vista della giornata di lavoro come pubblicitario come si trattasse del rituale pre-combattimento di un soldato incerto sul suo avvenire alla vigilia di una guerra, perché lui è un debole e Gotham City è un campo di battaglia che i deboli li divora e poi li vomita.
Sarà proprio ciò che succederà ad Arthur nella sequenza successiva, quando un gruppo di ragazzini gli ruberà il cartello pubblicitario che è costretto a far svolazzare per poi usarlo come oggetto contundente e suonargliele di santa ragione solo per ammazzare il tempo, ma Phillips per il momento questo non ce l'ha ancora mostrato e sadicamente si avvicina al suo protagonista Joaquin Phoenix con un carrello in avanti lentissimo, quasi a voler prolungare i preparativi di Arthur e rimandare così l'uscita nelle strade infernali della metropoli; successivamente, quando il protagonista ormai malmenato sarà in terra dolorante, Phillips userà un altro carrello per allontanarsi da lui, sottolineando quanto Arthur sia solo in quel mondo opprimente.

Ora però siamo ancora davanti allo specchio e Arthur si sforza di sorridere, un clown dolente che si procura dolore fisico con le proprie mani per far star su quel sorriso che continua a scendere. Qui è sì al centro della scena ma anche isolato da tutto il resto, i suoi colleghi sono impegnati in altre faccende agli angoli dell'inquadratura, distanti da lui e quindi ignari delle sue turbe, mentre una lacrima solitaria di trucco nero gli cola lungo il viso: il tema della mimesi è uno dei più importanti all'interno del film e viene qui introdotto attraverso un Arthur che vorrebbe imitare l'idea di un clown, fallendo però miseramente.

Stairway to Hell

L'idea visiva più incredibile in Joker di Todd Phillips è rappresentata dall'immensa scalinata (che la profondità di campo della messa in scena rende ancor più lunga e ripida, quasi pericolosa) che Arthur deve percorrere per risalire al suo appartamento: la prima volta che ci viene presentata ci restituisce tutta l'enorme fatica che l'esile corpo di Arthur, ammaccato dalle botte e dalla fatica della giornata di lavoro, dovrà compiere per risalirla - e immediatamente impariamo a temerla.
È quasi un mostro spietato e affamato che gode nel vedere questo piccolo essere umano tutto ingobbito e storto arrancare lungo i suoi gradini scoscesi, un vampiro che si nutre degli ultimi residui di forza vitale del protagonista, ma anche l'unico passaggio da una dimensione spirituale a un'altra. In tutto il film ci viene mostrata soltanto quella via per passare dall'Inferno di Gotham al Paradiso dell'appartamento che Arthur condivide con sua madre, come fosse un Purgatorio che unisce i due mondi in cui il personaggio vive due vite distinte, reietto negli inferi e sognatore in cielo, un Catone Uticense a guardia di una montagna urbana.

Forse non a caso sarà su questa scala che partirà il climax del film, quando ormai la linea di demarcazione che separa la pericolosa Gotham dalla tranquillità del nido materno è stata spazzata via e due angeli venuti dall'alto discenderanno quei gradini per rincorrere il Diavolo in persona attraverso una metropolitana brulicante di demoni.

Mimesi

L'opera di Todd Phillips è tutta basata sulla mimesi, come detto in precedenza il tema viene introdotto già nella primissima scena e poi viene articolato lungo diverse sotto-trame: dal greco mimesis, il termine suggerisce imitazione e riproduzione, nel senso stretto di rappresentazione teatrale, con i latini che proprio nella commedia individuarono la più sublime imitazione della vita.
La narrazione di Joker ruota intorno a diverse forme di mimesi, da quella di matrice fantastica di platonica memoria, che vede Arthur riprodurre copie illusorie della realtà per ingannare se stesso (e il pubblico), a quella sociopolitica della massa gothamita che ideologizza l'identikit fornito dai media del clown omicida - travisando il significato di un'icona negativa e ribaltandola in un simbolo di rivoluzione.
Arthur vuole imitare il suo idolo Murray Franklin così come Joker (il film) imita Re Per Una Notte (il personaggio di Robert De Niro, protagonista del film del 1983 diretto da Martin Scorsese, sembra effettivamente una versione positiva di Rupert Pupkin, mentre quello di Joaquin Phoenix ne è l'esaltazione oscura), ma una volta resosi conto di odiarlo (così come odia tutti coloro che lo circondano) e di non poter diventare il nuovo Charlie Chaplin (il look da clown da strada che Arthur sfoggia all'inizio è chiaramente ispirato alla maschera chapliniana del Vagabondo), il mondo illusorio dentro il quale il protagonista ha vissuto per anni è destinato a crollare, scoperchiando un vaso di Pandora dal quale uscirà proprio Joker.

La transizione passa per due fasi ed entrambe si fondano al cospetto di uno schermo: quello cinematografico (che ha valenza positiva), dal quale arrivano le immagini di Tempi Moderni, l'unico momento in assoluto in cui Arthur ride non solo spontaneamente ma soprattutto insieme ad altre persone, il solo in cui la risata non assume toni inquietanti ma caldi, inclusivi, in netta contrapposizione a quello che in precedenza ce lo aveva mostrato in un night club intento a mimare le risate del pubblico di uno stand-up comedian le cui battute lui evidentemente non capiva, perché privo dell'empatia necessaria per farlo (una lacuna che solo il cinema riesce a colmare).

L'altra scena (che invece ha valenza estremamente negativa), porta a compimento proprio il tema della mimesi e mostra Arthur nel suo appartamento mentre è impegnato a mimare letteralmente i comportamenti di un attoruccio di film di serie b ospitato da Murray per presentare il suo nuovo lavoro, che nel titolo fa il verso ad American Psycho (il personaggio curiosamente è interpretato da Justin Theroux, che aveva un ruolo nel film di Mary Harron). Di nuovo la sequenza ha luogo di fronte a uno schermo, quello televisivo che però esclude, che allontana dagli altri, che non permette la condivisione ed entra quindi subito in contrasto con la sequenza di Tempi Moderni: al di là della chiarissima citazione al monologo di Travis in Taxi Driver, il momento enfatizza la solitudine di Joker, ormai sull'orlo di un baratro nel quale non vede l'ora di gettarsi.

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