Le tre migliori scene di C'Era Una Volta a Hollywood

Ora che il nuovo film di Quentin Tarantino è finalmente nelle sale italiane, possiamo analizzarlo nel dettaglio attraverso le sue tre migliori sequenze.

speciale Le tre migliori scene di C'Era Una Volta a Hollywood
Articolo a cura di

Il cinema di Quentin Tarantino riguarda il racconto e il piacere che si prova a trasmetterlo agli altri, e questo da sempre: il cinema è il mezzo definitivo per tramandare storie, e che sia attraverso un'immagine particolarmente intuitiva (lo schizzo di sangue sulle piante di cotone per riassumere in un secondo interi anni di soprusi razziali) o monologhi apparentemente interminabili, questo cineasta davvero incredibile e ancor di più unico lo fa con un linguaggio e una grammatica che nessun altro possiede.
Nei suoi film Tarantino loda costantemente la vita e i suoi molteplici piaceri, dall'hamburger con bibita da gustarsi prima e dopo aver ucciso qualcuno, alla schiuma che impregna i baffi dopo aver tracannato una birra alla spina da un grosso boccale di vetro freddo, dalla sigaretta Red Apple col suo aroma pungente alla panna montata per il dolce, la cui attesa può prolungare un momento particolarmente gustoso nel quale si vuole continuare a sguazzare: piacere più grande del cinema non esiste e quindi Tarantino fa coincidere le due cose dando ai propri protagonisti delle ulteriori storie da raccontare mentre lui racconta le loro. Delle parti nelle parti.

Ecco quindi Jules e Vincent che devono "entrare nei personaggi" prima di uccidere qualcuno rimandando a un altro momento le piacevoli chiacchierate sui massaggi ai piedi (leggi: Everycult su Pulp Fiction), o Django e Shultz che decidono di fingersi dei negrieri, o Jackie che interpreta la parte della donna in difficoltà per abbindolare i piedipiatti che le stanno col fiato sul collo e il trafficante che la vuole morta, o ancora Aldo Reine e i suoi compagni Bastardi che si fingono cineasti per riuscire a infiltrarsi in un covo di nazisti.

"Per fare questo lavoro bisogna essere un grande attore" veniva detto a Mr. Orange ne Le Iene, e guardando all'intera carriera di Tarantino la frase pare una dichiarazione di intenti: nel suo cinema c'è sempre qualcuno che recita una parte per perseguire un obiettivo, con attori nel ruolo di altri attori, e C'Era Una Volta a Hollywood è l'apoteosi di questo concetto esclusivamente tarantiniano. Proviamo dunque a scomporre il film in tre scene chiave.

Il sogno di Cliff

C'Era Una Volta a Hollywood come non mai in Tarantino è un film di digressioni, sequenze infinite che sembra non abbiano nulla a che fare con l'economia del racconto ma che ci permettono di passare più tempo con i personaggi che l'autore ha creato e dei quali è evidentemente invaghito. Ecco quindi che il Cliff Booth di Brad Pitt, letteralmente una spalla del protagonista (l'attore protagonista Rick Dalton, interpretato dall'attore protagonista di C'Era Una Volta a Hollywood Leonardo DiCaprio), un suo subalterno, un suo doppio, col procedere di questo racconto del superfluo e della quotidianità in stile romanzo realista ottocentesco assume sempre maggior rilevanza.
Tarantino non lo dice mai a parole ma da grande regista e sceneggiatore qual è ci fa capire il grande desiderio di Cliff, affezionato al suo datore di lavoro/migliore amico ma sotto sotto anche un po' invidioso: ci sono gerarchie nella vita e nella società e di conseguenza ce ne sono anche nel cinema, come Rick Dalton si sente inferiore a Roman Polanski così Cliff è subordinato a Rick, anche se forse pretende (senza mai chiederlo) di avere di più.

È scritto in modo così fluido questo film, le (lunghe, quasi infinite) sequenze si incastrano così bene fra loro che quando stacchiamo dal Cliff a petto nudo sul tetto di casa Dalton al Cliff all'ombra della roulotte di Dalton è naturale credere che il racconto sia andato avanti, si sia trascinato a un momento successivo: vediamo lo svolgersi di una lunga digressione tipica dei tempi del grande racconto alla Gustave Flaubert, che però si manifesta come tale esclusivamente nel momento in cui torniamo sul tetto di casa Dalton e ci accorgiamo che i dieci minuti precedenti sono accaduti solo nella fantasia di Cliff.

In mezzo una discussione sia verbale che fisica con Bruce Lee, un'altra (solo verbale) con la coppia Kurt Russell e Zoe Bell (marito e moglie dopo essere stati preda e predatore in A Prova di Morte), Rick che prova a convincere il personaggio di Russell ad assumere il suo amico/controfigura/galoppino Cliff nonostante quella grossa macchia taciuta secondo la quale Cliff potrebbe aver ucciso sua moglie (parte un flashback, breve ma incredibilmente teso durante il quale ci aspettiamo che possa succedere qualcosa da un momento all'altro ma che si esaurisce in un sospiro di sollievo), e poi... Stacco e ritorno al tetto di dieci minuti prima, Cliff è ancora lassù a petto nudo a prendersela con l'antenna che Rick gli aveva chiesto di aggiustare una vita fa.
Racconti nei racconti, il cinema di Tarantino è questo: l'autore ha raccontato un'altra lunga storia, e nel farlo ha portato il suo personaggio alla consapevolezza che è quello il suo posto nella scala sociale di Hollywood.

Battuta!

Dopo Brad Pitt, per lo stesso principio secondo il quale il modo di scrivere e delineare i personaggi che ha Tarantino porta i loro interpreti a dare il meglio del meglio, in C'Era Una Volta a Hollywood c'è forse anche la migliore interpretazione della carriera di Leonardo DiCaprio, che dura dall'inizio alla fine del film ma che ha il suo picco estremo (la scena migliore di tutto il lungometraggio) sul set della serie TV Lancer.
DiCaprio ha sempre dato il massimo quando il regista che lo dirigeva gli ha assegnato una parte in grado di metterlo in difficoltà (The Departed, Revenant) o far risaltare il suo lato oscuro (Django), e neanche a dirlo Tarantino in questo film gli fa fare entrambe le cose.

Come Rick Dalton è costantemente in difetto, beve troppo e non riesce a smettere, ha paura di fallire, si sente inferiore a una bambina di otto anni, legge dei libri western che però riassumono il baratro che è la sua carriera, è sempre arrivato a tanto così da parti importanti che poi ha inevitabilmente visto sfumare, vive di gloria passata che appena può rievoca e con la quale tappezza casa (perfino il parcheggio), è costretto ad abbassarsi a lavorare con Sergio Corbucci negli spaghetti western (divertentissimo perché invece Tarantino Corbucci lo ama da impazzire) e addirittura si guarda allo specchio e contempla il suicidio, auto-minacciandosi neanche troppo velatamente; però fa anche il cattivo, quando accetta suo malgrado di recitare nella parte del villain di una serie TV che inizialmente disdegna ma che invece gli darà la forza di rialzarsi.

Ancora una volta l'intera sequenza è una digressione (non nella fantasia di Cliff Booth ma nella fantasia del cinema), un intero episodio che si sostituisce al racconto del film: è ciò di cui parlavamo prima, il tipico meccanismo tarantiniano per il quale i suoi personaggi interpretano sempre la parte di altri personaggi, qui però calato nel modello di una produzione artistica e quindi definitivo, perché Tarantino questa volta chiede letteralmente che Leonardo DiCaprio interpreti un attore che interpreta un attore.

Il tipico feticismo del cineasta per i piaceri della vita poi in questa magistrale sequenza si concentra esclusivamente sul "Feticismo Maximo" (perché goduria più grande di tutte), ovvero quello del fare cinema: la cinepresa che gira in piano sequenza senza fermarsi, il carrello che va avanti e torna indietro e poi compie lo stesso movimento quando la scena ricomincia perché poi tutto sarà aggiustato in fase di montaggio, gli attori che sbagliano battuta ma che non si fermano perché bisogna continuare a girare.
Potrebbe essere la scena simbolo-riassuntiva di due intere carriere, quella del suo regista e quella del suo interprete.

La favola della porta accanto

La sequenza finale del film stabilisce che la Sharon Tate di C'Era Una Volta a Hollywood è in realtà Quentin Tarantino da bambino: non è Rick Dalton come può sembrare superficialmente, perché Rick Dalton è snob e odia Corbucci, è lei invece che si infila nei cinema alla mattina per gustarsi un nuovo film, goffo e un po' sciocco ma comunque esilarante, e il cinema la salva letteralmente in questa realtà alternativa dove lui ha il corpo di una donna incinta, gonfia di storie da raccontare, inconsapevolmente vicina a una fine prematura.
Il nono film di Tarantino è anche in un certo senso il secondo film di Tarantino, con The Hateful Eight sembra essere iniziata una nuova fase della sua carriera (davvero finirà solo dopo un altro nuovo film?) in cui l'azione viene messa totalmente da parte in favore della costruzione, della creazione di un percorso che sembra volversi abbandonare alla corrente e solo dopo ore ed ore arrivare a una risoluzione totale e definitiva: la struttura è la stessa di TH8, due grandi blocchi tenuti insieme da una parte centrale con narratore onnisciente, ed è di conseguenza ancora nella seconda parte che arriva la mattanza, un punto esclamativo finale quando invece nella "prima carriera" tarantiniana veniva usata a mo' di virgole.

L'idea ucronica di far sopravvivere Sharon è la stessa di quella clamorosa e sconvolgente con la quale veniva ucciso Hitler alla fine di Bastardi Senza Gloria (leggi: Everycult su Bastardi Senza Gloria), il cinema che riesce a influenzare la Storia, in entrambi i casi lo fa sia metaforicamente che letteralmente, con il mezzo-pellicola che nell'opera del 2009 diventava un'arma incendiaria, e con un'arma incendiaria (il lanciafiamme, oggetto di scena di un vecchio film di Rick Dalton) che nell'opera del 2019 arriva in soccorso come un ricordo particolarmente piacevole arriva a rallegrare una giornata cupa. In questo non c'è niente di innovativo, Tarantino lo aveva già fatto.

Quel che stupisce è l'atmosfera che chiude C'Era Una Volta a Hollywood, ben diversa da quella smargiassa di Bastardi Senza Gloria: benché il materiale promozionale abbia provato a sostenere il contrario, Sharon ha un ruolo del tutto marginale nell'economia della storia, è il Tarantino bambino che a fine anni '60 inizia ad affacciarsi al mondo della settima arte ed è poetico vedere il cinema in persona (Rick Dalton e Cliff Booth) frapporsi fra la morte e la vita: il titolo in sovrimpressione che compare solo alla fine (altro ribaltamento nella cifra stilistica dell'autore) sottolinea ancora di più la natura favolistica di questo racconto.

È un finale incredibilmente dolce, raffinato, delicato, che al di là di considerazioni meta-cinematografiche sul suo autore conferisce anche al personaggio principale una degna conclusione: Rick Dalton, personificazione della serie B che ha sempre guardato la serie A da dietro le tende della finestra del proprio salotto (ammira Roman Polanski ma sa che è di un'altra categoria, grandissima riflessione sul classismo), viene finalmente invitato a unirsi ai grandi e a festeggiare insieme a loro. La stessa cosa che sarebbe accaduta a Tarantino dal 1992 in poi.

Che voto dai a: C'era una volta a Hollywood

Media Voto Utenti
Voti: 54
7.9
nd