Le migliori scene di IT: Capitolo Due di Andy Muschietti

Analizziamo il nuovo horror della Warner Bros., che racconta il ritorno a Derry di Pennywise, attraverso le sue tre migliori sequenze.

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Paradossalmente la grande debolezza di IT, il film del 2017 diretto da Andy Muschietti diventato il maggior successo horror di tutti i tempi, si poteva riscontrare proprio nella componente orrorifica: non perché Muschietti sia incapace di costruire la tensione attraverso le immagini (anzi, molte delle idee visive, in quel film come in questo del 2019, colpiscono davvero e rimangono impresse nella mente dello spettatore), né per una mancanza di narrazione interna alle singole scene di suspense (che, per quanto canonica, è sempre ben sviluppata), ma per via del montaggio incredibilmente episodico, quasi singhiozzante.
La struttura stessa di quel film ne faceva un'opera ripetitiva, divisa in sezioni, in scompartimenti, non tanto una storia scorrevole perché fluida e oliata quanto un marchingegno composto di blocchi messi in fila uno dopo l'altro: presentazione di un bambino, presentazione di un altro bambino, incontro di It con quel bambino, incontro di It con l'altro bambino, e così via.

Addirittura capitava che un protagonista, nel comparire nella scena in teoria pensata per sviluppare un altro personaggio, non mostrasse nel corpo, negli atteggiamenti, nelle espressioni, le paure cui noi invece avevamo assistito insieme a lui, generando un cortocircuito anche fastidioso con ciò che lo spettatore già sapeva e ciò che invece il personaggio dimostrava di (non) sapere.

Nel momento in cui tutti i protagonisti avevano vissuto la loro "esperienza It", invece, ecco finalmente che si incontravano per parlarne: nessuno era rimasto indietro, tutti erano allo stesso livello di conoscenza, nel frattempo lo spettatore aveva visto e rivisto la stessa scena cinque volte. Questo montaggio sottile come un rinoceronte in una cristalleria viene riproposto in IT: Capitolo Due, questa volta però è meno affannoso sia per il film che per chi lo guarda, quasi come se Muschietti volesse farne un timbro distintivo della sua opera, come se la struttura a blocchi del primo film fosse stata pensata per far abituare lo spettatore e permettergli di essere a proprio agio in questo secondo episodio, quello fondamentale, in cui si tirano le somme.
Di certo la natura episodica dell'opera di Stephen King , da cui il doppio film di Muschietti è tratto, ha evidentemente avuto un ruolo fondamentale nella scelta dello stile di montaggio e, posto che non tutto ciò che funziona sulla carta debba per forza funzionare anche sullo schermo, viene da pensare che sia impossibile adattare un romanzo come IT meglio di così al cinema: l'aspetto affascinante di Capitolo Due è come l'opera riprenda scientemente la struttura originaleì, che cinematograficamente parlando era il punto più debole del primo film, per ricalcarla e riproporla facendone un marchio, una firma, un elemento che sottolinei la natura ciclica della storia che ci racconta. Questi parallelismi sono evidenti in tre scene chiave.

Ritorno a Derry

Il prologo di IT - Capitolo 2 è essenzialmente identico a quello del primo capitolo, causando subito un volontario senso di déjà-vu: c'è ancora una situazione idilliaca che d'improvviso sprofonda in una violenza inaudita, c'è ancora il lato oscuro di Derry che volta le spalle ai bisognosi, c'è il bullismo (che diventerà via via fondamentale, come vedremo nei prossimi paragrafi), manca il canale di scolo di un tombino ma c'è un intero torrente in piena.

Chi analizza il cinema per mestiere non può non pensare al trattamento riservato dalla critica a La Mia Vita Con John F. Donovan nel vedere Xavier Dolan pestato a sangue da energumeni prepotenti e insensibili, col giovane regista francese omosessuale nella parte di Adrian Mellon; al tempo stesso però Mellon altri non è che una versione cresciuta di Georgie Denbrough, ventisette anni dopo. Ha la stessa identica funzione narrativa, il primo pasto di It dopo il letargo che necessariamente innesca la trama e fa tornare i protagonisti adulti nella cittadina - la stessa in cui quasi tre decenni prima avevano affrontato le loro paure uscendo vincitori dal confronto.
Con il risveglio di Pennywise si risveglia anche il male, e per il male non c'è differenza fra l'andarsene in giro da soli a giocare con la propria barchetta di carta o uscire la sera a godersi il divertimento offerto da un luna park: in ogni caso ti aspetta acquattato nell'oscurità, ed è affamato.

Bill e Georgie

Un po' come in Avengers: Endgame, anche IT 2 trova nel passato degli elementi con cui confrontarsi: nel nuovo film di Muschietti la Derry di ventisette anni fa è legata a doppio filo con quella del presente, i protagonisti sono sia bambini che adulti a volte anche nella stessa scena, addirittura spesso e volentieri perfino nella stessa ripresa, perché il segreto per farcela oggi è nascosto da qualche parte "ieri".
Per quanto il lato drammatico sia incredibilmente preponderante in entrambi i film e in tutti i personaggi - questo nuovo capitolo punta molto sull'affetto che il pubblico ha provato nel 2017 per il cast di bambini, mirando dritto al cuore quand'è il momento di farceli rincontrare da adulti e quindi di metterli in pericolo come non sono mai stati prima - sia nel romanzo che nell'opera di Muschietti è Bill Denbrough il protagonista col dramma più eclatante, il più traumatizzato (bellissimo come James McAvoy torni a balbettare al solo pensiero del fratellino ucciso), e quindi appare naturale che la scena più emotiva, più recitata, più dura a livello empatico sia un ribaltamento di quella del tombino, che apriva il primo episodio.

La sequenza stabilisce anche un tema fondamentale fino a questo punto mai esplicitato ma sempre suggerito (fin dal film precedente), ovvero la natura asfissiante di It, un bullo perfido che indebolisce la sua vittima partendo dalla mente come un pugile che sfianchi l'avversario prima del colpo del ko.
Pennywise non è solo cattivo ma è soprattutto subdolo, e se Henry Bower è il prepotente che non si fa scrupoli a usare la violenza per ferire le sue vittime, It le sue prede le bullizza psicologicamente, le fa sentire piccole, indifese, impotenti, inadeguate, colpevoli, sbagliate.

Il Rituale di Chud

Ecco dunque che nel finale Muschietti scopre le carte e chiosa la metafora che regge il suo film palesandola in uno scontro risolutivo che dal fisico sfocia nel verbale: il terribile e perverso mostro torturatore di menti, la cui strategia è quella di mettere le proprie vittime di fronte alle loro più grandi paure, si ritrova a provare sulla sua stessa pelle il medesimo gioco sadico da lui inventato.
Come un vero e proprio pallone gonfiato privato dell'aria che lo riempie, il bullo Pennywise viene ridimensionato dalla forza di volontà dei protagonisti, che insieme, schierati e finalmente davvero uniti, valgono molto più di tutta l'energia nera che il mostro sia mai stato in grado di sprigionare.

Al di là dell'idea piuttosto particolare di trasformare letteralmente It in uno dei suoi palloncini, ma svuotati, mosci e patetici invece che risoluti, gonfi e inquietanti, la resa scenica non è delle più raffinate e di certo non raggiunge mai l'afflato epico cui evidentemente Muschietti puntava - a schermo non abbiamo altro che attori che urlano insulti a un esserino sempre più invertebrato, sempre meno spaventoso - ma restituisce pienamente il senso che la storia in quel momento vuole trasmettere, che poi è la morale della grande favola nera creata da Stephen King oltre trent'anni fa, e che ancora oggi risulta fondamentale: chiunque è più grande delle proprie paure, ma per sconfiggerle bisogna trovare il coraggio di affrontarle.

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