Le Iene: tre scene iconiche del cult di Quentin Tarantino

Le trovate stilistiche di Quentin Tarantino hanno segnato la sua carriera sin dal cult Le Iene: analizziamo tre scene iconiche del film.

Le Iene: tre scene iconiche del cult di Quentin Tarantino
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L'esordio cinematografico di Quentin Tarantino, avvenuto con il cult Le Iene nel 1992, ha rivoluzionato a suo modo il cinema moderno, attraverso tutta una serie di trovate stilistiche (tra cui una propensione nello spettacolarizzare gli stessi dialoghi in un'ottica a cavallo tra postmodernismo e humor nero) che hanno di fatto segnato l'intera carriera del regista anche nei decenni successivi.
L'opera, capace di spaziare dal thriller al noir rifacendosi all'archetipo dell'heist movie, ha dato vita a numerosi momenti cult con protagonisti gli eccentrici rapinatori dell'opera, mostrati anche durante contesti legati alla quotidianità e impegnati a parlare del più e del meno sugli argomenti più disparati.
Nonostante l'intero film sia in realtà un vero e proprio concentrato di momenti cult (dall'inizio alla fine), vogliamo riproporvi e analizzare tre scene capaci di racchiudere in breve la summa della dialettica tarantiniana rispetto alla semplice messa in scena della violenza nuda e cruda.

Di cosa parla Like a Virgin?

Nella celebre scena di apertura del film, vediamo i protagonisti disquisire sul reale significato di una tra le più celebri canzoni di Madonna, Like a Virgin, portando lo stesso spettatore a domandarsi chi abbia effettivamente ragione.
Uno dei rapinatori, interpretato dallo stesso Quentin Tarantino, ha una visione parecchio sfrontata della canzone (che comunque si presta molto facilmente ad allusioni e doppi sensi), suscitando ulteriori dibattiti con i suoi interlocutori.
L'abilità di Tarantino è stata però quella di intrecciare a un singolo discorso altre leggere digressioni su argomenti diversi.
Il focalizzarsi quindi su alcune semplici (quanto futili) discussioni effettuate però da individui a stretto contatto con il mondo criminale diverrà una costante di molte opere pulp/noir dello stesso regista che, proprio attraverso i suoi dialoghi, ha saputo caratterizzare molto bene i personaggi schierati in campo.

Lo stesso rapinatore interpretato da Tarantino, all'interno della scena, fa presente a tutti di aver perso il filo del discorso, catturato (così come gli spettatori) dal flusso di coscienza di tutti gli altri personaggi in campo, che inseriscono punti di vista personali o semplicemente altre riflessioni non attinenti all'argomento principale.

Allo stesso modo, la particolare dialettica tarantiniana non lesina neanche nell'utilizzo dello humor, come nel caso della risposta di Mr. White al quesito - ancora una volta parecchio scurrile - di un altro dei rapinatori.
Quando infine la scena ritorna a porre l'attenzione su Tarantino, tutti gli altri personaggi si focalizzano ancora di più sulle sue parole, mostrandosi talvolta non così convinti di quello che dice, ma comunque accettando in parte il suo personale punto di vista.

Non credo nelle mance

Continuando a mostrare i protagonisti alle prese con la loro quotidianità, la scena delle mance è un'altra capace di mostrarci l'abilità di Tarantino riguardo la caratterizzazione dei personaggi attraverso i dialoghi, così da ritagliare una specifica personalità per ognuno di loro.
Tutti i rapinatori lasciano un dollaro di mancia tranne Mr. Pink (il criminale interpretato da Steve Buscemi), che trova illogico premiare a prescindere una cameriera solo perché la società gli impone di farlo.

Da qui parte il dibattito con gli altri rapinatori, che provano a spiegare al personaggio perché sia giusto lasciare un piccolissimo extra, facendo così risaltare le differenti tipologie di carattere di tutti i presenti, accomunati dall'essere all'interno del sottobosco criminale ma comunque dotati di differenti tipi di sensibilità.
Dalla scena Mr. Pink risulta il meno empatico fra tutti, apparendo di fatto anche come un individuo abbastanza infido quanto accondiscendente verso il potere.
Quando infatti il capo della banda Joe Cabot (interpretato da Lawrence Tierney) intima a Pink di aggiungere il dollaro mancante il rapinatore decide di farlo perché semplicemente messo alle strette.

La scelta dei nomi

Chiudiamo questo speciale con una delle sequenze più conosciute del film, cioè quella legata alla scelta dei nomi fittizi per effettuare la rapina.
Il personaggio di Joe Cabot, qui in veste di vero e proprio leader, risulta fondamentalmente il più serioso fra tutti, capace di riportare alla compostezza i membri del colpo talvolta avvezzi alla battuta facile.
I nomi legati al colore diventano così un valido strumento per nascondere vicendevolmente la propria reale identità, attraverso un modus operandi molto comune nel genere degli heist movie, basti anche solo pensare alla più recente serie di stampo crime La casa di carta, dove i rapinatori usano appellativi di città al posto di quelli reali per i medesimi motivi visti ne Le Iene.

I nomi dei colori, calati dall'alto dal boss, vengono accettati da tutti tranne che da Mr. Pink, a cui non piace l'idea di essere associato al colore rosa.
La diatriba spiritosa che ne segue riesce ancora una volta a mostrare l'abilità di Tarantino di giocare con il registro comico durante una scena in realtà dall'impostazione molto seria, trovando il modo di fare sorridere a denti stretti lo spettatore per la paradossale situazione appena creatasi, legata ancora una volta a questioni assolutamente futili ma, proprio per questo, caratteristiche del suo stile autoriale.