La trasparenza del mostro: la storia dell'uomo invisibile al cinema

Tutto nacque dal romanzo del 1881 di H.G. Wells. Da allora, raccontare l'invisibilità ha messo a nudo le nostre angosce e i nostri lati peggiori.

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Si potrebbe partire con la storia dell'uomo invisibile al cinema dagli anni Novanta, perché hanno rivisitato i generi e ibridato modelli e archetipi ritenuti intoccabili. Avventure dell'uomo invisibile (1992), ad esempio, è una commedia fantascientifica di John Carpenter, una sorta di anomalia se pensiamo ai toni oscuri della sua filmografia. Un ricco viveur decadente e annoiato è la metafora di un mondo ipocrita e opulento: il senso del film è che Nick Halloway scoprirà di essere sempre stato "invisibile", ancor prima della trasformazione. Poi L'uomo ombra (1994), cult fantasy-noir fumettistico con Alec Baldwin nei panni di un giustiziere redento che sfrutta l'invisibilità per terrorizzare i nemici. Fino alla via italiana contemporanea di Il ragazzo invisibile, di Gabriele Salvatores (2014), super-hero movie e racconto di formazione che ha avuto anche un sequel.
Tuttavia, l'uomo invisibile al cinema è sempre stato sinonimo di mostro, minaccia, riflessione sul Male e sul fascino diabolico dell'impunità. Vediamone insieme la storia a partire dal primo, clamoroso, caso letterario adattato per il grande schermo.

L'uomo invisibile, di James Whale (1933)

Herbert George Wells è di certo uno degli scrittori di fantascienza più grandi di sempre, un autentico precursore che nelle sue opere arrivò a immaginare i viaggi spaziali, la tv satellitare e qualcosa di simile al web. Vissuto a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, ipotizzò tematiche fantastiche che oggi diamo per scontate come la macchina del tempo e l'invasione aliena (La Guerra dei Mondi, adattata in radio da Orson Welles e al cinema da Steven Spielberg, è opera sua), occupandosi di divulgazione scientifica fino a prevedere gran parte dello scenario geopolitico attuale. Scrisse L'uomo invisibile nel 1881, poi pubblicato nel 1897, facendo letteralmente la storia: il protagonista è un uomo misterioso coperto dalla testa ai piedi, che in una notte di tormenta arriva in una locanda chiedendo una stanza, poi allestita come laboratorio. Il romanzo non è invecchiato benissimo, risultando a tratti noioso e descrittivo oltremisura, ma ha il pregio di ritrarre per la prima volta lo stereotipo dello scienziato pazzo in preda a deliri di onnipotenza.
Il film del 1933, di James Whale, ne è l'adattamento con due aggiunte: una donna, compagna del protagonista prima della sua trasformazione fisica e mentale, e il riferimento a una sostanza immaginaria che, oltre a essere indispensabile per l'invisibilità, è responsabile della devianza psicologica dell'uomo che diventa mostro. Una palese denuncia della droga, la cui diffusione a Hollywood in quegli anni rappresentava quasi una piaga sociale.

La pellicola è soprattutto la dimostrazione strabiliante di come il primitivo artigianato degli effetti speciali potesse già dare risultati talmente credibili da resistere al tempo, riuscendo a stupire ancora oggi. Collocandosi all'interno del Dark Universe della Universal, in compagnia di altri film sui mostri come Il fantasma dell'opera (1925), Dracula (1931), La Mummia (1932) e L'uomo lupo (1941), L'uomo invisibile ha avuto ben quattro sequel fino al 1944 in cui, oltre all'horror, al thriller e alla fantascienza, si esplorò il giallo, il genere spionistico e la commedia femminile.

L'uomo senza ombra, di Paul Verhoeven (2000)

Se c'è un precedente con cui L'uomo invisibile, il nuovo film di Leigh Whannell, dovrà confrontarsi, sarà col grandissimo film che Paul Verhoeven ha diretto dopo Robocop (1987), Atto di forza (1990), Basic Instinct (1992), Showgirls (1995) e Starship Troopers - Fanteria dello spazio (1997). Citiamo questi lavori perché rappresentano il periodo americano in cui il cineasta olandese aveva esplorato la poetica, l'estetica e le ossessioni del suo cinema. Fantascienza cruenta e distopica, fotografia tirata a lucido, critica sociale e satira del potere, di Hollywood e delle forze armate, gusto per il voyerismo e un'esplicita rappresentazione del sesso.
L'uomo senza ombra, con Kevin Bacon nei panni di uno scienziato arrogante ed egocentrico che perde completamente la testa dopo aver provato su sé stesso la formula dell'invisibilità, è di nuovo un concentrato dei temi cari al regista prima del suo ritorno in patria.

Hollow Man, il titolo originale, vuol dire "vuoto, scavato", ma anche "falso e ipocrita". Grazie a uno sguardo rivolto al futuro e a scene d'azione che virano verso l'horror, Verhoeven recupera la tematica del senso di onnipotenza legata all'impunità, ma soprattutto mette a nudo la frustrazione dell'uomo nei confronti dell'universo femminile. Una sudditanza capace di generare follia.

Laddove il Dottor Caine non riesce ad arrivare con le proprie sembianze (conoscere la vicina di casa che puntualmente vede spogliarsi dalla sua finestra e riconquistare la ex fiamma Elisabeth Shue), comincia a perseguire i suoi scopi protetto dalla perdita, letterale, della faccia: non a caso il primo dei crimini perpetrati sarà proprio lo stupro della vicina.
Gli assalti, peraltro, sono messi in scena attraverso l'uso della soggettiva, dandoci l'idea che potremmo essere noi, protetti dall'anonimato, a commettere i delitti più efferati. Effetti speciali di alto livello per un film teorico nascosto sotto la patina scintillante del film di genere.

It Follows, di David Robert Mitchell (2014)

Ancora uomini, donne (in questo caso ragazzi poco più che adolescenti) ma soprattutto sesso, più evocato che esplicito, nel caso cinematografico che nel 2014 divise la critica. Stavolta la minaccia è paradossale: invisibile a tutti tranne alla vittima designata, che di volta in volta vede avvicinarsi un essere umano dalle sembianze terrificanti (qualcuno mai visto prima o un amico o parente versione horror) capace, pur camminando lentamente, di ucciderti una volta raggiunto. Una sorta di maledizione che, come una malattia venerea, si "passa" attraverso i rapporti sessuali. Unica soluzione, scappare il più lontano possibile e tentare di liberarsene attaccandola a qualcun altro. David Robert Mitchell si limita a imprimere suggestioni anziché cercare verosimiglianza o coerenza narrativa: non conosciamo l'origine del Male, sappiamo solo che non ha mai fine. I protagonisti sono un gruppo di amici apatici e annoiati che sembrano vivere senza genitori in un tipico sobborgo americano da middle class.
Un'ambientazione alienante che ha il potere di lasciare disorientati, dato che ai feticci della contemporaneità, come gli smartphone, sono affiancati auto, tv e altri simboli tipici degli Ottanta.

Il mostro invisibile di It Follows non ha nome né genere, riguarda la sfera del subconscio, che diventa pericolosamente reale, e le paure più recondite dei ragazzi. Come vivono il rapporto con il sesso, sembra chiedersi il regista: si tratta di qualcosa che, nonostante l'emancipazione e lo sgretolamento dei tabù, rappresenta ancora un trauma indelebile che non lascia scampo?
In questo senso, l'aspetto più perturbante della pellicola consiste nel fatto che nessuno degli amici della protagonista riesce a vedere il pericolo che si avvicina, lasciando la ragazza immersa in una solitudine inascoltata utile, forse, a delineare le traiettorie del nostro presente.

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