La Sirenetta live-action tra adattamento, ispirazione e rabbia dei fan

Il casting della semi-sconosciuta Halle Bailey nei panni di Ariel ha scatenato un polverone mediatico relativo alla rappresentanza a tutti i costi.

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Può un personaggio essere completamente revisionato in termini estetici senza tradire la sua natura? È questa la domanda che attanaglia da decenni il mondo del cinema, specie ultimamente, in tempi in cui si guarda proprio al passato per sviluppare nuovi take su progetti molto amati dai fan, come ad esempio i classici Disney. Soffermandoci soltanto sulle versioni live-action di questi cartoon, è in realtà curioso notare come, sin da Cenerentola, la Casa di Topolino abbia cercato sempre e comunque di adattare i personaggi al meglio delle proprie possibilità, il che significa esteticamente vicini alle controparti originali, sia per fisicità che per etnia.
È un discorso semplice: radicati come sono nell'immaginario collettivo, e dunque nella cultura pop, eroi della nostra infanzia come Aladdin, Bella, Mowgli o Mary Poppins sono stati traslati in carne e ossa da attori pertinenti con quei tratti e quelle caratteristiche fisiche, in modo da creare un contatto tra il vecchio e il nuovo, un punto fisso relativo alla figura di questi protagonisti.

Anche le voci del Re Leone sono tutte di attori afro-americani come Donald Glover o Beyoncé (tranne pochi), mentre con Mulan si è addirittura deciso di eliminare sul nascere il pericolo di whitewashing e occidentalizzazione esasperata di un progetto radicato nella cultura cinese come il classico del 1998. La scelta di un cast interamente orientale, con grandi interpreti cinesi e una gigantesca produzione, è ovviamente atta a riportare al cinema una storia al tempo molto amata in America e in Europa e meno in Asia.
L'intento è dunque quello di arrivare soprattutto alle persone e alla nazione dipinte nel film, con un grande lavoro di adattamento della leggenda originale e di rappresentanza e inclusività. Tutto giusto, tutto contemplato, eppure la domanda sorge spontanea: è stato usato lo stesso ragionamento per il live-action de La Sirenetta?

Adattamento e ispirazione

Diretta da Rob Marshall, la trasposizione della storia di Ariel e del Principe Eric arriverà nelle sale presumibilmente nel 2021, con le riprese previste entro fine anno o inizio 2020, eppure il live-action sta già facendo discutere con la sola scelta dell'interprete della sirenetta titolare. Stiamo parlando del casting di Halle Bailey, attrice e cantante semi-sconosciuta ai più ma protagonista di una sit-com per ragazzi della Disney, la stessa che avrebbe convinto Marshall e la produzione a sceglierla poi come nuovo volto di Ariel. I problemi (almeno per alcuni i fan) sono due: la Bailey è afro-americana e non ha i capelli rossi, che sono anche uno dei tratti più iconici del personaggio. Il fatto che sia un'interprete ancora in erba non è un dramma, perché il talento di un attore o di un'attrice è malleabile a seconda del regista, e Marshall sa tirare fuori cose interessanti dalle sue "marionette".

È comunque presto per giudicare senza alcun materiale un'interpretazione che potrebbe rivelarsi centrata ed efficace, il che ci porta a discutere della problematica relativa esclusivamente alla somiglianza fisica.
No, Halle Bailey non somiglia neanche per sbaglio alla Ariel che vive nella nostra fantasia, in quell'immaginario collettivo plasmato dalla Disney per buona parte del ventesimo secolo.

La Sirenetta è però collegata soltanto percettivamente alla compagnia, perché la storia è in verità ispirata (e non pedissequamente adattata) all'immortale fiaba di Hans Christian Andersen, dunque di origini danesi. Guardando allora alla nazionalità de La Sirenetta, quei capelli rosso-acceso di Ariel nel film Disney e quel Eric moro e dai tratti per nulla scandinavi sarebbero già un "tradimento" dei tratti immaginabili dei personaggi, ma nel 1989 il problema non si poneva. In quanto caucasici, rispettavano generalmente i cardini caratteriali e narrativi occidentalizzanti della favola, permettendo dunque un'identificazione di massa di un pubblico ampio e interessato.

Pensando poi al fatto che Anderson non abbia dato nella sua opera indicazioni né estetiche né geografiche specifiche, il discorso di adattamento "giusto" frana proprio su se stesso rispetto a titoli quali Aladdin (ispirato a Le Mille e una notte e più radicato nella cultura di quei luoghi) o Mulan, il che permette di base di aprire a etnie e location differenti. Per giunta è possibile farlo restando ancorati perfettamente al classico e riproponendo frame by frame quella storia, perché a cambiare sarebbero soltanto l'ambientazione (sarebbe magnifica quella caraibica) e sì, il colore della pelle della protagonista, così come i suoi capelli, che comunque (siamo nel 2019!) possono essere tinti, se proprio bisogna essere puntigliosi (basta guardare la fan art di BossLogic).
L'immaginario resterebbe allora intatto e si aprirebbe anzi a una rappresentanza più aperta e pertinente, che significa attraverso la partecipazione di interpreti di più etnie in ruoli importanti, tanto che già si parla di aver Melissa McCarthy nei panni della villain Ursula. I fan dissentono e aprono petizioni online ma l'unica cosa saggia da fare è aspettare di capire la visione di Marshall e della Disney di questo nuovo adattamento, cercando di ragionare a mente aperta, guardando alla realtà sociale e culturale odierna e alle verità che circonda la fiaba di Andersen.

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