La dialettica di Tarantino nella scena iniziale di Bastardi Senza Gloria

Analizziamo insieme una delle sequenze migliori del film Bastardi senza Gloria: il dialogo tra il collonnello Hans Landa e Perrier LaPadite.

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Il film a sfondo bellico diretto da Quentin Tarantino Bastardi senza gloria, ormai nel lontano 2009, ha tra i suoi numerosi meriti quello di aver portato alla fama internazionale l'attore Christoph Waltz, che nel film interpreta lo spietato colonnello Hans Landa.
La scena iniziale del film, probabilmente una delle migliori dell'intera pellicola, vede il colonnello recarsi nell'abitazione del fattore francese Perrier LaPadite, interpretato da Denis Ménochet, per cercare una famiglia ebrea che tutti reputano scomparsa nel nulla.
Andiamo quindi ad analizzare gli aspetti salienti dell'incipit del film per cercare di capire al meglio tutte le sfumature di una sequenza dal forte impatto emotivo e ricca di tensione.

L'arrivo

La scena si apre in campo lungo con Perrier LaPadite intento a tagliare la legna. Il clima di relativa calma, accresciuto dall'ambiente rurale circostante, viene però interrotto dall'arrivo in lontananza di alcuni veicoli. LaPadite capisce perfettamente di trovarsi in una situazione critica e il gesto che lo vede impegnato nello sciacquarsi la faccia è come se segnasse in maniera definitiva il cambio di atmosfera appena avvenuto.
Sul suo volto è possibile leggere la determinazione di chi sa che sta facendo la cosa giusta per quanto estremamente pericolosa (cioè dare rifugio ai perseguitati), preparandosi al contempo ad accogliere il colonnello Hans Landa nel modo più pacato e tranquillo possibile.
Una volta che quest'ultimo varca la soglia di casa, lo spettatore non può che farsi letteralmente travolgere dal clima di gelo presente nella stanza; le figlie del fattore, visibilmente a disagio, possono essere considerate come l'emblema della purezza a cui la guerra ha però portato via tutto.

Le giovani ragazze osservano Hans Landa completamente immobili (dando le spalle allo spettatore) mentre sullo sfondo - fuori dall'abitazione - è possibile vedere anche gli uomini del colonnello in attesa di ordini.
Una singola inquadratura diventa quindi capace di unire due mondi contrapposti, facenti però parte di un'unica grande storia: la seconda guerra mondiale.

Il falco e il ratto

Una volta che il colonnello e il fattore si ritrovano seduti uno di fronte all'altro, la sequenza entra nel vivo. Il silenzio è uno dei protagonisti fondamentali all'interno del dialogo botta/risposta tra i due personaggi, supportato da un ritmo impostato in crescendo, con la tensione che via via aumenta minuto dopo minuto.
Hans Landa, con i suoi modi di fare all'apparenza gentili e rispettosi, cerca di mettere a proprio agio LaPadite che, in brevissimo tempo, capisce di trovarsi di fronte a qualcuno di estremamente pericoloso.
Landa, tracotante della sua infima superbia, è molto felice di sapere che il fattore lo conosce; il colonnello è infatti fiero di essere soprannominato "il cacciatore di ebrei", titolo affidatogli per la sua abilità di trovare i "nemici dello Stato" nei posti più impensabili.
Il mostrare allo spettatore i ricercati sotto le assi del pavimento, mentre i due personaggi parlano subito sopra di loro, non può far altro che aumentare in modo esponenziale la tensione della scena.

Nell'emblematico momento in cui Landa spiega la differenza tra i falchi (cioè i tedeschi) e i ratti (cioè gli ebrei) a LaPadite, Tarantino ci mostra l'incoerenza di fondo del personaggio.
Landa infatti dice di non considerare il paragone come un insulto, seppur reputi la volontà dei sopravvissuti di nascondersi in posti impensabili come una vera e propria mancanza di dignità.
Per quanto infatti estremamente colto e brillante, il colonnello non è minimamente in grado di comprendere quanto in realtà il suo punto di vista sia oggettivamente sfalsato.

Il suo irrompere in una casa di civili supportato da soldati armati al fianco, minacciando e intimorendo le persone presenti senza battere ciglio, lo rende di fatto l'unica persona all'interno della stanza priva di dignità.
Il considerare ogni propria azione come una semplice formalità (anche se si tratta di trucidare a sangue freddo degli esseri umani) ostentando oltretutto una sicurezza d'animo malriposta - tale solo e soltanto per via della situazione a lui favorevole - lo rendono di fatto un personaggio falso, ipocrita, meschino e terribilmente opportunista.

Il gesto di tirare fuori la pipa del colonnello, oltre a richiamare tutto l'immaginario iconografico legato a uno dei detective più famosi di sempre, Sherlock Holmes, punta anche a stemperare per un attimo la tensione attraverso movenze volutamente esagerate e a tratti semi comiche.
Il passaggio dal campo medio al primo piano conferisce poi alla parte finale dell'interrogatorio un tono estremamente drammatico e incisivo.
L'espressione di Landa, che muta in maniera impercettibile per alcuni secondi, non lascia spazio all'immaginazione; LaPadite non può far altro che cedere di fronte alle affermazioni incalzanti del colonnello, ritrovandosi solo con il proprio dolore, consapevole del fatto che ormai non può fare assolutamente nulla per salvare la famiglia a cui ha dato rifugio.

Arrivederci Shosanna

Nell'esplosiva parte finale dell'incipit, la musica si alza in maniera esponenziale per accrescere al massimo la tensione. L'ipotesi peggiore fra tutte, così, trova infine il suo compimento: l'esecuzione dei sopravvissuti viene gestita in modo molto brutale e drammatico, capace di colpire con un pugno nello stomaco lo spettatore che, impotente di fronte alla tragicità degli eventi - proprio come LaPadite -, non può fare a meno di constatare gli orrori disumani generati dalla crudeltà umana e dalla guerra.

Negli ultimi secondi del prologo, il colonnello Landa lascia infine andare l'unica sopravvissuta al massacro, gridando compiaciuto il nome della ragazza fuggitiva, quasi a rimarcare il suo estremo sadismo e la sua superbia (che lo portano a decidere chi deve vivere o morire anche solo in base a un proprio capriccio). Una sequenza che mostra la poetica violenta e autoriale di Tarantino all'ennesima potenza.

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