La Mummia e le regole del popcorn movie imperfetto

Il reboot dello storico franchise non è il blockbuster che tutti si aspettavano, ecco alcuni degli elementi che non hanno convinto.

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La smania di riportare al cinema i cult del passato è un'operazione che da anni sta dividendo il pubblico e la critica. In molti continuano a dibattere sul fatto se è giusto ri-modernizzare un film (o anche una serie TV) ed adattare il prodotto secondo i gusti dell'audience. C'è chi ovviamente crede che questa sia una mossa per allargare il bacino di utenza, e chi invece pensa che si tratti solo di una mera operazione commerciale fine a sé stessa. Il dibattito continua e si infiamma nei confronti de La Mummia, reboot dello storico franchise, arrivato l'ultima volta nelle sale nella versione diretta da Stephen Sommers con Brendan Fraser, che debuttò nei cinema italiani nel lontano 1999. Quello del 2017 è diretto da Alex Kurtzam e vede protagonisti Tom Cruise,Sofia Boutella e Russell Crowe; la nuova Mummia è il primo film di un nuovo universo - il Dark Universe - che dovrebbe portare sul grande schermo tutti i più celebri mostri della narrativa ottocentesca e della filmografia di genere, in modo da costruire un puzzle di eventi stimolante ed accattivante. Se sulla carta l'idea sembra essere stuzzicante, la release finale lascia molto a desiderare ed il film dall'8 giugno nelle sale non è riuscito a sfondare. Anzi è un reboot senz'anima di un grande cult del cinema del passato, che fa rimpiangere anche le scelte narrative compiute da Sommers qualche anno fa, che hanno però portato a un grande successo di pubblico e a incassi milionari. La Mummia è un popcorn movie imperfetto, un film che non riesce a fare il salto di qualità (nonostante l'incipit di grande impatto) e che cade nella morsa del trash. Eppure bastava poco per rendere migliore il lavoro che il produttore di Fringe ha realizzato per il grande schermo, 3 piccole qualità (assenti nel film di Kurztman) che potevano rendere questo reboot più credibile, se messo a paragone ovviamente con il passato.

1.L'assenza di un'estetica di grande impatto visivo

Anche l'occhio vuole la sua parte, soprattutto quando si tratta di un film dove gli effetti speciali sono parte integrante della narrazione. Nel film di Kurtzman sono sicuramente superiori se messi a paragone con quelli di Sommers (era anche un periodo storico diverso), eppure nonostante tutto non sono né funzionali né tanto meno sono curati dal punto di vista estetico. Il cambio di location - si passa in maniera repentina dalle sabbie della Mesopotamia ai grattacieli di Londra - è il motivo scatenante di questa poca accuratezza nell'estetica delle ambientazioni; un cambiamento repentino e troppo frettoloso che vanifica gli sforzi produttivi nel creare un'ambientazione metropolitana e che, in un certo qual modo, possa rispondere alle esigenze del franchise. Più horror e decisamente meno cool rispetto al film di Sommers, La Mummia di Kurtzman non trova l'empatia del pubblico e crea un effetto di smarrimento.

2. Un'ironia per nulla graffiante

Tom Cruise ammicca e sorride in continuazione nei riguardi della videocamera, come se volesse costantemente trovare un punto di appoggio e far sorridere a tutti i costi il pubblico. Si, perché l'ironia, quelle battute graffianti viste in passato, sono assenti nel lungometraggio di Kurtzman. Il reboot della Mummia infatti è un film che vuole prendersi sul serio, che non si prende in giro e cerca di far scendere un brivido lungo la schiena nel pubblico, senza però riuscirci. Diversamente da quanto era accaduto nel film di Sommers, che mixava audacemente ironia e drammaticità, questa versione contemporanea è un lungo e tedioso viaggio alla ricerca di una verità sepolta fra le sabbie nel tempo. E non basta la fisicità di Tom Cruise e la bellezza di Sofia Boutella per fare la differenza.

3.Manca il fascino del Medio Oriente da collante per la scenografia

E' pur vero che anche la città di Londra ha la sua storia ed il suo fascino, ma trapiantare la vicenda di una mummia vendicativa nella città di Jack lo squartatore non è certo un'idea brillante. O almeno poteva esserlo se studiata più approfonditamente e contestualizzata in maniera più consona. In questo modo si è perso tutto il fascino che le terre medio orientali possono regalare alla scenografia e alla narrazione di un film. Quelle terre fatte di sangue, sabbia, luci, ombre e tradizioni ancestrali, potevano essere la qualità fondamentale per diversificare la vendetta di Amaneth. Ambientare la storia nella città di Londra ha sortito l'effetto contrario. Aveva capito l'importanza dell'ambientazione da ‘mille ed una notte' il buon Stephen Sommers, ambientando il suo racconto all'inizio degli anni '20, sfruttando le ambientazioni egiziane e un vago retrogusto alla Indiana Jones, elementi assenti in questo reboot che non segna un buon inizio per il Dark Universe.

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