La guerra dello streaming, prospettive future tra cinema e piattaforme

Analizziamo l'evoluzione delle produzioni streaming negli ultimi anni e la forbice sempre più stretta tra distribuzione cinematografica e "da salotto".

La guerra dello streaming, prospettive future tra cinema e piattaforme
Articolo a cura di

In occasione della cerimonia degli Oscar 2021, guardando alla folta presenza di produzioni streaming nelle varie categorie degli Academy Awards, eravamo tornati a parlare lo scorso aprile della cosiddetta streaming war, che esattamente come la guerra delle console in ambito videoludico vive di battaglie campali e armistizi continui, in attesa della migliore strategia da mettere in campo.

Questo conflitto combattuto nelle trincee delle rispettive piattaforme è cominciato all'incirca nel 2015, a ridosso dell'espansione miliardaria di Netflix nel mondo, fuori dai soli confini americani, e con Amazon che cominciava a investire cifre significative su Prime Video, basata all'epoca sul modello ormai superato dei "voti dell'audience". Accadeva soli sei anni fa, che quantificati in evoluzione tecnica delle varie piattaforme, in accumulo di visualizzazioni e soprattutto in radicale cambiamento della fruizione di contenuti, sembrano in realtà un vita, riflettendo poi sul formidabile impatto avuto sulla cultura popolare tutta e sulla trasformazione delle abitudini del grande pubblico.

La corsa agli originali

Per un certo periodo di tempo, il modello produttivo di Netflix e Amazon Prime Vide ha goduto dell'appoggio di terze parti come Warner Bros. o Disney, lasciando prevalere solo inizialmente la quantità di titoli in catalogo rispetto alla quantità di progetti originali in libreria. La cosa è durata per circa cinque anni, fino all'arrivo di competitor di un certo livello come Disney+, AppleTV+ o HBO Max che hanno esacerbato in termini puramente commerciali e ambiziosi la guerra allo streaming, costringendo tutte le forze in campo a puntare quasi solo esclusivamente sulle produzioni originali, divenute la conditio sine qua non per mantenere intatta la base di abbonati mensili, per giunta di ogni genere o estrazione, il che vuole dire un'implementazione monumentale dei contenuti creati e una presenza eterogena di rappresentazione in più show o lungometraggi possibili, questo principalmente per rientrare nel clima della woke culture statunitense e andare ad aumentare il bacino d'utenze fisse mensili o annuali (dipende dalla piattaforma di cui si parla).
L'evoluzione è stata dunque dai territori ai contenuti, da un'espansione fisica a una strategia produttiva condivisa che ha settato in poco tempo uno standard di mercato insuperabile, da rispettare per sopravvivere in un contesto economico aggressivo in cui rallentare significa restare indietro. Nel corso di sei anni sono aumentati in modo sproporzionato i titoli originali di Netflix, Amazon, Disney o AppleTV+.

Questo è vero in particolar modo per quanto riguarda la quantità (che serve comunque per entrate soddisfacenti e per futuri investimenti) ma anche per la qualità, considerando ad esempio ultimi film o serie televisive usciti come Them, La ferrovia sotterranea, Tenebra & Ossa, Jupiter's Legacy, tutte le serie televisive Disney+ dedicate a Star Wars o al Marvel Cinematic Universe e il carnet produttivo a marchio DC già in programma in casa HBO Max.

È un susseguirsi di annunci a ritmo forsennato che hanno di gran lunga infranto il già significativo record di quella che era chiamata pochi anni fa Peak TV, cioè una saturazione impressionante di serie televisive di qualità che non permettevano una scelta oculata basata sulla voglia di vedere un prodotto ma sul tempo necessario a farlo (che è poi il motivo per cui molti show hanno abbassato la run time per episodio a 25-30 minuti come Killing Eve, Barry, The Mandalorian e via discorrendo).

Parlando propriamente di film, invece, i grandi colossi dello streaming hanno cominciato una compartimentazione di genere e di "modello produttivo", non solo diversificando sempre di più i titoli in catalogo tra horror, thriller, sci-fi, musical e quant'altro, ma anche puntando sulle firme stesse del panorama indipendente o autoriale.

Questo ha permesso una presenza di contenuti davvero importante per qualsiasi tipologia di palato, aumentando dunque il potere persuasivo dello streaming sulla psicologia dello spettatore medio - inteso non come hardcore viewer o cinefilo -, che trovando disponibile in salotto, a portata di telecomando, un catalogo vasto e variegato ha iniziato sempre più a preferire lo streaming all'esperienza comunitaria della sala. "La colpa" è imputabile solo ed esclusivamente alla comodità dei servizi in questione e al dispendio annuale di soldi per i vari abbonamenti, che spingono l'audience a investire meno denaro e tempo aggiuntivi per qualcosa di concettualmente ritenuto vecchio (salvo per sale IMAX e simili, che però in Italia sono davvero pochissime), a meno che non si tratti di una spedizione di massa per un cinecomic Marvel o per l'ultimo Fast & Furious. Ora che però Disney+, ad esempio, ha cominciato a implementare la distribuzione semi-ibrida dei suoi titoli più attesi come Black Widow di Cate Shortland, la domanda è: cosa succederà? Se Doctor Strange in the Multiverse of Madness o Thor: Love and Thunder dovessero continuare a uscire al cinema e due giorni dopo in streaming in Accesso VIP, come muterà il rapporto tra sala e salotto per gli unici titoli attira pubblico? Come evolveranno i contratti e le letture degli incassi di questi film?

La prospettiva futura, cambiata radicalmente dall'arrivo della Pandemia di Coronavirus, è tutta da scoprire e attualmente difficile da analizzare, ma l'idea è che dipenderà come sempre dalla volontà delle persone. Punteranno sempre di più verso la comodità o preferiranno l'esperienza condivisa al buio di una sala? La coesistenza è possibile? Tutte domande che avranno risposta nel tempo.