La critica di Mark Millar al DC Extendend Universe: apriamo il dibattito

Il papà di storiche e amatissime run come Superman: Red Son e Swamp Things analizza la disfunzionalità dei cinecomic DC.

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Sole poche settimane fa, il famoso fornitore di ricerche di mercato ZappiStore era entrato a gamba tesa nella cinecomic war tra Marvel e DC, rivelando attraverso uno studio mirato il motivo del maggior successo dei cinecomic della prima etichetta rispetto alla seconda. In quel caso, così, era venuto fuori che a dettare legge per il grande pubblico era una connessione emotiva con i personaggi Marvel invece assente nei film Warner/DC, dei quali a quanto pare interessava più l'azione e l'atmosfera. E sembra strano, ma a tornare sull'argomento è stato in questi ultimi giorni sua maestà Mark Millar, uno dei fumettisti più prolifici, talentuosi e di successo dell'ultimo ventennio. Sue sono opere di grande impatto culturale e innovative come Superman: Red Son, Old Man Logan, diverse run di Swamp Things, Civil War e la casa editoriale Millarworld, acquistata recentemente da Netflix per affrontare direttamente sul campo le altre due grandi avversarie. Non l'ultimo arrivato, insomma, e nemmeno uno che possa dirsi completamente di parte, avendo lavorato per ambo i fronti con il medesimo, grandissimo consenso.

Il mondo è cambiato

L'autore ha rilasciato un'interessante intervista ai microfoni di Yahoo, durante la quale ha anche avuto modo di parlare in modo approfondito delle sue idee sui cinecomic e sul perché i titoli a marchio DC non riescano a dribblare con successo quelli Marvel, sia nel cuore del grande pubblico sia al boxoffice. Senza volerlo, così, Millar si è in realtà riagganciato in parte allo studio di ZappiStore, rivelando che il problema sia prevalentemente nei personaggi che si vanno a raccontare, e sul come si raccontano.

In verità il fumettista non ha parlato di empatia e connessione emotiva, ma la vicinanza alla ricerca è riscontrabile nel focus sui personaggi e non su mere questioni come azione, messinscena o quant'altro. Il problema principale che affligge i cinecomic DC sono i suoi personaggi, ma non in senso totalmente negativo. Come spiega Mark Millar, infatti, "Il problema è semplice": "Questi personaggi non sono fatti per il cinema, e lo dico essendo tra quelli che li preferisce a quelli Marvel. Batman, Superman e Wonder Woman sono da sempre stati i miei preferiti, ma credo che le loro storie non girino intorno alle loro identità segrete (eccetto Batman), ma ai loro superpoteri". Non c'è, in sostanza, l'approfondimento psicologico degli alter-ego di questi supereroi, o almeno non c'è in misura necessaria a costruire una forte connessione con il pubblico e con il mondo che si va a raccontare oggi.
Nei fumetti e nei cinecomic Marvel, infatti, si ha molto a cuore l'identità segreta dei personaggi, tanto che moltissime storie, anche tra le più amate, hanno come veri protagonisti Peter Parker e non Spider-Man (vediamo The Reign di Karee Andrews, ad esempio), Logan e non Wolverine (lo stesso Old Man Logan di Millar), Murdock e non Daredevil (Rinascita di Frank Miller).

Sul lato cinema, invece, esempio lampante di questo focus è l'ultimo Black Panther, dove Ryan Coogler è riuscito a costruire un cinecomic politico e dalla tematica sociale dirompente sul Wakanda e sul suo re, lasciando molto in secondo piano il supereroe e l'azione. Non lo rende perfetto, questo sì, ma è comunque un modo di intendere il genere differente dal mostrare solo superpoteri degli eroi, immersi in una CGI massiccia e quasi sempre in costume, in azione, senza troppo approfondire chi sono senza quelle tute addosso, il loro vivere civile, il loro essere uomini. La trilogia di Christopher Nolan funzionava anche e soprattutto per questo: perché era Bruce Wayne a definire Batman, le sue ragioni, il suo credo. C'era un focus misurato sia sull'identità segreta che su Batman, oltre a diversi villain ben scritti, cosa che rende quei film ancora oggi esempi da imitare nel genere. E Millar, spiegando questo, continua: "Nelle storie Marvel gira tutto intorno ai personaggi, a tutto tondo. In quelle DC, no, eccetto per Batman. Con Batman ti puoi identificare di più, puoi capirlo e preoccuparti per lui, perché umano. Con Lanterna Verde no, perché non comprendi come un anello verde gli possa permettere di creare qualsiasi cosa in 3D e renderlo allergico al colore giallo! È difficile ricavare un buon film da queste basi. Nel 1952 aveva perfettamente senso, ma oggi il pubblico non ha idea di cosa di tratti".
Mostrare i superpoteri va benissimo, quindi, ma Millar è convinto che il pubblico, oggi, non sia capace di affezionarsi a un eroe del calibro di Lanterna Verde, sottovalutando forse troppo l'intelligenza collettiva. Il problema, magari, non risiede tanto nell'assurdità di alcuni personaggi e dei loro poteri, quanto nel trasporli adeguatamente al cinema, scrivendo i loro alter-ego con dovizia di particolari psico-emotivi, così da adattarli in modo completo, anche se sempre perfettibile. Eppure il mondo potrebbe essere cambiato troppo e irrimediabilmente in 80 anni di vita di Superman e company, tanto che Millar dichiara che "guardando a questi supereroi, i ragazzini avvertono una sensazione di vecchio che non li fa sembrare più così cool come un tempo. Rappresentano un'America che ormai non esiste più", quella dove per emozionare un fanciullo bastavano un paio di mutandoni rossi disegnati sopra una tuta gialla e blu. La misura del supereroe era tutta in quei colori.