La 25esima ora: il monologo di Edward Norton

Riscopriamo insieme uno dei momenti più iconici del film di Spike Lee con protagonista Edward Norton: il monologo davanti allo specchio.

La 25esima ora: il monologo di Edward Norton
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La 25esima ora ci trasporta in una New York post 11 settembre 2001, in cui i vari personaggi in campo appaiono ovviamente molto segnati dall'attentato terroristico che ha cambiato per sempre la Storia degli Stati Uniti così come di tutto il mondo.
In questo scenario tutt'altro che idilliaco seguiamo le vicende dello spacciatore Monty Brogan che, dopo una soffiata, si ritrova a dover scontare sette anni di carcere.
La pellicola si sofferma però sul modo in cui il protagonista decide di vivere i suoi ultimi momenti di libertà, trovando il culmine in una scena conosciuta anche da chi non ha mai visto il film, quella del monologo davanti allo specchio.
Di seguito proveremo ad analizzarne i tratti caratteristici, in grado senza problemi di tratteggiare alcuni aspetti psicologici dello stesso personaggio principale, in maniera simile a quanto visto nel monologo di Robert De Niro in Taxi Driver.

Una città senza speranza

In uno scenario desolante e a tratti senza la possibilità di vedere uno spiraglio di salvezza, quello appunto post 11 settembre, il protagonista Monty Brogan interpretato da Edward Norton si confronta con i suoi demoni interiori attraverso un lungo monologo dove tutta l'immane frustrazione per la sua situazione sicuramente non facile (è stato infatti condannato a sette anni di carcere) esplode attraverso un concentrato d'ira incapace di fare sconti a nessuno.
La città di New York, già devastata a livello concettuale, morale, fisico e sociologico per il crollo delle Torri Gemelle, viene ulteriormente brutalizzata dallo stesso protagonista del racconto, che la ritrae nella sua dimensione peggiore e caotica (almeno secondo lui).
Il primo punto fondamentale del monologo è quello relativo alla sua brutalità e durezza di fondo, capace in realtà di spingere lo stesso protagonista a riplasmare la realtà a suo uso e consumo.
La società che ci viene messa davanti infatti non ha nulla di positivo, di solare, men che mai di salvifico.
Tutti gli abitanti di New York vengono così presi di mira, non importa se per il loro lavoro, il loro aspetto, il loro orientamento sessuale o qualsiasi altro elemento tutti sembrano complottare contro il protagonista, minacciandolo anche solo per il semplice fatto di esistere.

Monty Brogan si rivela così un personaggio profondamente solo, crudele e tormentato, corroso dai sensi di colpa seppur non in grado (almeno per quasi tutto il monologo) di comprendere davvero le origini del suo male, particolare che lo porta a rigettare odio su qualsiasi persona sconosciuta o che abbia anche solo intravisto di sfuggita durante la sua vita.
Spike Lee è stato molto abile nel giocare con gli stereotipi, estremizzando il più possibile tutti i luoghi comuni dedicati alle più disparate categorie di persone così come alle minoranze etniche, dando vita a un monologo pregno di un'intolleranza senza senso e ingiustificata su tutti i fronti.
Monty Brogan decide così di trattare gli umani come dei semplici oggetti, quasi come se il suo catalogare in maniera tanto meticolosa quanto a tratti schizofrenica tutto ciò che per lui non va bene riuscisse in qualche modo a distrarlo, anche per un attimo, dai suoi problemi personali.

Eppure, man mano che il monologo avanza, lo spettatore non può far altro che constatare quanto le parole del protagonista non riescano in alcun modo a risultare oggettive, particolare che porta le stesse categorie citate a diventare tutte uguali, mettendo sullo stesso piano persone comuni e criminali senza soluzione di continuità, in cui solo il buio e il male sono degni di nota: il bene sembra non esistere da nessuna parte.

Cause e conseguenze

La versione malata e distorta che il protagonista ha di New York e dei suoi abitanti si trasforma in un atto di accusa verso il mondo intero, dove gli stessi personaggi che vediamo compaiono con espressioni al limite del caricaturale, spesso sorridendo in una maniera inquietante e innaturale.
Brogan è infatti entrato in un loop di odio e intolleranza che non gli permette più di guardare la realtà per quello che è, concentrandosi solo su quello che lui vuole vedere, rendendo il suo stesso monologo in grado di passare dal macro al micro in pochi secondi, scagliandosi prima contro una semplice signora per poi accusare addirittura Gesù Cristo per tutto ciò che non va.
Il devastante sfogo del protagonista ovviamente non lascia da parte nessuno, neanche gli affetti più cari, ed è così che alla fine, oltre all'intera popolazione di New York, vengono messi in mezzo anche i suoi amici, così come suo padre e la sua ragazza, tutti colpevoli in qualche modo di qualcosa.
Il protagonista sogna così una vera e propria estinzione di massa, un evento catastrofico in grado di eliminare in una volta sola i problemi, quasi come se, con una semplice bacchetta magica, tutto potesse risolversi nel giro di un istante.

Ma è proprio alla fine del monologo che Monty decide di scagliarsi anche contro sé stesso, ricollegandosi così all'inizio della sequenza e alla stessa scritta esplicativa presente sul vetro: è consapevole di essere stato condannato per una ragione ben specifica.
Il monologo interpretato da Edward Norton rimane così ancora oggi estremamente potente tanto da un punto di vista visivo quanto concettuale, capace in pochi attimi di mettere in scena in maniera magistrale cosa può portare l'incapacità di assumersi le proprie responsabilità.
Il violento delirio verbale di Monty Brogan assume in questo modo la valenza di una richiesta d'aiuto lanciata a sé stesso, che però non può essere accolta in nessun modo, proprio perché nel mondo in cui si è confinato ormai la salvezza e la speranza non sono più contemplate, come testimoniato dall'evocativo finale.

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