L'eredità dell'horror: i migliori film prima di Hereditary

Il genere horror ha profondamente segnato tutto il cinema del 21esimo secolo, fino a guadagnarsi il riconoscimento dell'Academy.

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Impegnativo, scomodo, tematicamente denso e abilmente realizzato, Hereditary - debutto alla regia per Ari Aster - è l'ennesima perla della A24, neonata casa di produzione di "origine italiana" (i tre fondatori, Daniel Katz, David Fenkel e John Hodges, hanno preso il nome dall'omonima autostrada nostrana, che stavano percorrendo quando ebbero l'idea di fondare una società) che negli ultimi anni ha fatto benissimo nel circuito indipendente americano.
Incentrato su una tragedia familiare, l'opera contribuisce ad aumentare la reputazione del genere horror, un tipo di cinema ritenuto da sempre di serie B ma che negli ultimi anni sta vivendo una nuova età dell'oro.
Durante la 90esima cerimonia degli Oscar, tenutasi quest'anno, Scappa - Get Out di Jordan Peele si è aggiudicato il premio per la miglior sceneggiatura originale (oltre alle candidature per film dell'anno, regia e miglior attore a Daniel Kaluuya), mentre La Forma dell'Acqua di Guillermo Del Toro è stato addirittura incoronato miglior film.
Certo, quello del regista messicano è più un fantasy che un film dell'orrore, ma è altrettanto vero che l'opera si rifà molto ai monster-movie della Hollywood classica, veri e propri antesignani dell'horror moderno, e lo stesso Del Toro è un autore che nel corso della sua carriera ha via via trasformato il proprio nome in una sorta di sinonimo di quello specifico genere.
L'horror, se tutto va secondo i piani, dovrebbe caratterizzare anche i prossimi Oscar 2019, con la straordinaria performance della protagonista di Hereditary Toni Collette e la Fox che sembrerebbe intenzionata a promuovere non poco l'opera di John Krasinski Un Posto Tranquillo.
Insomma, la Hollywood "che conta" sembra finalmente essersi accorta di questo genere, storicamente bistrattato (a parte alcune eccezioni) nonostante nel corso degli anni abbia fornito alla cinematografia mondiale numerose opere indimenticabili. Se il grado di paura e spavento che un film può suscitare va misurato sempre soggettivamente, la qualità cinematografica resta un metro di giudizio oggettivo. E oggi, concentrandoci esclusivamente sui film usciti nel XXI secolo, vi parliamo di alcuni esempi che hanno contribuito a ridefinire la qualità del genere.

Possessioni, streghe, esorcismi e demoni


Nella migliore tradizione di classici come Rosemary's Baby, L'Esorcista, The Omen, Shining e Suspiria, i registi di oggi hanno continuato a esplorare e a rivisitare alcuni dei temi più cari del genere, in primis la possessione demoniaca e il conseguente esorcismo.
Sebbene la Blumhouse di Jason Blum, con Paranormal Activity, abbia lanciato nel nuovo millennio la moda del mockumentary, che The Blair Witch Project aveva riesumato nel 1999 (l'abbiamo inventata noi italiani nel 1980 con Cannibal Holocaust), l'horror negli ultimi anni è fiorito soprattutto per film dalla regia più tradizionale.
È del 2001 lo spagnolo The Others, nel quale Alejandro Amenábar recluta una spaurita Nicole Kidman per ribaltare gli archetipi del romanzo gotico, sfruttando in maniera geniale il tema della magione infestata dai fantasmi. È dello stesso anno un'altra opera latina (produzione messicana ambientata in Spagna), La Spina del Diavolo del succitato Guillermo Del Toro, che unendo storia e favola nera crea una commistione inedita, romantica e innovativa fra fantasy e horror.
L'anno successivo Gore Verbinski fa scoprire agli Stati Uniti l'orrore di stampo giapponese col suo remake di The Ring, aprendo un mondo di possibilità al cinema hollywoodiano che di lì in avanti sfornerà tantissimi rifacimenti di opere nate nella terra del sol levante.


Nel 2009 Sam Raimi, l'uomo dietro il franchise de La Casa, dopo la parentesi fumettosa di Spider-Man torna all'horror con Drag me to Hell, un'orgia di streghe, maledizioni, gore e scioccanti presenze sovrannaturali. Parlando di possessioni però non possiamo non citare quella psicologica di Insidious (2010) e quella fisica di The Conjuring (2013), entrambi diretti da James Wan e ottimi esempi di autorialità mescolata al bisogno di fare franchise (Insidious avrà ben tre sequel, mentre The Conjuring sarà addirittura l'apripista di un universo horror condiviso).
E prima che Hereditary arrivasse a monopolizzare i dibattiti sulle classifiche dei migliori horror degli ultimi anni, lo stesso avevano fatto The Witch di Robert Eggers, che mescolava elementi esoterici e possessioni maligne all'isteria religiosa del New England del 17esimo secolo, e il coreano The Wailing di Na Hong-jin, che raccoglieva tutti gli elementi del genere horror (dalla possessione alla stregoneria, dai fantasmi alle infezioni pandemiche) per descrivere, in maniera stupefacente, le varie forme del male. Curiosamente entrambe le opere, per quanto diverse dal punto di vista stilistico, condividono il tentativo di raffigurare il Maligno, ed è divertente notare come la componente culturale ne abbia influenzato il design.


I maestri del brivido

Se i demoni e le possessioni non fanno per voi, il cinema horror sa declinarsi nelle forme più disparate per arrivare a soddisfare qualunque macabra esigenza. Prima di esplorare il mondo del paranormale, ad esempio, James Wan aveva esordito in maniera molto più terrena e fisica con Saw - L'enigmista, mentre un anno dopo (nel 2005) Eli Roth inaugurava il genere del torture porn col destabilizzante Hostel, in grado di ispirare nuove e fortunate produzioni in tutto il mondo, dall'Europa all'Asia (Frontiers, À l'intérieur, Martyrs, Antichrist, Ichi the Killer, Grotesque, The Human Centipede, A Serbian Film).
Dopo il successo ottenuto con il Sesto Senso alla fine del millennio scorso, M. Night Shyamalan ha esplorato le varie sfumature del brivido prima con la fantascienza di Signs, poi col mistery The Village, e dopo alterne (s)fortune è tornato più forte di prima con gli esemplari The Visit e Split, nei quali la follia e la psicosi venivano trattate con l'inquietudine delle forze sovrannaturali.
Follia che, per certi versi, è il fulcro principale intorno al quale ruotano due film piccoli, chiusi e di hitchcockiana memoria come Goodnight Mommy (2014) e The Invitation (2015). Il primo, diretto dall'austriaca Veronika Franz, segue le vicende di due gemelli la cui madre ritorna a casa dopo un'operazione di chirurgia plastica, ma con il viso completamente fasciato, quindi irriconoscibile, al che i bimbi iniziano a mettere in dubbio che la donna sia davvero la loro mamma.


Il secondo, sempre diretto da una donna (l'americana Karyn Kusama), racconta la riunione di un gruppo di amici nella lussuosa villa dei membri di una non meglio specificata setta. Le due pellicole, figlie di due modi di fare cinema completamente diversi (il primo è una produzione austriaca, il secondo un'indie statunitense) condividono un profondo clima di circospezione, animato da un senso della paranoia in grado di insinuarsi nella corteccia cerebrale dello spettatore per restarci anche molto tempo dopo i titoli di coda.
La stessa cosa fanno il francese Personal Shopper (2016) di Olivier Assayas - un film tutto sound design e scricchiolii nel quale Kristen Stewart viene stalkerata al telefono da un ipotetico fantasma - e il britannico Ghost Stories (2017) di Jeremy Dyson e Andy Nyman, che raccogliendo l'eredità tutta inglese del portmanteau movie racchiude tre cortometraggi all'interno di un'unica cornice narrativa coerente. La storia, complessa e stimolante, indaga sulla veridicità del paranormale, sullo scetticismo e soprattutto sulla forza dell'autosuggestione.


Mostri, allegorie e impegno sociale

Per gli amanti dell'horror simbolico, invece, dal 2000 in poi c'è semplicemente l'imbarazzo della scelta. Nel 2002 Danny Boyle sforna lo zombie-movie 28 Giorni Dopo, che sarà seguito a ruota nel 2004 da L'Alba dei Morti Viventi (di Zack Snyder) e L'Alba dei Morti Dementi (di Edgar Wright). I tre film, diversissimi tra loro (quello di Wright destruttura il genere portandolo sulle sponde della commedia), riportano in auge la figura dello zombie, richiamandone addirittura il creatore George Romero, che nel 2005 tornerà da una semi-pensione durata cinque anni per scrivere e dirigere il suo ennesimo capolavoro, La Terra dei Morti Viventi.
Rinvigorito da quest'abbuffata, in tutti i sensi, negli anni successivi il genere si è ripopolato fino a raggiungere la saturazione, ma vanno ricordati almeno i riusciti Rec (2007), Rec 2 (2009), Benvenuti a Zombieland (2009) e più recentemente Nina Forever (2015) e Train to Busan (2016).
Anche gli amanti dei vampiri hanno avuto di che gioire: nel 2009 il coreano Park Chan-Wook con Thirst ha risposto allo svedese Tomas Alfredson, che l'anno prima aveva realizzato uno dei migliori horror di tutti i tempi, Lasciami Entrare. La vicenda, ambientata a Stoccolma, ruota intorno alla nascita dell'amicizia fra un ragazzino e una bambina, appena trasferitasi in città, che esce solo e soltanto di notte.
Nel 2010 Matt Reeves ne ha girato il remake americano, Blood Story, due anni dopo aver raggiunto il successo in tutto il mondo con l'horror sci-fi Cloverfield (2008), che imbastiva un gioco allegorico sulle paure dell'America post-11 settembre.

A proposito di allegorie: nel 2013 Fede Alvarez trasforma la saga horror-demenziale de La Casa di Raimi in una terrificante e granguignolesca riflessione sulla dipendenza dalla droga e la conseguente battaglia per la disintossicazione. Ma il remake diretto dal regista uruguaiano è solo uno dei tanti casi di horror metaforici degli ultimi anni, in sequenza abbiamo avuto l'inglese The Descent di Neil Marshall (2005), il sud coreano The Host di Bong Joon-ho (2006), l'americano Quella Casa nel Bosco di Drew Goddard (2011), il franchise de La Notte del Giudizio (2013), l'iraniano A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour (2014), l'australiano Babadook di Jennifer Kent (sempre 2014), lo statunitense It Follows di David Robert Mitchell (ancora 2014, è l'ultimo, promesso), l'altro grande iraniano Under the Shadow di Babak Anvari (2016) e l'allucinato e allucinante The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016).
Nel 2017 il sopracitato Get Out, coi suoi discorsi sociopolitici sulle tensioni razziali, ha avuto talmente successo da eclissare completamente i bellissimi It Comes at Night di Trey Edward Shults e The Endless di Justin Benson e Aaron Moorhead, mentre il 2018 ci ha portato il surreale Il Sacrificio del Cervo Sacro del provocatorio Yorgos Lanthimos e il fantascientifico Annientamento di Alex Garland. Adesso è il turno di Hereditary, che nessun amante del cinema horror dovrebbe lasciarsi sfuggire.

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