L'arte e le macerie de La Casa di Jack, capolavoro in decomposizione

Lars Von Trier spiega al suo pubblico cos'è l'arte e perché non necessita di regole morali: al contrario ha bisogno soltanto di decomporsi.

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Secondo i dizionari d'italiano più comuni, si può definire "Arte" qualsivoglia forma di attività umana che riprovi o esalti un talento inventivo, una capacità espressiva. Il concetto è ovviamente più complesso, difficile da tradurre in poche parole, esistono anche diverse sfumature e applicazioni, tanto ci basta però per iniziare un discorso a proposito de La Casa di Jack (in inglese The House That Jack Built), ultimo lavoro del controverso regista danese Lars Von Trier attualmente nelle nostre sale.
Il soggetto del film è alquanto semplice, ormai noto anche a chi non l'ha ancora visto (a tal proposito, l'articolo può contenere diversi SPOILER, dunque procedete con cautela): siamo nell'America degli anni '70 e seguiamo da vicino i macabri "incidenti" di Jack, un ingegnere/architetto che per diletto - e per manifestare una volta di più il suo senso artistico - ama uccidere/torturare/smembrare/congelare/fotografare donne e uomini in modo indistinto.
Sotto la sua mano muoiono oltre 60 persone, anche se il racconto è limitato a soltanto 5 episodi emblematici. Nonostante i superficiali istinti di genere, affini al noir, al thriller, all'horror, al grottesco, al poliziesco, Von Trier ha scelto di raccontare un serial killer per fare, in realtà, tutt'altro: andare alla ricerca dell'arte e definirla, mostrare quanto questa sia spesso (per non dire sempre) incompresa e cosa rimane al di là di essa, tre nuclei di cui andremo a parlare a briglia sciolta proprio in questo articolo.

Cos'è l'arte?

Se spiegare l'arte compiuta è un processo estremamente difficile, se non impossibile, è ancor più complicato capire le motivazioni che spingono un artista a creare un dipinto, una partitura musicale, un'opera cinematografica, un assassinio. Jack è spinto dal suo narcisismo, condito da ossessioni compulsive di varia natura. Il primo motore del suo operato è certamente l'autocompiacimento: oltre a scegliere nella maggior parte dei casi donne d'estrazione sociale medio-bassa, che può così manovrare a suo piacimento grazie alla sua spiccata intelligenza, il nostro protagonista ama anche fotografare le sue "nature morte" e inviare gli scatti ai giornali, per il solo gusto di collezionare a posteriori gli articoli che lo riguardano - sotto pseudonimo.
La brutale sequenza della caccia ci dà un altro indizio: alla fine della mattanza, Jack mette in piedi una "parata del trionfo" che celebri la sua battuta, in totale solitudine, appositamente per riempire il suo spropositato ego e concludere l'opera d'arte. Ma è questa arte?
Secondo la definizione con cui abbiamo iniziato, ogni espressione di un talento interiore lo è, e il fine ultimo giustifica qualsiasi mezzo, anche violento/repellente/vomitevole, oltre qualsiasi regola morale. Von Trier utilizza tre metodi utili per la produzione del vino da dessert per spiegarlo: le tre tecniche di decomposizione più comuni in natura, al fine di ottenere la massima dolcezza e i vini più pregiati, sono il gelo (che Jack applica anche ai "suoi" corpi umani senza vita), la disidratazione e la muffa nobile.
"È il degrado a nobilitare il grappolo vivo, fino a farlo diventare un'opera d'arte" spiega con estrema pacatezza Jack al suo cicerone Verge, che nel frattempo tenta di opporre al pensiero del suo ospite la più banale moralità. Con questo efficace stratagemma, Von Trier parla di se stesso e di ciò che crea senza filtri, dando non solo un senso a tutto ciò che di orribile avviene nei suoi lavori, che spesso fa infuriare i benpensanti, ma giustificandolo, rendendolo legittimo. È proprio questo che fa di un'opera del regista danese arte.

Incomprensione

Una forma d'arte destinata, insieme a molte altre, a rimanere incompresa ai più. L'artista lo sa bene, persino Jack è lucido a tal punto da capire che nessuno mai (la polizia in primis) comprenderà la sua gigantesca opera. Talvolta persino lui stesso fa fatica a capire le sue azioni, lo si capisce da quante volte costruisce e disfa la casa dei suoi sogni, che probabilmente non è altro che una grande metafora dell'essere umano, delle scelte che compie durante la sua vita e di ciò che decide di essere, ma di questo parleremo dopo, quando saremo alle porte dell'inferno e del paradiso.
Prima bisogna affrontare la questione relativa all'incomprensione: raccontando del quarto incidente e della sua storia d'amore con Simple (un nome che è tutto un programma, a proposito delle donne adorate da Jack), il nostro spietato serial killer si confronta con l'incomunicabilità, attraversa quel ponte infinito che separa lui, la sua arte e il resto del mondo. Prima che la povera Miss Jackeline venga smembrata a dovere avvengono due episodi chiave: una volta compreso il pericolo che sta correndo, Jack le permette di urlare a squarciagola, addirittura arriva a gridare con lei, sbattendo i pugni alla porta. Il protagonista è certo che nulla di strano avverrà, poiché nel mondo reale ognuno guarda al proprio orto, non a quello degli altri.
Nessuno aiuta il prossimo in difficoltà, non una sola persona fa un passo in avanti per comprendere cosa sta cercando di affermare l'altro. Non solo: il clou arriva nel momento più surreale della sequenza, quando Simple spiega di essere in pericolo a un poliziotto in servizio. Jack arriva persino a confessare i suoi 60 omicidi all'agente con la morte nel cuore e nella voce.

Un sentimento di dolore nato non perché stia per essere acciuffato, esattamente l'opposto, perché neppure l'ufficiale può comprendere la magnificenza della sua opera, scambiandolo per un pazzo ubriaco qualunque. In questo passaggio c'è tutta la sofferenza e l'accettazione dell'artista, che in realtà è arreso all'evidenza e non si aspetta nulla dalla realtà che lo circonda. Von Trier parla ancora una volta di se stesso: ha talmente perso la fiducia nel pubblico e nella stampa specializzata da essere felice soltanto quando una sua opera viene disprezzata, quando non viene capita.

La post-arte

Arriviamo così a ciò che rimane dopo il processo creativo: le macerie, il ricordo, il nulla. In un momento di catabasi, Jack riesce da vivo a discendere nell'Ade guidato da Verge (come Dante nel suo Inferno), la persona con cui dialoga sin dal primo istante del film. Durante il cammino, il protagonista scopre che inferno e paradiso sono in realtà uno accanto all'altro, è sempre stato così sin dall'alba dei tempi. Anche quando era soltanto un ragazzino che ammirava, con non poca curiosità, i lavoratori dei campi che falciavano l'erba: se a pochi metri di distanza poteva godere del sudore della fronte, della ripetitività armoniosa della vita comune, della noiosa normalità di una moralità retta e imprescindibile, sulla riva del fiume lui preferiva comunque ascoltare l'istinto e recidere le zampe agli anatroccoli, scegliendo deliberatamente l'inferno e tutto ciò che poi ne sarebbe conseguito.

Quando ritrova quegli stessi lavoratori nelle battute finali, si arriva a un momento di redenzione totale, di pentimento, di rimorso, con le lacrime che tagliano in due il volto di Jack al di là di un vetro. Che Von Trier sia "guarito" e redento? Non proprio, non è ancora tempo degli epiloghi disneyani.
Non pago di tutto ciò che ha commesso in vita, Jack abbraccia il suo ultimo peccato di presunzione con assoluta noncuranza: l'idea di arrivare dove chiunque altro ha fallito, raggiungendo l'altra parte del ponte e così l'unica via di fuga dall'inferno, lo spinge nel baratro più profondo della sofferenza. In quella lava incandescente che sviluppata in negativo, come l'ultimo frame de La Casa di Jack suggerisce, restituisce in realtà il nero più assoluto, l'oscurità più buia dell'esistenza, rendendo tutto vano, superfluo, momentaneo. Nella pratica, torniamo a essere polvere dopo aver combattuto un'intera vita. Che sia questo, nella morte, il nostro vero capolavoro? La nostra opera d'arte definitiva.

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