Knight of Cups, The tree of life, To the wonder: Malick e la trilogia dell'anima

Terrence Malick cerca un dialogo con lo spettatore anche nel suo ultimo film, Knight of Cups, naturale proseguo di The tree of Life e To the Wonder.

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Esistono i film lineari, piacevoli da guardare e di puro intrattenimento, e poi da una parte, in un angolo di questo insieme (e anche un po' fuori) stanno i film dell'ultimo Terrence Malick: The Tree of Life, To the Wonder e Knight of Cups, una trilogia a se stante non solo per la filmografia del regista texano, ma in generale per il concetto stesso di cinema. Questi film non sono solo intrattenimento, sono anche - soprattutto - un'esperienza di vita profonda, un dialogo con uno spettatore mai così partecipe, così inserito all'interno di un contesto che cambia senso e forma a seconda di chi ne riceve le immagini. Guardare Knight of Cups, l'ultimo film di questi esperimenti sensoriali di Terrence Malick, non fa eccezione: la ricerca del cavaliere di coppe è quella dello spettatore stesso, che si immerge nell'acqua con Christian Bale e ne esce diverso, cambiato, con un pizzico di consapevolezza in più su se stesso. Come si arriva preparati ad un'esperienza del genere? La verità è che è impossibile, se non cercando di imparare qualche parola in più della lingua di Malick, in modo da poter attivare un dialogo fruttuoso.


La ricerca di opposti complementari

Fin da The Tree of Life il nuovo Malick è sì esperienza, ma prima di tutto ricerca: contraddizione vivente lui stesso (originario della passionale e calda terra del Texas ma quasi immateriale nel suo modo di raccontare il cinema) Terrence Malick esamina gli opposti e ne cerca i punti in comune: vita e morte nel caso del primo film, ma anche l'uomo e l'amore, il cielo e la terra, l'umano e il trascendente: universi lontani ma strettamente correlati tra loro, che cercano disperatamente uno scambio, un dialogo tradotto in pellicola nei suoi film. Malick cerca una forma per l'infinito e nel cercarla scivola verso qualcosa che in realtà una forma non ce l'ha mai: corpi formati di luce, dettagli inafferrabili, suoni lontani. Si aspira all'assoluto sfiorandolo senza mai riuscire a possederlo completamente: c'è sempre un ostacolo davanti alla telecamera che filtra la speranza di afferrarlo - tende che filtrano luce, lenzuola che filtrano i volti, porte che non si riesce ad attraversare, scale che promettono di portare à la merveille ma in realtà sono solo l'anticamera dell'espressione più bieca dei nostri istinti. Passionali, tragici, dolorosamente umani: una sconfitta in partenza che però vale il viaggio, perché c'è sempre un attimo in cui la luce ci sfiora e ci fa credere che sia tutto davvero possibile.

Corpo e anima

Ogni inquadratura è una pennellata alla ricerca di quella forma, della perla del cavaliere: in ogni movimento di macchina Malick dipinge l'eterno conflitto dell'essere umano in ogni declinazione possibile, pone tantissime domande ma non conosce le risposte - e forse per questo, per lo spettatore, è così difficile farsele insieme a lui. Ma la risposta ha davvero importanza o è la domanda che ci libera dalla prigione in cui ci siamo racchiusi, che interrompe il viaggio in tondo verso il punto di partenza e finalmente ci libera da ogni regola? L'unico modo per afferrare il cinema di Malick e per lasciarsi avvolgere dalla sua nuda intimità è forse proprio questo: accettare l'assenza di risposte nella pellicola e portarsi dietro le domande, perché quando tutto esiste con così tanta bellezza non c'è più bisogno di comprensione, né che oltre quella realtà possa esserci una definita forma - che non potrà mai, comunque, racchiudere l'infinito di due ore di pellicola.

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