Jurassic World: Il Regno Distrutto e la sequenza della Stanza di Maisie

Tra richiami al cinema horror della prima metà del '900 e un tocco tutto personale di Juan Antonio Bayona: una lezione di cinema tra passato e presente.

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Guardando al successo commerciale del primo capitolo, fino a poche settimane fa stabile da tre anni al quarto posto della classifica dei maggiori incassi della storia del cinema, Jurassic World: Il Regno Distrutto era molto atteso sia dal grande pubblico che dagli esercenti, curiosi anche di scoprire il prosieguo del franchise reboot di Jurassic Park. L'interesse era insomma rivolto alla storia imbastita a quattro mani da Colin Trevorrow e Derek Connoly, e alla nuova direzione del progetto di Juan Antonio Bayona.
Nella nostra recensione di Jurassic Wolrd: Il Regno Perduto abbiamo parlato approfonditamente di questi due elementi, sottolineando come, al netto di una sceneggiatura fintamente coraggiosa e invece piena di idee riciclate -seppur buone-, la regia di Bayona risulti invece eccezionale, virtuosa, raffinata. E se questi aggettivi descrivono più o meno fedelmente la visione del filmmaker, una sequenza in particolare rende evidente il suo incommensurabile talento nella costruzione della scena, la stessa che proveremo adesso brevemente ad analizzare: la Stanza di Maisie.

[ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

Il richiamo del sangue

Prima di tutto, un breve excursus introduttivo, per dare contesto alla sequenza. Jurassic World: Il Regno Distrutto si differenzia in modo netto dal suo predecessore diretto, accostandosi invece più a Il Mondo Perduto e a Jurassic Park III, specie per una certa atmosfera decadente che permea soprattutto i primi due atti del film. In questo senso, il sequel non appare molto originale e si avverte una forte sensazione di già visto, più o meno assente da Jurassic World, che raccontava di un parco aperto, visitato, luminoso. Anche nel momento della fuga del Indominus Rex c'era comunque la voglia di mostrare qualcosa di effettivamente nuovo, giocando ad esempio con la genetica e con i Raptor addomesticati da Owen Grady; per molti delle scelte pagliacciata, per altri soltanto buone e per altri ancora addirittura eccezionali, ma sicuramente diverse, fresche. Questo manca invece ne Il Regno Distrutto, che purtroppo nello sviluppo narrativo si rifà troppo a elementi già usati e in alcuni casi abusati dai capitoli precedenti, senza mai brillare realmente nel ricercare un elemento nuovo di sviluppo della storia. Non lo fa nel primo atto, quando il film è nella forma e nella sostanza un disaster movie, e non lo fa neanche nel terzo, quando si passa dall'Isla Nublar alla gigantesca Magione di Lockwood, che sotto la lente di ingrandimento di un attento videogiocatore si potrebbe leggere come un chiaro rimando a Resident Evil e, più nello specifico, a Dino Crisis.
Nonostante questa mancanza fisiologica della sceneggiatura nel tentare sviluppi narrativi differenti, Jurassic World: Il Regno Distrutto ha però dalla sua la visione e la conoscenza di genere di Bayona, esattamente quello horror, che ha già dimostrato di saper plasmare e adattare al suo gusto in The Orphanage e in Sette minuti dopo la mezzanotte. Il regista spagnolo è infatti un grande amante del cinema fantasy e dell'orrore, tanto che nella sua carriera ha anche diretto diversi episodi dell'ottima Penny Dreadful di Showtime, forte mix tra i due generi partorito dalla mente di John Logan. E visto il film, pensando anche al suo The Impossible, si intuisce subito il perché la Universal e Trevorrow abbiano scelto proprio Bayona alla regia de Il Regno Distrutto, dato che, se vogliamo, è una sorta di summa della sua filmografia con l'aggiunta di toni da commedia d'avventura. Ma è nel già citato terzo atto che tutto il suo amore per l'horror prende il sopravvento, dando quantomeno nella forma e nella tecnica quello slancio stilistico e creativo in più di cui Il Regno Distrutto necessitava, toccando poi l'apice della perfetta costruzione scenica nella Stanza di Maisie, la figlia clonata di Lockwood ancora bambina.

Un film nel film

Bayona non si inventa nulla ma modella a suo piacimento del materiale cinematografico ormai indurito e ammirato da quasi un secolo, come fosse particolare terracotta che, bagnata dopo decenni, torna ad essere plasmabile. Lo fa guardando a vari modelli e a diversi medium, come il videogioco, ma l'ispirazione di base è l'horror della prima metà del '900, solo che al posto di uno dei mostri della Universal, di un Lupo Mannaro o di un vampiro, c'è un Dinosauro, l'Indoraptor, creatura comunque terrificante, molto intelligente, spietata e assetata di sangue. A causa della solita stupidità dell'uomo, l'Indoraptor viene liberato nei sotterranei della Magione Lockwood e da lì riesce a raggiungere i livelli superiori, mettendosi sulle tracce di Owen, Claire e di Maisie. Dopo una rocambolesca fuga, proprio la piccola riesce a raggiungere di corsa la sua stanza, illuminata soltanto dalla luce a tonalità calde e arancioni di un lampadario e dalla fioca luce della luna, invece fredda, coperta però da nuvole temporalesche e cariche di pioggia. La porta finestra che si apre sul balcone della camera da letto di Maisie è chiusa, e una volta entrata nella stanza la bambina si nasconde sotto le coperte, mentre fuori impazza una tempesta. Dall'interno della camera, Bayona segue l'entrata di Maisie per poi uscire e salire verso il tetto con un crescendo musicale spaventoso, fino a mostrare gli artigli dell'Indoraptor conficcarsi nelle tegole. Il mostro è sopra la stanza di Maisie.
Come una sorta di Larry Talbot trasformatosi in lupo mannaro, la creatura ruggisce prima alla luna nel mentre dell'acquazzone e poi imita invece l'inquietante scaltrezza di un vampiro, acquattandosi e incamminandosi verso il balcone della camera da letto della piccola. E qui arriva infine il forte, fortissimo richiamo al Nosferatu di Murnau del 1922, che prima di fare scuola a Bayona ha dato grandi lezioni anche a Francis Ford Coppola per il suo Dracula.
Il regista segue l'avvicinarsi dell'Indoraptor alla stanza, con un movimento di macchina a girare che si blocca solo quando il balcone e l'annessa finestra sono ormai sopra la testa del dinosauro, in un'inversione di piani davvero riuscita. Con uno stacco passa poi alla zampa dell'Indoraptor che si allunga verso la maniglia della porta finestra, avvicinando in sequenza la macchina da presa all'artiglio del mostro che tenta di entrare. Ci riesce e salta sul balcone.

L'entrata nella camera da letto segue sempre la stessa forma di genere, ben piantonata alla stessa ispirazione: Bayona inquadra la zampa dell'Indoraptor, ormai dentro la stanza. Il dinosauro si incammina lento verso il letto a baldacchino (scelta non banale), sbattendo il suo artiglio più lungo: è a caccia. Il regista, a questo punto, inquadra velocemente una Maisie terrorizzata sotto le coperte e passa poi alla parete della stanza, tenendo appositamente all'intero dell'inquadratura in basso a destra il muso di un cavallo giocattolo. Geniale!
L'ombra iniziale proiettata sulla parete è infatti proprio quella dell'oggetto, ma a sovrapporsi per poi prendere il sopravvento è quella dell'Indoraptor, con i denti ben in vista. Bayona racconta così con un virtuosismo estetico la rottura della tranquillità di un ambiente infantile, adesso invaso dal puro terrore. L'ombra si proietta conseguentemente verso Maisie, proprio come faceva quella del Conte Orlok 96 anni fa, e il regista passa infine a incorniciare il letto.
Qui il protagonista diventa il braccio dell'Indoraptor, sul quale si stringe l'inquadratura mentre si avvicina con crescente tensione al viso della bambina, fino allo stacco e al passaggio finale al muso del dinosauro, ormai sopra a Maisie.
Juan Antonio Bayona confeziona insomma una sequenza raffinatissima che unisce l'amore per il passato alla modernità, formalmente impressionante, esteticamente impeccabile.

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