Joker fa tremare l'America: isteria di massa o paura reale?

Il film di Todd Phillips ha aperto un forte dibattito oltreoceano, sulla glorificazione della violenza, "l'incel revenge" e l'utilizzo delle armi.

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Il Joker di Todd Phillips non è ancora uscito nelle sale e sta già scatenando un dibattito socio-politico di impatto significativo. Come per ogni opera letteraria, anche nel cinema è essenziale rintracciare il background storico d'appartenenza per comprenderne le tematiche, le ambizioni e le criticità, e l'affresco sociale che il regista fa della nostra epoca, specie degli ultimi, decadenti e preoccupanti anni, non è certamente dei più sereni.
Il film con Joaquin Phoenix esce infatti nelle sale in un'America ammorbata dalla problematica della regolamentazione delle armi da fuoco, dove adolescenti difficili o fanatici estremisti riescono a imbastire una strage nel giro di qualche settimana, liberi di procurarsi bocche da fuoco a volontà e usarle per i fini più tragici e violenti. Non è una novità ma negli ultimi tempi la situazioni è peggiorata: solo dall'inizio dell'anno sono stati già 246 i morti in sparatorie di massa, un numero in crescita vertiginosa.

Facile rintracciare il movente di queste assurde stragi e ugualmente semplice indagare i motivi politico-economici che frenano ogni legislazione nella revisione del Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, anche se in molti ci hanno provato senza successo, ostacolati dagli esponenti o difensori della potente NRA (National Rifle Association). Il dilagare dei populismi, la costante iniezione di odio sociale nelle vene delle comunità internazionali e un generale malessere psicologico collettivo, in particolar modo delle generazioni più giovani che si vedono private del loro futuro, sembrano innescare e plagiare le menti più fragili e bisognose d'aiuto, il cui dramma sfocia poi in atti volontari di terrorismo con fini non per forza ideologici ma anche solo emotivi, di vendetta, di folle attestazione di un intimo dolore costantemente soppresso o incompreso.

In questo preoccupante quadro si va poi a inserire il cinema, sia esso una digressione sul senso più artistico e compiuto del male attraverso lo sguardo di Lars Von Trier o un caso studio sulla malattia psichiatrica, l'isolamento e la follia proprio del Joker. Non per forza un mezzo per un fine, tendenzialmente, ma un veicolo attraverso cui esporre una personale e articolata sensibilità proprio rispetto a tematiche importanti, quindi anche fallace, esasperato e sì, fraintendibile. Ma il cinecomic con Joaquin Phoenix, di base, è davvero così preoccupante?

Riflessione e non glorificazione

Il cinema può (e anzi, in una visione positiva deve) veicolare dei sani modelli comportamentali: è uno dei compiti non espressi della settima arte, almeno in termini di impatto civile e culturale. Nell'America "mediatica" in continua trasformazione ormai da tre anni, dove l'elemento sociale è profondamente analizzato e considerato di enorme rilevanza anche e soprattutto in relazione all'arte, è proprio per questo che un titolo come Joker spaventa: perché oltre il suo valore cinematografico, al di sopra della cura tecnica e delle interpretazioni, il titolo rappresenta un modello negativo, o almeno così è stato bollato da magazine e siti di settore anche di una certa importanza come il Time o Indiewire. E la paura sgorga e poi dilaga in modo naturale attraverso i mezzi d'informazione, arrivando a corrodere la sensibilità collettiva fino a renderla isteria, un moto d'agitazione che sovverte la logica ed estremizza azioni e conseguenze in un dibattito che dovrebbe concentrarsi su ben altri "responsabili".
Fa riflettere, infatti, la lettera aperta indirizzata alla Warner Bros. dai familiari delle vittime o superstiti della Strage di Aurora, consumatasi nel 2012 durante la proiezione de Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno di Christopher Nolan, causando dodici morti e ben cinquantotto feriti.
La richiesta delle famiglie, leggendo le recensioni allarmate della stampa d'oltreoceano, è stata quella di non distribuire nel Cinema di Aurora il film di Phillips, additando come cause "la storia simpatetica con la strage presente nel prodotto" e anche il possibile risveglio del trauma nelle menti dei loro parenti.

C'è di più, perché nella lettera si accusa velatamente lo studio di finanziare le campagne di esponenti politici che prendono soldi dalla NRA, chiedendo "l'immediata cessazione dei contributi per dare un forte messaggio sulla regolamentazione delle armi". Di comune accordo con i dirigenti del Cinema di Aurora, lo studio ha accettato di non proiettare il film (in modo anche comprensibile), ma sembra che il problema si sia diradato in modo capillare dalla glorificazione della violenza all'uso improprio delle armi da fuoco, passando inoltre a setaccio la valenza della settima arte come mezzo d'espressione culturale, in sostanza incolpandolo di promuovere modelli malsani.

Sarebbe così, a dire il vero, se il Joker tentasse anche solo per un secondo di dare spazio a una valida giustificazione che dia reale credito alla trasformazione e alla gratuita brutalità di Arthur, ma non lo fa.

Phillips analizza le possibili cause di una rivoluzione civile in senso metropolitano, in modo post-ideologico e assolutamente acritico, volto al solo mostrare la sua visione urbano-apocalittica di una società sull'orlo del collasso, dove empatia e speranza non trovano più spazio e la ragione sfuma definitivamente in follia e disordine. Non fa né più né meno di quanto fatto da Nolan con la tematica del caos e dell'anarchia attraverso il Joker di Heath Ledger o con quella dell'aggressiva e dirompente lotta di classe (poveri contro ricchi, cattivi al potere) compiuta con il Bane di Tom Hardy. Mostra e analizza, senza glorificare ma riflettendo su di un tema rimaneggiato a seconda di una personale percezione cinematografica. Il problema - si potrebbe appuntare - è che rispetto a titoli come John Wick, La casa di Jack o altri, questo Joker è un blockbuster con forti sfumature da thriller psicologico, diciamo anche involontariamente manipolatorio di quelle menti più fragili e bisognose d'aiuto di cui parlavamo in apertura.

Queste persone potrebbero effettivamente rintracciare in Arthur un modello fintamente positivo, stando alle loro logiche da Incel, psichiatricamente instabili o represse, eppure sono casi difficili da individuare, che non hanno alcun tipo di controllo, che passano persino inosservati e a cui il cinema non vuole rivolgersi. Non tutto, poi, sfocia per forza di cose in una strage di massa, e a dirlo sono le stesse forze dell'ordine americane, che ritengono la preoccupazione generale "esagerata", non avendo individuato "alcuna minaccia credibile".

Le precauzioni restano comunque alte e si tenta di arginare questo national anthem come si può, mentre la Warner, Phillips e Phoenix vengono bombardati con domande di caratura intellettuale e sociologica a cui cercano di rispondere con pazienza, trovando però puntualmente il contraddittorio (anche aggressivo) dei media, di una fetta di popolazione ormai spaventata e persino di politici (soprattutto di quelli coperti dalla NRA) che tutto fanno tranne che cercare una soluzione al problema reale, incolpando proprio l'arte nella sua generalità (letteratura, cinema, videogioco) di veicolare messaggi sbagliati e pericolosi. Un po' la storia dell'inquisizione, delle streghe e dei roghi: l'eterno ciclo di ipocrisia tracciato da chi ha un forte ascendente sul popolo - in questo caso pubblico generalista - che segna in modo emblematico il declino dei nostri giorni. I nuovi tempi bui.

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