Joker, Todd Phillips e la New Hollywood: ride bene chi ride ultimo

In questo nuovo speciale analizziamo il lavoro svolto da Todd Phillips per Joker, nuovo film DC con protagonista Joaquin Phoenix.

speciale Joker, Todd Phillips e la New Hollywood: ride bene chi ride ultimo
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L'aspetto più incredibile di Joker non è la maniera tanto chiacchierata e discussa in cui si è scelto di ritrarre la violenza, non è il tono oscuro utilizzato per raccontare la favola nera di un outsider destinato a diventare suo malgrado il simbolo di qualcosa ben più grande di lui, e neanche la straordinaria interpretazione di Joaquin Phoenix, che dopo una carriera fatta di prove magistrali a febbraio 2020 dovrebbe finalmente coronare il suo lavoro con la prima statuetta Oscar grazie all'interpretazione di Arthur Fleck.
Ciò che rende il film di Todd Phillips una grande opera è come riesca a fare propria la più importante corrente artistica della Hollywood del ‘900 - quella della New Hollywood - qui utilizzata come una lente d'ingrandimento per plasmare da zero il concetto di cinecomic, il genere cinematografico più in voga del momento.

Un'operazione che viceversa può essere letta anche al contrario: se Alfonso Cuarón con Roma ha ricreato il neorealismo a suo uso e consumo, mostrandoci i primi giorni dei suoi anni '70 messicani, e Quentin Tarantino in C'Era Una Volta a Hollywood ha raccontato secondo la propria visione un certo cinema di serie-b che con l'avvento dei 70s sarebbe radicalmente cambiato (recuperate le migliori tre scene di C'Era Una Volta a Hollywood), Phillips sfrutta un personaggio noto al grande pubblico come Joker per realizzare un film "vecchio" come i due appena citati, vetusto nel corpo e nella mente, superato nel 2019 perché figlio dell'epoca cui guarda con tanta ammirazione, e che con tanta ammirazione fa resuscitare, rendendolo al tempo stesso innovativo e nuovissimo se guardato con gli occhi del pubblico di oggi.

Un nuovo vecchio

Quand'è stata l'ultima volta che abbiamo visto un impianto filmico così old school, così sporco, così sudicio, una Gotham/New York così tanto ispirata al cinema di Friedkin e di Scorsese? Forse le uniche due opere dell'era moderna che più si sono avvicinate a quel tipo di cinema sono state Good Time dei Safdie Brothers e You Were Never Really Here di Lynne Ramsay, probabilmente i migliori due titoli della line-up di Cannes 2017 e curiosamente interpretati da Robert Pattinson (futuro Batman) e proprio da Joaquin Phoenix (futuro Joker seriale?). Todd Phillips però va oltre quella formula, non solo sdoganandola per il grande pubblico (bisogna addentrarsi nei circoli più ristretti di appassionati del cinema indipendente per trovare fan dei due film sopracitati) ma facendone un dogma: negli ultimi anni abbiamo assistito a un revival forsennato dei prodotti dei magici anni '80, e Phillips li salta a piè pari per affondare nei catramosi e asfissianti anni '70, quelli di Taxi Driver (qui l'Everycult di Taxi Driver) e Il Braccio Violento della Legge, quelli di Re Per Una Notte e Quel Pomeriggio Di Un Giorno Da Cani, quelli di Arancia Meccanica e Cane di Paglia, quelli di Serpico e di Tuta Blu, quelli di Qualcuno Volò Sul Nido del Cuculo.

Una generazione di capolavori che ha rinnovato totalmente la Hollywood del dopoguerra, cui Phillips attinge riportandola sullo schermo: se è vero che le fondamenta di Joker sono costituite dalle opere di Scorsese, di suggestioni e momenti di quell'intera era produttiva l'opera della DC Films è pienissima, quasi ne fosse l'araldo designato per reintrodurne i canoni all'interno del nuovo studio-system contemporaneo.

L'operazione non è dissimile da quella nolaniana che contraddistingue (ancora oggi) Il Cavaliere Oscuro (non Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno, ma solo il film centrale della trilogia) o Logan di James Mangold: nel primo caso è stato il cinema di Michael Mann a congiungersi col cinecomic, restituendo un'opera allegorica com'è da sempre tutto il cinema di Mann, mentre con la seconda - tramite il western - si è portato il genere supereroistico verso quei tramonti romantici dai toni elegiaci tipici della più mitologica fra le filmografia di genere. Joker fa un'altra cosa ancora, restituisce tutte le vibrazioni di un tipo di cinema ferale, di pancia e non di mente, quasi del tutto scomparso che sa essere notturno anche alla luce del sole.

Ride bene chi ride ultimo

Anche per questo le sterili diatribe sulla natura del film (è un cinecomic o no? Ma certo che lo è) lasciano il tempo che trovano: pare che tutti siano d'accordo sul fatto che Gli Spietati di Clint Eastwood sia un western (leggi: Everycult su Gli Spietati), nonostante trascini i canoni di quell'immaginario verso strutture, modelli e tematiche inedite fino ad allora. Joker fa lo stesso col cinecomic, su questo non ci sono tante discussioni sulle quali arrovellarsi, così come c'è poco da disquisire sulla scelta di Todd Phillips.
Chi pensava che il regista di Una Notte da Leoni fosse un azzardo per un film del genere, uno di tali ambizioni e dalla portata così vasta, non solo per tutti questi mesi ha parlato "d'aria fritta", adesso si ritrova perfino smentito da un sonoro Leone d'Oro e da possibilità piuttosto concrete di Academy Award(s).

Ciò che stupisce non è l'accostamento del nome di Phillips a un titolo così altisonante come Joker, quanto semmai le rinnovate capacità che il regista dimostra nella sua nuova opera, la più completa della sua carriera, che potrebbe aprire a una svolta totalmente diversa rispetto a quella degli ultimi anni. Non è un caso che l'esordio del 1993 sia avvenuto con Hated: GG Allin and the Murder Junkies, un film che già al suo interno ha tutti i semi che oggi sbocciano nel ritratto della follia di Arthur Fleck, e a ben guardare il suo cinema aveva già messo nel mirino quello scorsesiano nella fatica precedente, il non riuscitissimo War Dogs con Miles Teller e Jonah Hill.

Nella commedia-thriller del 2016 Phillips aveva usato lo Scorsese moderno, mescolando il ritmo estroverso di The Wolf of Wall Street al racconto di vita criminale di Quei Bravi Ragazzi, e con questo Joker non fa che limare quell'approccio rendendolo questa volta impeccabile, misurandosi con il primo Scorsese, quello più grande di sempre.

Eppure l'immagine migliore del film è quella che non cita ma che inventa, quella di Arthur Fleck che esausto, storto e sgraziato si arrampica un passo dopo l'altro lungo una scala gigantesca di Gotham/New York: quei gradini sembrano l'unica via di collegamento tra la città e l'appartamento, il pubblico e il privato, l'esteriorità e l'interiorità, una scala che collega l'Inferno che lo aspetta fuori al Paradiso del confortevole nido materno... un nido che va in frantumi e che trasforma Joker in un angelo caduto destinato alla dannazione eterna.
Questo è grande cinema. E dopo la vittoria dello scorso anno di Peter Farrelly, un altro grande della commedia statunitense che ha trionfato con Green Book come miglior film agli Oscar 2019, chissà che con i premi 2020 l'ultima risata non spetti a un (ormai) ex king of comedy.

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