Joker, tra Taxi Driver e Re per una notte: l'analisi del primo trailer

Atmosfere rarefatte, degradanti, e il conflitto mentale di uomo sull'orlo della follia: il Joker di Joaquin Phoenix sembra promettere meraviglie.

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La pre-produzione di Joker di Todd Phillips non è di certo passata inosservata. Durante le riprese svoltesi a New York lo scorso autunno, il set del film è stato invaso da paparazzi e curiosi, tanto da riempire il web di materiale fotografico e video che ha anticipato molto sul cinecomic DC, specie relativamente al look del protagonista. Ne abbiamo discusso, approfondendo tutte le informazioni a nostra disposizione e aspettando pazientemente l'inizio della post-produzione, che dopo un paio di mesi ci ha finalmente regalato il primo trailer ufficiale di Joker.
Un filmato incredibile e positivamente sorprendente, capace di attanagliarsi nella mente dello spettatore e restare lì, a crescere e maturare fino al prossimo ottobre, mese d'uscita dell'opera.

Tutte le immagini e i video trapelati nel corso delle riprese adesso sfumano in una nube, lasciando emergere invece il tono e l'atmosfera di un cinecomic che di fumettistico ha poco o nulla, tutto declinato in salsa realistica e noir, all'interno di una società degradata e degradante.
E poi c'è lui, Joaquin Phoenix, in un'interpretazione che sa già di impresa vinta, che lascia preventivamente una sensazione angosciante e inquieta nell'anima, diversa da qualsiasi altra trasposizione del Clown Criminale, comunque folle, certamente anarchica ma approfondita secondo i canoni più solidi e analitici dell'arte drammaturgica.

Tragedia e commedia

Martin Scorsese figura come produttore esecutivo del progetto, ma a ben guardare sembra più un omaggio che un ruolo attivo all'interno dello sviluppo del film. Cinematograficamente parlando, l'opera forse più importante di Todd Phillips finora appare come un immenso inchino a un maestro della settima arte qual è Scorsese, in segno di ringraziamento per le lezioni impartite in tanti anni di onorata carriera. Joker è certamente un'opera originale, ma è indubbio che si atteggi in modo positivamente derivativo, guardando a capolavori come Taxi Driver e Re per una notte, i due film forse più importanti a cui pensare per ragionare sulle prospettive tematiche e artistiche della pellicola.
Arthur diventerà Joker, ma nella sua vita alienante e disadattata il protagonista è il successore del Trevis Bickle di Robert De Niro, un uomo solitario e mentalmente instabile tenuto saldo all'esistenza secondo i legacci emotivi della tragedia.
Come Bickle fa un lavoro che lo mette costantemente in relazione con gli altri, ma quella di Arthur è una maschera - letteralmente - da Clown, indossata per nascondere la sua tristezza e un vuoto incolmabile. Vive con la madre, almeno finché questa non scompare per chissà quale ragione, lasciando Arthur privo di qualsiasi ancora emotiva capace di frenare i suoi istinti più folli, probabilmente causati da una forma di schizofrenia psicopatica.
È come perdere la bussola e percorrere a stento una via lastricata di difficoltà, accecati dalla malattia mentale, brancolando nel buio dell'esistenza.

Vediamo il nostro protagonista camminare da solo in una Gotham anni '80 che richiama ancora una volta alla mente la New York di Taxi Driver, fumosa, noir e illuminata soltanto dai neon delle insegne di negozi e diner, ma vuota dentro, spenta.
"Mia madre mi diceva sempre di sorridere e mostrare una faccia felice", dice il protagonista, parlando già della donna al tempo passato, "Mi diceva che ho uno scopo: portare risate e gioia nel mondo". L'alienazione è presente nel contrasto tra immaginazione e realtà, tra "lo scopo" di portare risate e la constatazione diretta di una società invece violenta e immeritevole, che gioca con i più deboli e non aiuta chi è in difficoltà. Almeno, non tutti.

È una persona sola che svolge dei lavori avvilenti, deriso anziché apprezzato. Il suo sogno sembra quello di voler diventare uno stand-up comedian, tanto che lo vediamo sognare se stesso su di un palco, amato e applaudito, quando in realtà la verità è che quelli come lui non possono permettersi neanche una risata, prima che la vita li getti a terra.
E lo vediamo più volte a terra, Arthur: picchiato, umiliato, trattato come spazzatura. Com'è possibile portare sorrisi e gioia in una società che non ammette comprensione, calore, conforto?

Stanno tutti impazzendo, il mondo sembra in preda a un delirio morale che risucchia tutto e tutti: odio, crimine, bullismo, degrado, elementi attivi di una mortificazione etica dei costumi sociali di una nazione - nello specifico americana - che sembra non riconoscersi più. Davanti all'evidenza conclamata del potere dilagante della follia, del populismo che guida le masse e dell'assenza di una leadership illuminata, anche il più umile e innocuo trova la forza di emergere, ma in senso negativo, per azioni e considerazioni anarchiche, deliranti, parto di una visione della vita corrotta dall'avvilimento nel quale è maturata. Se Arthur è allora la società reale, quella rappresentata dagli ultimi, dai poveri, da chi è stato abbandonato a se stesso, il Joker di Phoenix è la maschera dietro alla quale nascondere una decorosa ma avvilente vita di sacrifici, è la follia che domina sul raziocinio per portare "le risate nel mondo": finte, di terrore, isteriche.

È lo scopo di Arthur, la sua commedia degenerata è pronta a conquistare un pubblico finalmente affezionato, che lo guarda e lo ammira perché fuori da ogni regola, indecoroso e dunque degno della loro attenzione. Basta fare un sorriso per trasformarsi. Un sorriso per plasmare la propria realtà, per essere il Re di Gotham e non solo per una notte.
Il comico emergente, l'uomo del momento, visto meglio di un politico, senza schemi logici, privo di qualsiasi freno inibitore e capace finalmente di vedere la vita per ciò che è, tristemente shakespeariana ma ribaltata, dove il povero attore non tenta più di pavoneggiarsi ma di dominare la sua stessa storia, riempiendola di furore e terrore, di paura, rabbia e tormento, per dare significato al senso stesso dell'esistenza.

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