Joker: storia di un outsider diventato re di Gotham

Analizziamo i momenti più incisivi della pellicola, provando a soffermarci su alcune delle tematiche alla base del film.

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Joker, il recente film diretto da Todd Phillips incentrato sull'omonimo personaggio DC, seppur scollegato dal DC Extended Universe, omaggia a suo modo il mondo batmaniano da cui ha inevitabilmente preso ispirazione.
L'opera, che si focalizza sulla figura del villain principale del Cavaliere Oscuro, per tutta la sua durata si pone come obiettivo principale quello di scomporre l'essenza stessa dei cinecomic, avvicinandosi molto a una dimensione autoriale (per quanto riguarda il genere supereroistico) che al cinema non si vedeva ormai da molto tempo.
Una scena in particolare, presente a circa metà film, in cui vediamo il protagonista entrare nell'appartamento della propria vicina di casa, rappresenta in tutto e per tutto il vero punto di svolta della pellicola, mostrandoci tanto la caduta quanto la rinascita di Arthur Fleck, un outsider dimenticato da una società sempre più sull'orlo del baratro.

Pensieri negativi

Per quanto la figura del protagonista Arthur Fleck sia ammantata da un'aura tragica e malinconica fin dai primi minuti, lo spettatore ha comunque l'impressione che in realtà dietro alla psiche del personaggio ci sia qualcosa di più. La società che lo circonda, ormai sull'orlo del tracollo totale, non è in realtà la causa scatenante delle sue gesta, quanto invece una semplice spinta in avanti per un qualcosa che è già radicato perfettamente nell'indole del personaggio.

Il regista è infatti riuscito in maniera molto abile a sottolineare questa cosa, grazie ad alcuni brevi momenti in cui vediamo il protagonista fare sfoggio della sua rabbia repressa, come ad esempio nel brevissimo flashback iniziale in cui lo vediamo in una casa di cura, o ancora quando maneggia in modo non consono alcuni degli oggetti con cui entra in contatto (basti pensare alla scena della scarpa presente anche nel trailer).

Una rabbia furiosa, repressa dal suo stesso subconscio e dai numerosi medicinali che deve continuamente prendere per riuscire ad affrontare la vita di tutti i giorni, ma che aspetta in silenzio in un angolo buio della mente, pronta a esplodere nei momenti più impensabili.
La violenza, per Arthur Fleck, diventa quindi un modo come un altro per testimoniare al mondo la propria esistenza, un atto semplice e viscerale dalla funzione catartica e liberatoria; la mancanza di qualsiasi forma di empatia lo porta così a macchiarsi dei più efferati delitti senza quasi rendersene conto, come se ogni sua azione - anche quella più terribile - assumesse in realtà una valenza ludica e a tratti fanciullesca.
La sua personalità disturbata lo porta anche a sviluppare una pericolosa tendenza ossessivo-compulsiva, che in breve tempo lo spinge a identificare la propria vicina di casa, una giovane ragazza madre, come l'unico punto fermo della sua stessa esistenza.

La pellicola, a fronte di una parte iniziale e una finale estremamente coinvolgenti, presenta un nucleo centrale dal ritmo più compassato, capace comunque di non fornire alcun punto fermo allo spettatore tenendolo sempre sulle spine, grazie ad alcune trovate stilistiche e concettuali che potrebbero apparire addirittura in controtendenza con la natura stessa del personaggio.
È proprio in questo momento in cui assistiamo in realtà alla nascita vera e propria del Joker, che in più di un'occasione dimostra il suo bisogno smisurato di attenzioni e di amore incondizionato seppur sia stato escluso dalla società, rimarcando all'ennesima potenza la sua natura di ultimo tra gli ultimi.

Il suo rapporto amicale e sentimentale con la vicina di casa diventa così una vera e propria colonna portante del film (seppur i momenti in cui i due personaggi sono ritratti insieme siano in realtà pochi), atto a rimarcare la profonda e sfaccettata personalità del protagonista.
Il momento in cui Arthur si reca nuovamente nell'abitazione della vicina, diventa uno dei momenti più suggestivi della pellicola, in cui tutto ritorna al proprio posto rimarcando ancora una volta la natura tragica (e folle) del personaggio principale.

Adesso nessuno ride

La nuova nascita di Arthur, reduce da una semplice giornata storta chiaro rimando all'opera cult di Alan Moore e Brian Bolland, lo porta via via a desiderare sempre più di prendere il posto che gli spetta all'interno di quella società che lo ha sempre trattato come un povero e insulso reietto. La tragicità insita nella sua figura, cioè quella del comico-clown, assume una valenza simbolica molto potente man mano che la pellicola avanza.
La società in cui si muove il protagonista, desiderosa di urlare il proprio disagio a squarciagola, non sembra porsi alcun limite riguardo l'uso della violenza per far sentire la propria voce. Arthur Fleck/Joker diventa infatti il simbolo inconsapevole di un malcontento generale che però non assume i contorni di una protesta sociale legittima, quanto invece di una vera e propria rivolta popolare all'insegna della violenza indiscriminata.

Il personaggio principale diventa così il catalizzatore di una vera e propria isteria collettiva in cui i principi base della civiltà vengono capovolti senza che nessuno possa fare qualcosa per impedirlo.
La stessa società sottosopra e priva di qualsiasi forma di ideale già sviscerata da Martin Scorsese in Taxi Driver - in cui il protagonista Robert De Niro non subisce alcun tipo di conseguenza nonostante le sue azioni sconsiderate - torna prepotente anche qui.
Ed è proprio in questo capovolgimento dei valori etici più elementari che Joker si inserisce, venendo eletto dalla collettività re di Gotham, nonostante si sia macchiato dei crimini più orrendi.
Il protagonista, che si innalza così a nuovo simbolo del male, può quindi svettare incontrastato sopra tutto e tutti, acclamato da quella stessa folla disumana che solo poco tempo prima lo umiliava e sbeffeggiava in ogni modo possibile.

La penultima risata del personaggio, che assume la conformazione di una vera e propria pittura di guerra, risulta nient'altro che una maschera sopra un'altra maschera, simbolo del decadimento totale di qualsiasi tipo di valore, dove anche la più semplice espressione facciale non può che manifestarsi attraverso una forma corrotta, aberrante e disumana.
Chi ha voglia di ridere adesso?

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