Joel Schumacher: addio al regista ribelle di Batman & Robin

La morte di Joel Schumacher segna la scomparsa di un cineasta discontinuo ma anche incredibilmente fantasioso e critico contro la società americana.

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La morte di Joel Schumacher lascia il cinema orfano di un grande regista, un simbolo di creatività e di fedeltà a sé stessi. In trent'anni esatti di carriera, il regista newyorkese si è dimostrato capace di spaziare in generi cinematografici molto diversi, dando sovente prova di grande creatività, inventiva, e prendendosi dei rischi non da poco.
Schumacher è sempre stato un ribelle, fin dagli inizi, quando nei primi anni '80 accettava senza scomporsi le critiche feroci ai suoi primi due lungometraggi: The Incredible Shrinking Woman e D.C. Cab.
Un atteggiamento che lo ha esposto a risultati indubbiamente discontinui, ma è forse un caso che dei suoi due famigerati Batman si dibatta ancora oggi così tanto?
Tuttavia parlare di Joel Schumacher non vuol dire riferirsi solamente a quei due cinecomic, ma soprattutto a un cinema che ha saputo interpretare diverse epoche e momenti molto precisi della storia e società occidentali, dimostrando la grande capacità da parte di Schumacher di stupire, di usare fantasia e imprevedibilità.

Giovani ribelli

Se vi è una costante nel cinema di Joel Schumacher è quanto questi amasse parlare dei ribelli, dei diversi, di quelli che non si amalgamano e non si confondo con la massa, di chi lotta contro il sistema.
Poi è arrivato St. Elmo's Fire: uno dei film simbolo degli anni 80, soprattutto per ciò che riguardava quel filone particolare dei teen movies.
Dietro la patina di commedia in cui risaltavano alcuni dei dominatori assoluti del Brat Pack (i divi del genere teen di quegli anni), in realtà Schumacher fu capace di mostrare le contraddizioni dell'epoca yuppie, i problemi di crescere e affrontare l'età adulta in una società così competitiva e perbenista come quella americana.
Fu un grande successo, in cui Schumacher riversò la sua sferzante critica contro la società e gli ideali borghesi, materialisti e aridi.
Solo due anni dopo, Schumacher stupì un po' tutti portando sul grande schermo un raffinato e curatissimo glam-teen-horror, quel Ragazzi perduti in cui ancora una volta era la paura di crescere e di prendersi delle responsabilità l'assoluta protagonista.
Jason Patrick e il vampiresco Kiefer Sutherland sono la perfetta metafora di quegli anni '80, di quella promessa di eterna giovinezza e spensieratezza, di lussurioso vivere parte del sogno giovanile americano.

Dopo Ragazzi perduti, Schumacher diresse Linea mortale, un horror tra i più originali di quegli anni.
Oltre Sutherland, il cast comprendeva anche dei giovani Julia Roberts, Kevin Bacon, William Baldwin e Oliver Pratt, ennesima prova della capacità di Schumacher di lanciare e utilizzare giovani di talento.
Il film aveva nella sua strana ed eterogenea struttura una riflessione sulla vita, sulla morte, ma quasi nessuno colse quanto in realtà l'insieme si staccasse totalmente dalla visione dell'infanzia e adolescenza che aveva edulcorato in precedenza. Si insinuava la metafora su quella tossicodipendenza che in quegli anni distruggeva una gioventù occidentale persa e senza sogni.

Dalle stelle...

La critica cominciò ad apprezzare un po' di più Joel Schumacher e la sua audacia con Cugini, commedia romantica remake di un classico francese anni '70, con cui il regista dimostrò un'eccezionale capacità di usare la colonna sonora come elemento narrativo.
Sean Young, Isabella Rossellini, William Petersen e Ted Danson erano protagonisti di un allegro matrimonio pieno di equivoci, dove la famiglia e il matrimonio, pilastri della società americana, venivano dissacrati e distrutti, in un iter leggero ma mai banale.
Ma fu nel 1993 che Schumacher ebbe finalmente il riconoscimento che meritava dalla critica quando il suo Un giorno di ordinaria follia portò sul grande schermo una delle migliori metafore mai viste della rivolta dell'uomo comune contro la Società dei consumi.
Michael Douglas, improvvisato Giustiziere a metà strada tra bene e male, era protagonista del film più riuscito e politico di Schumacher, quello che toglieva ogni patina trionfalistica dall'America appena uscita vittoriosa dal Golfo iracheno, che si beava di Jordan e dei Guns N' Roses, e dove razzismo, intolleranza e povertà erano dietro l'angolo.

Ancora oggi, un film che per attualità e potenza ha ben pochi pari, e anche una delle migliori performance attoriali di Michael Douglas.
Di lì a poco con Il cliente ci regalò un thriller davvero originale, dove ancora una volta era un ragazzino ribelle, una sorta di Huckleberry Finn, il protagonista, ma calato in una realtà degradata, drammatica. Si parlava dell'inefficienza dei tribunali, della legge, del "sistema" che lasciava indifesi i deboli. Il tutto con una regia che sublimò le performance di Tommy Lee Jones, Susan Sarandon (candidata agli Oscar) e Brad Renfro (tragico erede dei Brat Pack anni '80).

...alle stalle

Nel 1995 arrivò quella che sembrava l'offerta che non si poteva rifiutare: dirigere il nuovo film sull'Uomo-Pipistrello.
Raccogliere l'eredità di Tim Burton era rischioso, ma ancor di più era decidere di fare qualcosa di così sfacciatamente commerciale rispetto ai due film precedenti.
Eppure fu proprio Tim Burton (rimasto come produttore) a consigliare di prendere Joel, che lavorò assieme ad Akiva Goldsman su parte dello script di Lee e Janet Scott Batchler, che si prevedeva di utilizzare per il terzo film di Burton.
Molto spesso questo film è stato indicato come poco fedele al fumetto, ma in realtà lo stesso Bob Kane lo indicò come uno dei suoi preferiti, e apprezzò molto Val Kilmer nei panni di Bruce Wayne.
L'insieme, visivamente e come tono, era sicuramente connesso sia al fumetto anni '40 e '50 sia alla serie tv con Adam West.
Ma per il resto, nonostante una grande performance di Jim Carrey e Tommy Lee Jones come villain, il film apparve a gran parte della critica troppo commerciale nel tono, troppo "gommoso" (furono le parole di Roger Ebert) nonostante gli incassi fossero davvero alti.

Schumacher si trovò però malissimo con Val Kilmer e chiese di cambiare attore protagonista. George Clooney ancora oggi fa dell'ironia sul suo coinvolgimento in Batman & Robin, che nacque con un diktat della produzione, di cui i detrattori di Schumacher non hanno mai tenuto conto: fare un film ancora più commerciale e orientato a un pubblico teen.

Il merchandasing vendeva e alla Warner erano sicuri che fosse il modo migliore per continuare. Ci si legò da parte di Schumacher ancor di più alla serie tv anni '60, nel look, nell'ironia e nel tono.
Fu un errore macroscopico, e gli stessi attori (Uma Thurman, Arnold Schwarzenegger e Chris O'Donnell su tutti) sul set si lamentarono di quanto il film sembrasse un enorme spot per giocattoli, quanto Schumacher fosse convinto (al contrario di Burton) che visto che era un fumetto dovesse essere pacchiano e superficiale. Fu purtroppo un grave errore.
Il disastro di critica sancì la fine del rapporto tra Schumacher e l'Uomo-Pipistrello (nonostante gli alti incassi) e inflisse un colpo durissimo al mondo dei cinecomic.

Il ritorno alle origini

Abbandonata la fase "commerciale" Joel Schumacher ci ha donato però altri tre grandi film con cui è tornato al suo amato mondo di ribelli e cavalieri solitari, prima dell'oblio che lo vide sprofondare in pellicole sempre più deboli nel finire della carriera.
Tigerland, In linea con l'assassino e Veronica Guerin furono tutte opere di assoluto livello, dirette in modo appassionato e viscerale, dove emergeva la parte più politica, più sociale di Schumacher.
Tigerland era un film sul Vietnam e su un gruppo di reclute in addestramento, in cui un ottimo Colin Farrell emergeva come elemento di disturbo, agitatore che spezzava le catene di una cultura mortuaria orripilante.
E dove ritornava anche qui l'elemento di "film di formazione" che aveva avuto negli anni '80. La dimensione generazionale, non più legata all'epoca yuppie, quanto ai ragazzi spariti nella giungla. Tigerland resta uno dei suoi film migliori, sicuramente uno dei più sottovalutati.

Sempre due anni dopo, Colin Farrell fu protagonista assieme a Kiefer Sutherland di un thriller assolutamente fantastico: In linea con l'assassino, sorta di infernale trappola che omaggiava Hitchcock e De Palma, pur con grosse differenze.
Il telefono, l'invisibilità come nemico e la menzogna furono salutati dalla critica come veri protagonisti di un film ottimamente diretto e interpretato, in cui Schumacher fu ancora una volta in grado di stupire.

Infine con Veronica Guerin Schumacher optò per il cinema sociale, impegnato, parlando di quella giornalista (interpretata da una grandissima Cate Blanchett) che più di tutte aveva lottato per riportare legalità e giustizia nella Dublino che negli anni '90 era il tempio dell'eroina e della mala. E che aveva pagato con la vita.
Robusto, accorato, durissimo in molte sequenze, lasciò molti critici (Ebert su tutti) abbastanza interdetti: davvero era Joel Schumacher il regista di questo film? Sì. Davvero.
Quel Joel Schumacher di cui per molto tempo (anche a causa della sua eccessiva temerarietà) si erano sottovalutate qualità e talento nel parlarci di ribellione, della società come prigione e della libertà individuale.

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