Jarhead e 1917: la Guerra secondo Sam Mendes

Quindici anni fa Sam Mendes ci mostrava per la prima volta la sua guerra con Jarhead, anticipando temi ed estetica di 1917.

Jarhead e 1917: la Guerra secondo Sam Mendes
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Quando uscì, 15 anni fa, Jarhead di Sam Mendes fu accolto in modo abbastanza tiepido dal pubblico e da parte della critica, che si aspettava un manifesto antibellico più sfacciato, o una dimensione action più pronunciata o ancora magari un legame più diretto con la situazione mediorientale, in quel periodo assolutamente drammatica.
Tratto dall'omonimo romanzo autobiografico dell'ex cecchino dei marines Anthony Swofford, Jarhead è invece uno dei migliori e più sottovalutati war movie di questo secolo, simile eppur diverso rispetto al più raffinato 1917, al quale è accomunato dalla struttura narrativa, dal simbolismo e infine dalle tematiche e sviluppo dell'iter.
Oggi li metteremo a confronto, per capire quanto il cinema bellico di Sam Mendes sia incredibilmente complesso.

L'impotenza dell'uomo nello scontro armato moderno

Militarmente, per definire la Prima Guerra del Golfo, si usa il termine "Fattore Zero". Il rapporto tra le perdite irachene e quelle dell'alleanza era così incredibilmente agli antipodi che non si può neppure parlare di una vera guerra ma di un massacro, in cui la tecnologia bellica occidentale (e americana in primis), sostanzialmente chiuse la contesa dopo 72 ore.
Il resto, come mostrato da Jarhead, fu un progressivo massacro monodirezionale. Anche in 1917 vi è il massacro, ma è da ambo le parti, nell'anno più terribile della Grande Guerra, con tutto il complesso arsenale fatto di mitragliatrici, gas, trincee e camminamenti immensi, pezzi d'artiglieria ciclopici, aerei. La morte qui è ovunque, e riflette la stessa deficienza manifesta in Jarhead: la guerra è cambiata troppo in fretta.
Nel deserto, mentre lo Swofford di Jake Gyllenhaal e gli altri fantasticano di sparare agli iracheni, è il più intelligente del gruppo, Troy (un grande Peter Sarsgaard) a fargli capire che no, non si copriranno di gloria.
In 1917 assistiamo al massacro, allo stillicidio di uomini che seguono tattiche e strategie troppo vecchie, obsolete, legate ai tempi della baionetta e della cavalleria ma che lì, sul fronte Occidentale della modernità, non valgono più niente. In Jarhead i protagonisti la vera guerra la sfioreranno soltanto. Ma per i due militi di 1917, invece, è l'opposto: la morte li può cogliere da un momento all'altro.

La Guerra come dimensione esistenziale privata

La prima cosa che balza agli occhi di chi ha visto Jarhead è il fatto che non sia un film di guerra, coerentemente con il vissuto di Anthony Swofford e la sua esperienza in Desert Shield e Desert Storm, che fu per certi versi la stessa di quasi tutti i soldati impegnati contro l'esercito iracheno.
Jarhead è un film sulla guerra, intesa come conflitto interiore di quei ragazzi, arruolatisi con il mito macabro del Vietnam dei padri e finiti dentro quella che possiamo definire la più costosa e sanguinolenta operazione di propaganda militare di tutti i tempi. Sam Mendes ci mostra la lotta di quegli uomini contro loro stessi, ciò che erano nella vita civile, contro i loro compagni di sventura, contro la società americana crudelmente performante, contro le loro donne che li tradiscono a casa, contro la gerarchia militare.
1917 ci mostra l'epopea di un ragazzo che lotta contro la guerra, intesa come in Dunkirk di Christopher Nolan, una dimensione spazio-temporale che assedia la vita, lotta contro gli ordini della casta militare che sprezzante mandava al massacro la meglio gioventù per capriccio personale, lotta contro l'uragano che lo tiene imprigionato, contro la stessa divisa che indossa.

Due eroi, due missioni, due destini

Sam Mendes dipana il suo inter narrativo in modo diverso in 1917 e in Jarhead. Il film sulla Grande Guerra ha uno svolgimento apparentemente tradizionale.
Jake Gyllenhaal invece è incatenato al suo passato, al suo futuro, i flashback e gli excursus spazio-temporali sono continui e frequenti.
Tuttavia in entrambi i film emerge un sistema diegetico che molto deve alla fabula. Più palese in 1917 dove "l'eroe" per strada dovrà superare prove, cimenti, incontrerà nemici, perderà amici, avrà in dono oggetti che poi si riveleranno utili, mentre pare sospinto dal fato verso la sua meta finale. Che non è solo salvare quelle persone da un assalto suicida, ma anche avvisare un uomo che suo fratello è morto.

Jarhead mette come meta finale al suo "eroe" l'uccidere. La "nuvoletta rosa" per la quale Swofford si è allenato e addestrato a lungo e faticosamente, sul più bello gli viene negata da un fanatico ufficiale tutto contento di ordinare un attacco aereo.
Le prove, le fatiche, i cimenti, sono però solo apparentemente inutili. In realtà il protagonista capirà che la vita militare non fa per lui ma soprattutto farà pace con se stesso.

Un viaggio dentro il regno dei morti

Mendes sia in 1917 che in Jarhead crea una dimensione diegetica simile all'Odissea, in cui i protagonisti vagano giorno e notte in un universo fatto di fiamme, cenere, polvere, in cui la morte regna sovrana.
La fotografia in entrambi non causalmente è del grande Roger Deakins, che usa i quattro elementi in modo perfetto, così come esalta il contrasto creando delle disarmonie seducenti ed evocative. Nei film il fuoco è simbolo di dannazione e pericolo, il protagonista è perso dentro spazi enormi e infiniti.
Swofford e Schofield si troveranno a tu per tu con montagne di cadaveri. Poco importa che siano nel deserto o in un fiume, nella città, nella terra di nessuno. Essi affrontano la stessa esperienza.
È il regno dei morti, l'oltretomba di Odisseo declinato nei nostri giorni, nel XX secolo della guerra totale, delle montagne di corpi ignoti e senza nome. E poi il silenzio atroce che avvolge il campo di battaglia, quasi che (come scrisse Garth Ennis) Dio avesse creato una scatola e deciso che lì dentro nulla può esistere più, per sempre.

Dipingendo una guerra

Sam Mendes è sempre stato uno dei registi più pittorici e visivamente accattivanti del suo tempo, così come un autore profondamente teatrale. 1917 deve molto nella sua costruzione estetica ad artisti come John Singer Sargent, Eric Kennington, Paul Jove e ai tanti (sovente reduci) che tramite l'arte cercarono di rendere tangibile la tragedia delle trincee, l'orrore di quell'umanità perduta.
Jarhead invece trae ispirazione dalle foto, dai filmati dell'epoca, della CNN o del Times, che testimoniarono in modo alquanto massiccio (ma in realtà monotono e parziale) la tragedia dei pozzi incendiati dagli iracheni, il disastro ecologico, ma anche la ributtante realtà dell'"Autostrada della morte" dove decine di migliaia di soldati in fuga vennero spietatamente macellati dai bombardamenti aerei americani.
È però chiaro il rifarsi alla dimensione pittorica, l'equilibrio tra le diverse componenti fisiche e cromatiche dell'immagine, l'uso di luce e ombra per esaltare il soggetto protagonista, per suggerire determinati stati d'animo.

Jarhead e 1917 rimangono comunque due war movie tanto diversi dalla norma quanto importanti nel contenuto e nella loro originalità rispetto all'universo cinematografico di appartenenza.

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