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James Gunn e le conseguenze del politicamente (s)corretto

Alla luce del licenziamento del regista da parte della Disney, proviamo a riflettere sul clima politico e mediatico odierno negli Stati Uniti.

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Nel bel mezzo del Comic-Con di San Diego, al quale doveva partecipare anche James Gunn per promuovere un misterioso progetto horror a cui ha lavorato, è uscita una notizia che ha sconvolto i fan del Marvel Cinematic Universe: Gunn non sarà più il regista di Guardiani della Galassia Vol. 3, capitolo finale del progetto che lo aveva reso uno dei nomi più importanti nella scuderia della Casa delle Idee (lo scorso anno, dopo l'uscita di Guardiani della Galassia Vol. 2, era stato annunciato che il cineasta si sarebbe anche occupato della supervisione generale degli altri film ambientati nel territorio cosmico del MCU).
La cosa è dovuta al riaffiorare, nelle ore precedenti, di vecchi tweet dell'autore, scritti tra il 2008 e il 2011, nei quali faceva battute di dubbio gusto su temi come la violenza sessuale e la pedofilia.
Il diretto interessato ha spiegato, sempre su Twitter, che all'epoca (per contestualizzare a livello carrieristico, gli anni di Slither e Super) egli aveva un senso dell'umorismo alquanto estremo, che lo spingeva a fare battute il più offensive possibili.
Col passare degli anni è cambiato (già nel 2012 si era scusato per le cose che aveva scritto), servendosi dei social per promuovere i propri film, sostenere buone cause e, dalla fine del 2016, criticare aspramente Donald Trump (non a caso, i tweet incriminati sono stati ripescati da noti sostenitori del presidente americano). Tutto questo però non è bastato per convincere la Disney, che in un comunicato ufficiale ha dichiarato di aver tagliato i ponti con Gunn, reo di aver scritto cose deplorevoli e incompatibili con i valori promossi dalla Casa di Topolino.

Due pesi e due misure?

Data la parziale componente politica della controversia, sono inevitabilmente nate dichiarazioni a mezzo Twitter sulla presunta ipocrisia dei media e delle aziende americane, pronte a difendere chi si schiera contro Trump e stroncare senza pietà la carriera di chi invece sta dalla parte del presidente.
Al di là della mancanza di logica in quel ragionamento (basti pensare che Harvey Weinstein, ostracizzato da Hollywood nove mesi fa, era un noto sostenitore del partito democratico statunitense), è particolarmente aberrante il paragone con Roseanne Barr, anche lei licenziata dalla Disney a causa di tweet offensivi.
In entrambi i casi, e questa è l'unica cosa che hanno in comune, si tratta di persone assunte dalla major pur essendo notoriamente "controcorrente" (se anche i tweet di Gunn dell'epoca fossero rimasti del tutto invisibili, il suo percorso artistico inaugurato come sceneggiatore per la Troma Entertainment non era teoricamente compatibile con la realizzazione di un blockbuster adatto alle famiglie).
Ma tra i due c'è una differenza cruciale: come lo stesso Gunn ha nuovamente dichiarato in seguito al licenziamento, lui si vergogna profondamente di quelli che erano pessimi tentativi di umorismo "provocatorio" e ha smesso da tempo di postare battutacce in pubblico, mentre la Barr ha continuato a comportarsi in modo discutibile fino al giorno del suo allontanamento, dove la goccia che fece traboccare il vaso fu un tweet in cui descrisse una donna di colore con termini considerati razzisti.
Ironia della sorte, proprio mentre esplodeva lo scandalo legato alle battutacce di Gunn, la controversa comica ha caricato un video dove cercava di chiarire per l'ennesima volta di non essere razzista, con una frase che difficilmente migliorerà la sua situazione professionale: "Pensavo che quella stronza fosse bianca."

Una decisione controversa

Inevitabilmente, l'estromissione di Gunn da Guardiani della Galassia Vol. 3 ha scatenato reazioni forti da parte dei fan che, pur riconoscendo l'errore del regista, ritengono che la decisione della Disney sia stata troppo estrema.
Una "sentenza" dettata da ragioni strategiche e commerciali, per preservare l'integrità di un brand associato alle famiglie, quindi particolarmente attento in materia di scandali: sulla storia recente della major pesa ancora, oltre alla controversia legata a Roseanne Barr, anche lo scandalo di John Lasseter, i cui comportamenti "troppo affettuosi" avrebbero contribuito, per anni, alla creazione e al mantenimento di un clima lavorativo tutt'altro che ideale negli uffici della Pixar dove, stando a diverse testimonianze, regnava un atteggiamento maschilista.
Sempre in ambito #MeToo aleggia inoltre l'ombra scomodissima di Harvey Weinstein, che in quanto capo della Miramax fu un dipendente Disney dal 1993 al 2010, ed è dal 1995 che si critica la scelta di affidare la regia di Powder a Victor Salva, il quale aveva scontato una pena carceraria per abuso di minore e possesso di materiale pedopornografico. In quel contesto, prendere le parti di Gunn, i cui tweet hanno portato più di un internauta ad accusare il regista di essere a sua volta un pedofilo, sarebbe stata una mossa suicida.

Si può ridere di tutto?

Tra i commenti più letti sui social nelle ore che hanno preceduto l'annuncio da parte della Disney ci sono state variazioni della stessa frase: "Non si deve mai ironizzare sulla pedofilia."
Un'affermazione pericolosa, per quanto non inattesa al giorno d'oggi, che mette a repentaglio il concetto stesso della comicità, che si è servita di argomenti scomodi o controversi da tempo immemore o per riflettere sui tempi in cui si vive(va), mettendo a disagio lo spettatore anche se questi sta ridendo.
Ammesso che quella tematica venisse effettivamente bandita, quale sarebbe il passo successivo dopo il licenziamento di Gunn? Mettere al rogo tutte le copie di film come L'aereo più pazzo del mondo (dove il pilota di mezza età chiede a un bambino "Hai mai visto un uomo adulto nudo?"), Una pallottola spuntata 2 ½ (dove Frank Drebin dice "Adoro essere single! Non ho mai fatto così tanto sesso da quando ero capo nei boy scout!") o Grimsby (dove il protagonista, dinanzi a una posa provocante della moglie, esclama "Ce l'ho più duro di un pedofilo a Legoland!"), e metà degli episodi de I Griffin, dove uno dei comprimari ricorrenti è un anziano che cerca costantemente di portarsi a letto il giovane Chris Griffin?
Ostracizzare comici come Jimmy Carr, Frankie Boyle, Ricky Gervais e Jim Jefferies, che hanno costruito il loro approccio sul confine tra ilarità e cattivo gusto? A lungo andare si rischia di creare un mondo dove potrà parlare liberamente solo qualcuno come Jerry Seinfeld, il quale, per scelta, non fa mai battute "scomode".
E sebbene Gunn abbia dichiarato di aver accettato la decisione della Disney, il danno potrebbe essere più grande della "semplice" perdita di un franchise che lui aveva effettivamente costruito, dato che sui social i detrattori più feroci lo stanno apertamente accusando di aver violentato dei bambini.
Una reazione spropositata (e in alcuni casi, molto probabilmente, strategicamente diffamatoria) nei confronti di una persona il cui unico crimine, alla luce delle informazioni disponibili, è stato avere un senso dell'umorismo discutibile.

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