L'Italia vista da Hollywood: tra esotismo e stereotipi

L'Italia, da sempre, viene rappresentata in modo eccessivamente stereotipato dall'industria cinematografica hollywoodiana. Come mai?

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Non è certo difficile rendersi conto dell'enorme potere mediatico di cui Hollywood tuttora dispone, capace di venderci numerosi modelli e ideali - spesso di natura sociologica - a cui ambire. L'enorme e complesso macchinario della più celebre industria cinematografica del pianeta ha quindi plasmato la stessa immagine dell'America a livello globale. Per certi versi anche mitizzando alcuni aspetti del vivere quotidiano, fino a ostentare un ideale di bellezza irreale, impossibile da raggiungere per chiunque. Hollywood ha così via via creato - e supportato - tutta una serie di regole e leggi non scritte riguardanti gli aspetti più infinitesimali della nostra quotidianità, focalizzandosi tanto sull'edonismo quanto sul culto del corpo in ogni forma e misura.
Basti pensare alla difficoltà nel mostrare (in film ambientati in America) una notevole fetta di popolazione in sovrappeso, spingendo invece per un ideale utopico (purtroppo però lontanissimo dalla realtà) in cui tutte le persone che camminano per New York siano in perfetta forma fisica.

Ideali e stereotipi che hanno intaccato l'intera concezione filmica hollywoodiana, molto più propensa a mostrare versioni surrogate della realtà senza sforzarsi di approfondire maggiormente determinate questioni (etiche, sociologiche, religiose), anche relative al modo di rappresentare culture diverse da quella americana, soprattutto in rapporto ai film ambientati nel presente.
L'Italia, ovviamente, è stata molto stereotipata (ma a tratti anche idealizzata) da parte di Hollywood, complice anche un cinema nostrano incapace di incidere come una volta a livello mondiale.

Un ricambio generazionale mancato

Il problema del nostro ricambio generazionale ha contribuito (e non poco) alla visione stereotipata che Hollywood continua a proporre del Bel Paese.
Anche lo spettatore italiano più disattento, infatti, avrà sicuramente notato la facilità con cui l'intero nostro sistema massmediatico tende a riproporci costantemente specifiche scene di un cinema che non tornerà più, per celebrare la grandezza di alcuni tra i nostri registi più famosi, in maniera eccessivamente autoreferenziale e fuori tempo massimo.
Dall'indimenticabile scena in cui Anita Ekberg si ritrova all'interno della fontana di Trevi ne La dolce vita di Fellini al grido di "Marcello! Come here!" per arrivare al suono inconfondibile del clacson nel film di Dino Risi Il sorpasso (con protagonista Vittorio Gassman), ci ritroviamo - un giorno sì e l'altro pure - bombardati da una serie di sequenze appartenenti a un grandioso passato cinematografico che rischia di non tornare mai.

Nonostante ci siano artisti in grado di portare avanti la propria visione autoriale, con un'attenzione marcata nel valorizzare il cinema di genere, il sentore comune è quello di trovarsi davanti a un vero e proprio ricambio generazionale mancato, in cui il nuovo (seppur di qualità) non è ancora riuscito a trovare i mezzi necessari per far breccia nel cuore del grande pubblico. Ed è proprio per questo motivo che, tolti alcuni esperimenti di successo, ancora oggi non abbiamo visto rinascere delle correnti artistiche, continuando invece a crogiolarci nel nostro storico - quanto prestigioso, ma anche datato - passato cinematografico.

Le interviste dei divi hollywoodiani sulla percezione del nostro cinema sembrano seguire lo stesso copione da ormai svariati decenni. Quando un attore americano professa il suo amore per il cinema italiano ritorna a citare i vari Fellini, De Sica, Leone e simili, quasi come se dopo gli anni '60-'70 e '80 la nostra industria cinematografica sia meramente collassata su se stessa, proponendo al pubblico commedie dal vago sapore intellettuale, una uguale all'altra.

L'incapacità del nostro cinema di incidere a livello mondiale come in passato si è riversata nel presente, con una Hollywood intenzionata a mostrare una versione macchiettistica dell'Italia. Il tutto attraverso una serie di stereotipi oggi più che mai anacronistici. Non per cattiva fede, ma semplicemente per mancanza di nuovi immaginari, stimoli e concetti a cui aggrapparsi.
Non riuscire a raccontare il presente di tutti i giorni, ignorando sistematicamente macrotemi quali la crisi economica, il precariato, la fuga di cervelli e una moltitudine di argomenti affini, ha portato la stessa Hollywood a non avere assolutamente nessuna coordinata per immaginarsi un'Italia diversa da quella di cinquant'anni fa.
Si aggiungono poi i più famosi registi americani: poco propensi a documentarsi sui cambiamenti sociali avvenuti nel nostro Paese e molto più inclini a rifugiarsi nei soliti cliché. Tutto ciò ha portato l'Italia a trasformarsi in un luogo da cartolina, un posto pieno di colori, luci e sapori lontani, estremamente adatto a divenire un luogo di villeggiatura estiva e poco (molto poco) più.

Mamma Hollywood, l'esotismo e la mafia

Dobbiamo quindi utilizzare il termine "macchietta" per descrivere nel modo più esaustivo possibile come Hollywood ha deciso di dipingere talvolta il nostro Paese. Tramite una lunga serie di film in cui l'Italia assume i connotati di una località fuori dallo spazio e dal tempo, ferma immancabilmente al boom economico del secondo dopoguerra in cui tutti si amano e si vogliono bene spinti da una grande fiducia verso il domani.
Partendo da Vacanze Romane di William Wyler per arrivare infine al recente 6 Underground di Michael Bay, è innegabile come il cinema americano non si sia informato sui cambiamenti socioculturali avvenuti in oltre settant'anni, continuando a puntare su un immaginario composto da paradisiaci luoghi di villeggiatura, gesti buffi, spaghetti al pomodoro e vino rosso.

Emblematica da questo punto di vista l'intera sequenza ambientata in Italia nel film Il talento di Mr. Ripley (1999), l'ottimo thriller diretto da Anthony Minghella con Matt Damon nel ruolo del protagonista. Il modo stereotipato di rappresentare il Bel Paese vede il suo culmine durante la scena del karaoke, in cui per l'occasione è presente anche Fiorello che, al fianco di Jude Law e lo stesso Damon, intona l'intramontabile Tu vuo' fa' l'americano di Renato Carosone in un tripudio di faccette, gesti con le mani e movenze già all'epoca esageratamente macchiettistico.
Un'altra perla rara adatta a mostrarci perfettamente il concetto di "esotismo italiano" è la scena degli spaghetti con protagonista Julia Roberts in Mangia prega ama di Ryan Murphy (uscito nel 2010), un vero e proprio concentrato di quello che è - per molte persone nel mondo - l'Italia.

A riprova del radicamento di questi stereotipi ci viene in soccorso anche il già citato 6 Underground. Qui non è la scena in sé a racchiudere in maniera viscerale il concetto di macchietta, quanto la breve, anzi brevissima, apparizione di un personaggio.
Durante la fuga iniziale, infatti, vediamo una ragazza di bella presenza a bordo di una Vespa; è un attimo, eppure la caratterizzazione di una semplice comparsa (modellata seconda una visione anacronistica) è perfettamente in grado di farci comprendere come anche in un film del 2019 l'Italia per Hollywood sia rimasta ferma agli anni '60.

Un altro enorme cliché Hollywoodiano riguarda gli italiani dipinti come mafiosi. Non importa di che opera si tratti o del perché: almeno una volta all'anno in un qualsiasi film crime americano, con presente un personaggio italiano, dovrà per forza di cose comparire (o quantomeno essere citata) la mafia. Mafia che spesso usa i ristoranti (che servono spaghetti con polpette sopra a tavoli la cui tovaglia presenta il leggendario motivo a quadri rosso e bianco ) come copertura o campo base per i propri traffici illeciti.
Nonostante Il Padrino abbia contribuito in maniera marcata a far esplodere il binomio Italia/mafia anche a livello cinematografico mainstream, il problema non è ovviamente legato al mostrare una piaga malata e perversa che da sempre ammorba la nostra società, quanto agli stereotipi dietro una rappresentazione didascalica di un qualcosa che con il tempo ha modificato il suo aspetto strutturale.

Tralasciando il semplice, quanto indecoroso, accostamento italiano/mafioso con cui dovremo probabilmente convivere per sempre, bisognerebbe far presente all'industria cinematografica hollywoodiana che l'intero ecosistema criminale ha cambiato pelle rispetto a cinquant'anni fa, assumendo una connotazione maggiormente tecnocratica, ancora più vicina alle istituzioni e legata a doppio filo al mercato delle infrastrutture.
Eppure, anche in questo caso, l'industria cinematografica americana non ha saputo in alcun modo adeguarsi, continuando a riproporre stancamente gli stessi identici cliché. Al momento, dunque, non possiamo sapere se e quando Hollywood smetterà di presentare al mondo una versione anacronistica ed eccessivamente stereotipata del nostro Paese, sperando comunque, nel prossimo futuro, di vedere almeno qualche avvisaglia di cambiamento.

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