Io, robot con Will Smith: la scena dell'interrogatorio

Analizziamo insieme una tra le scene più emozionanti del film Io, Robot diretto da Alex Proyas nel 2004: quella dell'interrogatorio.

Io, robot con Will Smith: la scena dell'interrogatorio
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I romanzi e racconti di Isaac Asimov, considerato uno tra i più importanti e influenti scrittori di fantascienza di sempre, hanno letteralmente fatto scuola, grazie anche alle tre leggi della robotica, adottate in seguito da tantissimi artisti in un numero altrettanto vasto di opere derivate, così da regolamentare la vita dei robot senzienti, soprattutto in rapporto alle loro azioni.
Il film diretto da Alex Proyas nel 2004, pur di fatto prendendosi molte libertà rispetto al materiale originale, ha tentato di focalizzarsi sul sempiterno tema dell'autodeterminazione e dell'autocoscienza delle macchine attraverso un racconto a cavallo tra i generi poliziesco e fantascientifico, puntando molto sul personaggio dell'agente Del Spooner (interpretato da Will Smith) e la sua avversione per i robot, così come sulla figura di Sonny, un organismo artificiale apparentemente diverso da tutti gli altri, perché dotato di una propria, quanto unica, personalità.

La scena dell'interrogatorio, costruita attraverso un pathos crescente, riesce in pochi minuti a descrivere perfettamente l'immortale conflitto tra umanità e tecnologia, permettendo a qualsiasi spettatore di interrogarsi su numerosi dibattiti esistenziali oggi più che mai attuali.

I segreti della robotica

Quello che fino a qualche decennio fa poteva sembrare davvero fantascienza (cioè l'implementazione dei robot all'interno dei più disparati contesti sociali, non solo legati alle fabbriche), negli ultimi anni è diventato invece uno scenario sempre più futuribile quanto concreto, basti pensare al proliferare delle innovazioni tecnologiche, partendo dagli androidi e i robot per arrivare agli incredibili passi in avanti fatti nel campo dell'intelligenza artificiale.
Gli stessi celebri video della Boston Dynamics hanno fatto più volte il giro del mondo, mettendoci tutti quanti di fronte all'eventualità che in un futuro non così lontano i robot potrebbero essere impiegati sempre di più come perfetti sostituti degli esseri umani in numerosi mestieri.
Tante le questioni etiche e morali di fondo legate agli stessi robot che, se davvero dotati un giorno di autocoscienza (come raccontato anche nel videogioco Detroit: Become Human), potrebbero realmente spingerci a fare varie domande sul significato stesso dell'esistenza e sul concetto legato al creare artificialmente la vita.

Allo stesso modo l'agente Del Spooner considera il suo interlocutore (un robot di ultima generazione dotato di spirito critico) una semplice imitazione della vita umana incapace, almeno per lui, di sviluppare un pensiero autonomo perché in realtà programmato per imitare i processi mentali.
Accusato dall'agente di omicidio, il robot Sonny riesce però a difendersi perfettamente da solo, ponendosi al suo interlocutore come un vero e proprio essere umano.
Fin dall'inizio viene fatto presente allo spettatore che l'agente Spooner, seppur addestrato, si ritrova in una situazione ad alto rischio, come testimoniato dalle molte guardie che tengono sotto controllo Sonny, comunque calmo e disponibile a rispondere a qualsiasi domanda.

Fin da subito però, il robot sembra maggiormente interessato alle semplici interazioni umane rispetto al motivo per cui è interrogato, mettendo in secondo piano l'accusa di omicidio del suo padre e creatore (il brillante dottor Alfred Lanning), per focalizzarsi su alcuni specifici gesti dell'agente, su tutti l'occhiolino che quest'ultimo fa al suo superiore.
L'interrogatorio trasla così da semplici domande di rito legate al caso verso una dimensione maggiormente vicina all'esistenzialismo, con Del che si ritrova faccia a faccia con un organismo che lui reputa in tutto e per tutto inferiore, ma che in realtà non riesce a comprendere fino in fondo.

Un giorno i robot avranno dei sogni

Sonny, da questo punto di vista, rappresenta sia il concetto di paura dell'ignoto (potrebbe infatti compiere azioni imprevedibili e violente da un momento all'altro) quanto quello legato a un vero e proprio sense of wonder di matrice fanciullesca, mettendo così a confronto due modi antitetici di concepire il mondo rappresentati, paradossalmente, dalla logica ferrea - tipica per certi versi di una macchina - dell'agente Spooner e una visione del mondo più accomodante e aperta all'inaspettato, umana, di Sonny.
L'agente è infatti convinto di trovarsi di fronte a un nemico e un assassino, che vuole tentare di annichilire anche sul piano dialettico, facendo riferimento al fatto che un robot non potrebbe mai creare un'opera d'arte, ricevendo una risposta capace di ribaltare completamente il fronte della discussione.
L'intera scena, impostata in crescendo, trova il suo culmine nel momento in cui Sonny, incalzato dalle domande e dalle riflessioni di Del, inizia a innervosirsi sempre di più ribadendo con maggiore forza il fatto che non è stato lui a uccidere il dottore, arrivando a sbattere violentemente i pugni sul tavolo, rompendo le barriere tra reale e simulato, tra emozioni umane e semplici codici di programmazione da eseguire a comando.

Lo stesso Del, visibilmente turbato dal modo di comportarsi e agire di Sonny, decide di giocare in attacco diventando ancora più aggressivo che in precedenza, nella speranza di ottenere finalmente una confessione.

Il momento in cui il robot pronuncia il proprio nome segna un ulteriore importante step nel dibattito tra i due, con la presa di coscienza dell'organismo artificiale riguardo il mondo e la situazione che lo circonda.
Sonny infatti, con l'enunciazione del suo nome, sceglie consapevolmente di ritagliarsi un posto ben preciso all'interno di una società che sembra volerlo respingere in qualsiasi modo consentito (anche attraverso la forza), cercando il più possibile di far valere le proprie ragioni senza curarsi delle possibili conseguenze.
La stessa incertezza su quanto avvenuto al dottor Lenning, così come il porre domande all'agente Spooner di cui nessuno conosce la risposta (tranne forse proprio Sonny), puntano ancora una volta l'attenzione sulla complessità dei pensieri elaborati dal robot, quasi come se la sua stessa coscienza riuscisse ad andare oltre le tre leggi.

L'inquadratura finale della scena, capace di indugiare per alcuni secondi sulla figura di Spooner, visibilmente disorientato vista la complessa quanto criptica discussione appena avvenuta, riesce così a creare un profondo legame empatico con lo stesso spettatore, portato proprio da una sequenza simile a trarre le proprie personali conclusioni sul concetto di empatia, libero arbitrio e vita artificiale.

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