Ingmar Bergman, il genio oscuro del cinema

Vogliamo dedicare un articolo speciale a Ingmar Bergman, il genio oscuro del cinema.

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Solo una città dalle reminescenze gotico/pagane come Uppsala, in Svezia, poteva dare i natali al regista forse più dark e oscuro dell'intero panorama cinematografico di sempre, sicuramente il precursore di molte scelte d'impatto visivo e psicologico ancor oggi attuali. Stiamo parlando naturalmente di Ingmar Bergman, un genio dannato e affascinante, che ha influenzato decine di registi a lui successivi, non per ultimo quel geniaccio di David Lynch. Nasce nel 1918, in una famiglia il cui padre è un pastore protestante, e questo lo influenzerà per tutta la sua carriera. Infatti il suo rapporto con la religione non è certo dei più sereni, ma anzi travagliato e difficile, con molte pellicole atte a mettere in discussione tutti i dogmi più rigidi in favore di una libertà di spirito insita nell'individuo. Inoltre ha un rapporto molto travagliato anche con l'universo femminile, divorzia dalla prima moglie dopo solo 2 anni, e pare che fosse più che un donnaiolo con le sue attrici. Inizia il suo lavoro a teatro, il cui amore poi si concretizzerà con la straordinaria rappresentazione, molti anni più tardi, de "Il flauto magico" di Mozart, episodio veramente unico su pellicola di connubio cinema/opera teatrale.

Il suo ingresso nel mondo del cinema comincia da sceneggiatore, con il film Spasimo, nel '44. Esordisce poco dopo con il suo primo film da regista, Crisi, laddove già si intravedono i primi tormenti esistenziali di Bergman. Realizza altri due o tre film per lo più sconosciuti in Italia, per arrivare poi a una delle sue prime opere importanti, non ancora decisiva a decretarlo "genio", ma che comunque mette in mostra tutte le sue doti visive e non solo. Si tratta di Verso la Gioia, datato 1949, di cui Bergman, come peraltro nella stragrande maggioranza dei suoi film, fu autore anche della sceneggiatura. Una storia di amore e morte, di sofferenza e contrasto, quella di una coppia che dopo un idillio d'amore finisce per cadere nel baratro, per poi riconciliarsi solo alla fine non evitando però un tragico epilogo. E' qui che il regista comincia a mettere su carta le sue ossessioni più ricorrenti: il rapporto tra le persone, mai felice come quasi sempre il cinema aveva fatto credere fino ad allora, ma pieno di sfumature che più che sul bianco virano sul nero-grigio, realizzando una sorta di realtà visionaria in cui la felicità diventa solo una mera utopia. Dell'anno successivo è l'in parte similare Un'Estate d'Amore, laddove tra flashback e presente, si racconta ancora di un rapporto di amore maledetto, reso però più soft da un (secondo) finale leggermente più leggero. Si passa poi ad un'attenta analisi dell'universo femminile con Donne in Attesa, dove quattro donne riunitesi dopo tempo, raccontano altrettante storie per lo più legate ad amanti o mariti, laddove l'aria è più leggera e con qualche spunto ironico. Bisogna comunque denotare il grande tatto con cui Bergman, da uomo, sia riuscito ad entrare nella psicologia "in rosa", rendendo il tutto straordinariamente realista. Continua il suo rapporto con l'altro sesso nei film successivi, tra i quali il più importante è sicuramente Monica e il Desiderio, con il quale Bergman comincia a farsi già un discreto nome tra gli appassionati. Ma è forse nel '55 che realizza il suo primo grande film, con Sorrisi di una Notte d'Estate, una commedia agrodolce velata da contenuti drammatici, un esempio delle possibile conseguenze di una convivenza di un gruppo di persone diverse tra loro, in una villa durante le vacanze. Con assoluta maestria Bergman utilizza i suoi personaggi come pedoni in una scacchiera, lasciando partire un intreccio che lascerebbe presupporre conseguenze nefaste, ma che si riesce a risolvere in un mezzo happy ending che lascia più di un sorriso, ed illumina il cuore. E inoltre il film vince anche il premio speciale al festival di Cannes, diventando una sorta di trampolino di lancio per lo svedese, senza dimenticare l'esordio di Bibi Andersson, deliziosa attrice più volte presente nelle produzione successive di Bergman.

Che non si lascia sfuggire l'occasione, e bissa l'anno successivo realizzando la sua pellicola più famosa e controversa, quel Il Settimo Sigillo che tanto scandalo provocò tra i bacchettoni dell'epoca. Un assoluto capolavoro del cinema di tutti i tempi, una storia dal sapore epico, che vede l'impossibile scontro tra la Morte (immaginata nella concezione più abusata del termine, una figura incapucciata di nero) e un cavaliere crociato, interpretato da quel Max von Sydow con il quale il regista instaurerà un rapporto solido e frequente nei futuri film. Inizia anche la collaborazione con Gunnar Bjornstrand, altro attore che diventerà ricorrente in futuro. Una battaglia più d'astuzia che di forza, adatta anche a mostrarci un'epoca persa e antica, laddove la Chiesa (ed ecco il perchè dei bacchettoni...) viene mostrata nel suo periodo più buio e terribile, laddove streghe e/o presunti pagani venivano bruciati crudelmente sul rogo. Un ritratto del rapporto con la figura divina, rappresentata immobile all'umano destino, e anche di come niente possa evitare la dipartita ad un altro mondo.

E' incredibile come ora Bergman, conscio delle proprie capacità, non si fermi più e realizzi l'anno successivo un altro masterpiece, con Il Posto delle Fragole, storia commovente che riesce a esprimere il concetto di vecchiaia come nessuno ha mai fatto (se non forse il Lynch di Una Storia Vera), tramite le vicende di un vecchio scorbutico che attraverso un viaggio di ritorno nei luoghi dell'infanzia riesce a ritrovare la felicità e il rapporto con gli altri. Qui, oltre ad una sporadica apparizione di von Sydow, e al ritorno della Andersson, troviamo uno/a degli ennesimi attori/attrici feticcio di Bergman, la glaciale Ingrid Thulin. Si torna ai film in costume con due importanti pellicole, come Il Volto e La Fontana della Vergine. Il primo è la storia di un gruppo di saltimbanco nella prima metà del secolo scorso, che tirano a campare con illusioni e presunte magie, e che messi alle strette dalla polizia devono mostrare di cosa sono capaci. Gli ultimi dieci minuti sono da brivido, inquietanti e dark come non mai, avanti di anni rispetto a qualsiasi film dell'epoca, non essendo comunque la pellicola scevra da momenti ironici. La Fontana della Vergine, invece, ambientato nel medioevo nordico, vede la tragedia di una famiglia, in un periodo dove paganesimo e cristianesimo venivano a contatto con conseguenze tragiche. Una fine che comunque regala speranza , senza rinunciare al tema dal sacrificio (e qua Tarkovskij deve aver avuto sicuramente qualcosa da prendere...).

Si torna alla commedia nel senso più comune del termine con L'Occhio del Diavolo, laddove Satana è vittima di un orzaiolo poichè sulla terra una ragazza è rimasta ancora vergine, e perciò invia lo spirito di Don Giovanni sulla terra a cogliere l'illibata fanciulla. Un tema oscuro e solo appartentemente leggero, trattato con brio e dolcezza, senza rinunciare a far ridere lo spettatore con scene improbabili. Dopo una pellicola dalle forte tinte drammatiche, quale è Come in uno Specchio, una storia di pazzia e dolore senza via di scampo, si torna alla commedia più ilare e parodistica della produzione bergmaniana. A Proposito di tutte queste... Signore è infatti un grande omaggio al cinema di Ridolini, si ride a crepapelle dall'inizio alla fine, con una storia che più surreale non si può. Ritorna il tema di Dio in Luci d'Inverno, metafora della vita e della fede, attraverso le vicende di un prete che dopo aver perso la moglie comincia a vacillare nel suo credo, e lo troverà di nuovo solo attraverso mille vicissitudini. Il Dio di Bergman è un dio lontano ma presente, in eterno conflitto tra fede mancata e razionalità, che permette di giudicare il tutto da un punto di vista obiettivo e allo stesso tempo assurdo. Troviamo ora due dei prodotti più duri e sofferentemente dilaniati nell'animo, Il Silenzio, storia di due sorelle, una malata e l'altra di facili costumi, che finiscono per litigare in continuazione sotto gli occhi innocenti di un bambino, e Persona, macabra storia di follia e violenza, laddove, caso unico nella cinematografia mondiale probabilmente, viene trattato il tema del vampirismo psichico (qui compare per la prima volta Liv Ullman, che oltre a diventare musa visiva per Bergman, ne diviene anche la moglie e gli darà una figlia, anche se pur rimanendo in buoni rapporti poi i due divorzieranno...). Vedere per credere entrambe, due pellicole allucinate e allucinanti, che lasciano un mattone in fondo allo stomaco ma che non possono non affascinanare nella loro beata crudezza.

Arriva nel '67 uno dei film forse più sottovalutati , L'ora del Lupo, il più orrorifico esempio della verve dark di Bergman, una storia di allucinazioni e follia che vede il suo dipanarsi in un'isola sperduta. Scene che farebbero impallidire il 99% dei film horror attuali, che spaventano ammaliando (come non citare la trasformazione dell'uomo uccello, o la camminata sul soffitto, vero e proprio culto). Ricorda molto Il Volto il successivo Il Rito, dove ancora una compagnia di attori itineranti deve difendersi dalle accuse di oscenità da parte di un magistrato, con conseguenze non certo benevole. Mai indagare in quello che non si conosce, e non giudicare senza basi solide l'umano divenire vorrebbe essere l'accusa del regista. La produzione più inquietante e lancinante la troviamo nel '72, con quel Sussurri e Grida, nel quale il regista mescola tutti gli elementi a lui più cari: la malattia, il rapporto contrastato tra le persone, la morte e la stessa figura di Dio. Una sorella malata viene accudita dalle altre 2, ma in realtà l'unica a volerle veramente bene è la domestica... Il tutto porterà a un finale che strappa più di un sussulto, la paura è tangibile laddove la morte e la vita finiscono per essere in un limbo tanto labile che a fine visione vi ci vorrà più di un whiskey per mandar giù tanto terrore psicologico.

Due anni dopo si torna su atmosfere magiche e favolistiche con il già citato Il Flauto Magico, assolutamente incantevole e da vedere anche per i bambini per passare due ore che riscaldano il cuore. Finalmente si tratta un tema difficile come quello del nazismo ne L'Uovo del Serpente, dove per la prima volta Bergman si affida a un attore non europeo, David Carradine, e realizza un film che sembra più una spystory che una classica storia bergmaniana, riuscendo comunque a tenere incollati fino alla fine e non evitando sorprese agghiaccianti. Ancora rapporto familiare in Sinfonia d'Autunno, sul rapporto madre figlia, mentre con Un Mondo di Marionette si gioca coi punti di vista, dal taglio quasi documentaristico, riguardo a un delitto insolito attraverso i pareri e le opinioni degli amici del presunto killer. Ma è con Fanny e Alexander che Bergman realizza probabilmente la sua produzione più ambiziosa e maestosa, un kolossal di quasi tre ore, una saga di una famiglia borghese a inizio secolo, tra morti, divorzi, matrimoni e sofferenze, il tutto visto attraverso gli occhi di due bambini, mai così innocenti come in questo caso vittima della crudeltà degli uomini. Ed è forse qui il canto del cigno del regista, che dopo aver realizzato il suo ultimo capolavoro spegne gradualmente la sua straordinaria genialità con pellicole inferiori ai suo standard, diradando sempre di più i suoi lavori, realizzando per lo più prodotti televisivi e lasciando il suo compito di regista alla sua ex moglie Liv Ullman, rimanendo attivo solamente come sceneggiatore.

Ingmar Bergman Quasi quaranta film, di cui almeno un terzo di grandissimo livello, bastano a consacrarlo come uno dei più geniali registi della storia, sicuramente innovatore in molte scelte stilistiche e di sceneggiatura, l'unico a trattare dopo Dreyer il rapporto uomo/Dio in modo tanto realista e non buonista, a trasportare chi guarda in storie di dolore e morte con tanta emozionalità e maestria psicologica, senza la quale probabilmente gente come Tarkovskij, Lynch e tanti altri, forse pure Von Trier, non sarebbero mai entrati in questo mondo. E, per una volta tanto, non dobbiamo parlare in ricordo, ma in onore presente visto che Ingmar Bergman, pur ormai fuori dalle scene, è ancora vivo e vegeto. Lunga vita a Bergman, lunga vita al Genio!

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