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L'Infinity Saga di Captain America, tra volontà a patriottismo

Continuiamo nel percorso d'approfondimento dell'evoluzione caratteriale della Trinità Marvel, con la prima parte dello speciale dedicato a Captain America.

speciale L'Infinity Saga di Captain America, tra volontà a patriottismo
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Abbiamo già cominciato ad analizzare il percorso di Iron Man e quello di Thor all'interno dell'Infinity Saga del Marvel Cinematic Universe, e prima di tornare a concludere la loro evoluzione fino ad Avengers: Endgame, è giunto adesso il momento di parlare del Primo Vendicatore, Captain America. Primo sì, ma non in ordine d'uscita cinematografica, visto che il film diretto da Joe Johnston è stato l'ultimo della Fase 1 prima dell'epico The Avengers di Joss Whedon.
Un film, Captain America, arrivato dopo lo straordinario successo di Iron Man e la titubante accoglienza riservata invece al Thor di Kenneth Branagh e ad Iron Man 2, quindi portandosi dietro tutto il peso delle aspettative per capire la generale qualità del progetto MCU.

Come i suoi "colleghi", si è dunque rivelato un film fortemente introduttivo e d'origini, come poi tutta la Fase 1, pensata e strutturata proprio per interagire con i fan di vecchia data dei personaggi e anche con i neofiti, a differenza degli altri però il setting era completamente spostato nel passato, nella Seconda Guerra Mondiale.
Questo ha reso Captain America il primo, vero prequel del MCU, mentre al contempo ha raccontato le iniziali gesta di Steve Rogers, di professione patriota.

La forza delle debolezze

Siamo ormai abituati ad ammirare la forma potenziata e definitiva di Captain America, ma nell'analisi del suo percorso caratteriale e psicologico dagli inizi a Endgame, è necessario partire dallo Steve Rogers che fu, riferendoci essenzialmente alla sola prestanza fisica. Inizialmente, Steve è un ragazzo umile e intelligente che desidera più di ogni altra cosa servire il suo paese, ma la sua inscalfibile volontà e il suo inesauribile patriottismo sono intralciati in essere da gravi difetti fisici quali fragilità e rachitismo. Forte di spirito, dal carattere indomito e coraggioso, il vero Steve è purtroppo rinchiuso in un corpo inadeguato alla sua grinta e ai suoi sogni: è consapevole della sua inadeguatezza fisica, ma non riesce a farsene una ragione, dimostrandosi già caparbio e refrattario alla sconfitta.
È come se soffrisse di una patologica dismorfofobia invertita: ha una visione forse distorta del suo corpo, che non riesce ad accettare, ma invece di cadere preda di disturbi ossessivo-compulsivi ha dalla sua una volontà indistruttibile, che lo porta a isolare la bassa stima legata al suo fisico e ad accentuare il suo virtuosismo guerriero e cittadino.

Sa di non poter competere contro dei bulletti di periferia, ma li affronta ugualmente, perché quello è il suo scopo: proteggere i deboli, sempre. Cade e si rialza, letteralmente e metaforicamente parlando, quando viene rigettato per l'ennesima volta alla domanda di reclutamento nell'esercito degli Stati Uniti d'America, per combattere contro i "bulletti" più pericolosi dell'intera storia mondiale: i nazisti.
Steve è così: non si arrende, stringe i denti e riprova. Fino allo sfinimento, a dimostrare e se stesso e agli altri di potercela fare, perché la forza è svezzata dalle debolezze, da come si affronta un handicap insormontabile, totalizzante.

Ed è proprio grazie al suo carattere tanto insistente e puro che Steve riesce a ottenere l'occasione di una vita, la sola in grado di lasciare che quella splendida farfalla possa finalmente rompere quella fiacca crisalide e venire finalmente alla luce. Un'occasione non ricercata ma arrivata a Steve per merito e in un contesto fortuito, ma che il nostro protagonista coglie senza troppo pensarci, per dimostrare come spesso la volontà di non desistere possa generare risultati inaspettati, quasi impossibili.

Salvador Dalì vedeva nella metafora della crisalide e della farfalla un senso religioso, legato all'ascensione e alla liberazione dello spirito dal corpo, dalla Terra al Cielo, ma in Steve il discorso è caratterialmente più complesso, forse, perché è la crisalide a divenire farfalla, senza che nulla venga lasciato indietro.

Ad elevarsi e trasformarsi è Steve nella sua totalità, senza abbandonare quello che "fu" a terra per innalzarsi a superuomo: la sua volontà intangibile ma chiara trova finalmente una forma fisica abitabile, rendendo quel ragazzo rachitico Captain America, simbolo di tutti i valori americani più noti e importanti. È la personificazione del sogno americano e viene infatti sfruttato nelle campagne di reclutamento in tutto il paese, ma Steve non è sbocciato per starsene con le mani in mano, deciso com'è a mettersi in gioco e dare il tutto per tutto nella guerra contro i nazisti.

Cresce in poco tempo e non tradisce mai i suoi ideali, si innamora e scende sul campo di battaglia da vero condottiero, da leader, guidando il suo plotone e più in generale la campagna americana in Europa. Ci mette tutto se stesso e alla fine, sconfitto il nemico numero 1, compie il suo primo sacrificio da supereroe, pronto alla morte senza macchia e senza paura e a rinunciare a tutta una vita possibile con l'Agente Carter.
Ubi maior minor cessat, così Captain America si ritrova congelato per 70 anni, risvegliatosi nei nostri giorni confuso e già pronto a una nuova e più grande missione. In fondo è sempre stato così per Steve: rachitismo o ghiaccio che sia, l'importante è rialzarsi e tornare a combattere (continua in una nuova puntata...)

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