Inferno: la Top 10 dei film di Tom Hanks

Passiamo in rassegna i tratti salienti della carriera dell'attore americano, attualmente in sala con Inferno.

Inferno: la Top 10 dei film di Tom Hanks
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Classe 1956, Tom Hanks ha debuttato come attore sullo schermo nel 1980, inizialmente con vari ruoli televisivi (tra cui una memorabile comparsata in Happy Days), poi come interprete cinematografico dalla grande versatilità: Steven Spielberg, Robert Zemeckis, Ron Howard, Sam Mendes, Joe Dante e Jonathan Demme sono solo alcuni dei registi ai quali Hanks ha regalato interpretazioni notevoli, spaziando dalla commedia al dramma al thriller, senza dimenticare un certo franchise animato per la Pixar. Prossimamente lo vedremo alla corte di Clint Eastwood in Sully, mentre in questi giorni è nelle sale con Inferno (per la regia di Ron Howard), dove interpreta per la terza volta l'esperto di simbologia Robert Langdon. La Festa del Cinema di Roma 2016, dove è stato ospite d'onore il primo giorno, ne approfitta per consacrargli un'ampia retrospettiva, un'ottima scusante anche per noi per ricordare alcune delle sue performance imprescindibili.


Ragazze vincenti (1992)

Tutti tendono a ricordare la prima collaborazione fra Hanks e Penny Marshall, ossia quel Big che lo lanciò come grande attore comico al cinema e gli fruttò la prima nomination all'Oscar. Un ottimo lavoro, senza dubbio, ma è decisamente più spassoso il loro secondo sodalizio creativo, dove Hanks è adorabilmente "cattivo" nei panni di Jimmy Dugan, allenatore di una squadra di baseball tutta al femminile. Memorabile soprattutto la sua celebre conversazione con Bitty Schram, contenente l'immortale battuta "Nel baseball non si piange!" Un film e un'interpretazione che meritano di essere riscoperti, al di là di eventuali pregiudizi sull'argomento sportivo molto americano.

Philadelphia (1993)

E Oscar fu, per un ruolo difficile in un film dal tema delicato - la piaga dell'AIDS - che contò proprio sullo star power di Hanks a livello di marketing (da notare che nei trailer si sottolineò l'aspetti giudiziario della trama, nascondendo il più possibile il vero messaggio della pellicola). Alle prese con la sua prima vera parte drammatica di un certo spessore, Hanks matura a livello recitativo sotto i nostri occhi, esplorando zone d'ombra della psiche umana con un tocco sincero e commovente, con un'intensità tale da far impallidire persino Denzel Washington, all'epoca il più affermato dei due come interprete "serio". Ancora oggi Andrew Beckett rimane uno dei ritratti più convincenti dell'omosessualità nel cinema mainstream hollywoodiano, anche nei momenti più a rischio di caricatura (vedi la sequenza dell'opera).

Forrest Gump (1994)

Oggi è facile considerare il film di Zemeckis un ritratto nostalgico e furbo dell'America che fu, rivisitata attraverso una Storia alternativa dove Forrest, ragazzo con problemi mentali ma guidato da passione ed entusiasmo, interagisce con Elvis Presley, John F. Kennedy ed altri. In realtà dietro la nostalgia c'è un'anima più dark (basti pensare a quello che fa la madre di Forrest per assicurarsi che lui abbia un'istruzione decente), e la performance di Hanks nei panni del protagonista riesce ad andare oltre un approccio che poteva sfiorare la caricatura. Certo, le sue varie frasi famose non sono tutte invecchiate bene, ma l'impegno dell'attore è evidente dall'inizio alla fine, soprattutto se si vede il film in originale (Hanks trasse ispirazione, per la voce di Forrest, da Michael Conner Humphreys, che interpreta Gump da bambino).

Apollo 13 (1995)

Per molti Hanks è l'erede di James Stewart, interprete dell'americano medio, gentile e compassionevole. Qualità che in Apollo 13, ottimo biopic diretto da Ron Howard, assumono sembianze quasi eroiche dal momento che Hanks interpreta Jim Lovell, uno dei tre protagonisti della celebre missione lunare che generò la frase "Houston, abbiamo un problema." Anche quando la tensione rischia di diventare insostenibile (un elemento non da poco, dato che pochi spettatori saranno all'oscuro di come andò a finire la missione), Hanks è una presenza rassicurante, di quelle che vorremmo avere al nostro fianco nei momenti difficili. Houston, abbiamo un grande attore!

Toy Story (1995)

Senza nulla togliere a Fabrizio Frizzi, che fa un ottimo lavoro doppiando Woody in italiano, il mitico cowboy giocattolo creato da John Lasseter non sarebbe lo stesso senza il contributo vocale di Hanks in originale (e la scrittura di Joss Whedon, che rese il personaggio più simpatico dopo che la Disney bocciò una versione preliminare del progetto). Frustrato ma anche carismatico, Woody è un contenitore di emozioni complesse alle quali Hanks sa sempre dare la giusta sfumatura, con il prezioso aiuto di Tim Allen nel ruolo di Buzz Lightyear. E sebbene Toy Story 3 sia il finale perfetto per le loro avventure, una parte di noi non vede l'ora di ritrovarli al cinema nel 2018. Il motivo? Principalmente Hanks.

Salvate il soldato Ryan (1998)

La prima e più nota collaborazione cinematografica tra Hanks e Steven Spielberg è ricordata soprattutto per le impressionanti scene di battaglia, in particolare tutta la sequenza dello sbarco iniziale. Ma ci vuole un'anima umana per dare alla carneficina un valore che vada al di là del puro spettacolo, ed è per questo motivo che Hanks è la scelta perfetta per interpretare il capitano Miller, un uomo qualunque - "Sono un insegnante", dice nella sequenza più toccante del film - catapultato in una situazione che non riesce a controllare. Sarà anche menzionato nel titolo, ma a conti fatti il soldato Ryan è quasi una postilla in una storia dominata dalla sottile intensità di Hanks.

Il miglio verde (1999)

Per rendere l'idea di quanto Hanks fosse popolare negli anni Novanta, basti pensare che Il miglio verde incassò oltre 100 milioni di dollari nei soli Stati Uniti. Un risultato notevole per un film di tre ore, vietato ai minori, sulla pena di morte, privo di happy end. Certo, il regista Frank Darabont aveva fatto breccia nel cuore degli spettatori con Le ali della libertà, ma è poco probabile che il successo sarebbe stato di dimensioni simili con qualsiasi altro attore nei panni di Paul Edgecombe, incarnazione della decenza umana alle prese con situazioni a dir poco disumane (e non stiamo parlando degli episodi paranormali). La sua presenza è fondamentale soprattutto nello sconvolgente pre-finale, dove la tragedia definitiva viene mostrata solo attraverso lo sguardo di Edgecombe, stoico recipiente di un dolore immenso.

Era mio padre (2002)

Dopo il "cattivo" di Ragazze vincenti, Hanks è finalmente riuscito ad interpretare un vero villain nell'opera seconda di Sam Mendes, basata su una graphic novel di successo. Un film non interamente riuscito sul piano narrativo (il rapporto padre-figlio rimane abbastanza superficiale), ma comunque un ottimo esercizio di stile dove un attore multiforme ha l'occasione di mostrare un lato inedito della sua personalità cinematografica confrontandosi, con successo, con un mostro sacro quale Paul Newman. E anche nei momenti più spietati è comunque impossibile detestarlo, come la maggior parte dei migliori cattivi dello schermo.

Ladykillers (2004)

Non è il lavoro più riuscito dei fratelli Coen (l'odore del film su commissione si sente lontano un miglio), ma questo remake di una celebre commedia inglese, con la storia trapiantata nel Mississippi ha comunque un suo fascino bislacco. Tra gli elementi più azzeccati c'è proprio il coeniano protagonista, G.H. Dorr, un criminale erudito che cita Edgar Allan Poe mentre pianifica l'omicidio di un'arzilla vecchietta. Armato di charme viscido e di un accento sudista molto più caricaturale rispetto a Forrest Gump, Hanks ha l'aria di un grande professionista che si è divertito un mondo sul set, e il suo entusiasmo è palpabile dalla prima all'ultima inquadratura. L'ideale per una serata comica in salsa dark tra amici.

La guerra di Charlie Wilson (2007)

Pare che quando George Clooney, interessato al libro da cui Aaron Sorkin ha tratto la sceneggiatura di questo film, scoprì che Hanks aveva acquistato i diritti commentò "Spero che lui muoia", battutaccia che fa capire quanto fosse ambito a Hollywood il ruolo di Charlie Wilson, deputato americano che, tra varie bevute e tresche, contribuì in modo sostanzioso alla ribellione degli afgani contro l'Unione Sovietica. Come lo stesso Wilson, il film di Mike Nichols "incasina il finale di partita", perdendo un po' del suo mordente satirico, ma l'interpretazione di Hanks, ansioso di prestare il corpo ad un personaggio improbabilmente simpaticissimo, rimane un tour de force per tutta la durata della pellicola, anche quando ha a che fare con l'energia incontenibile del compianto Philip Seymour Hoffman.

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