Indiana Jones 5, e se il futuro della saga fosse donna?

Un rumor vorrebbe Phoebe Waller-Bridge come erede di Harrison Ford nei prossimi film di Indiana Jones. Parliamone!

Indiana Jones 5, e se il futuro della saga fosse donna?
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Il cambiamento fa paura. Sappiamo cosa lasciamo, ma non cosa ci aspetta. All'idea di non essere totalmente sicuri di qualcosa, e di non poter gestire con consapevolezza ciò a cui andiamo incontro, ecco che veniamo pervasi dal timore. Se poi questo concetto lo applichiamo al mondo del cinema, e in particolare alle icone che hanno segnato la nostra infanzia, il cambiamento genera ancora più paura. L'idea di vedere sul grande schermo personaggi amati con sembianze, e volti, differenti da quelli a cui siamo abituati, ci disorienta. Perché alla fine ci sono poche costanti nella nostra vita, e gli attori dei film che hanno segnato i passi fondamentali della nostra educazione cinefila sono comfort zone in cui rintanarsi per isolarci dalla realtà. Vederli diversi, addirittura sostituiti con interpreti più giovani, vorrebbe dire accettare che il tempo è passato, che sono invecchiati quando il film non dovrebbe, perché è qualcosa di eterno, fissato per sempre su pellicola.

Se un cambiamento a livello generazionale può destare stupore, e contrarietà, figuriamoci un cambio di gender. E figuriamoci se a essere oggetto di questa rivoluzione è un personaggio come Indiana Jones. Eppure, forse, dietro a questa contrarietà per una volta si possono ritrovare riflessioni profonde. Non si tratta, infatti, solo ed esclusivamente di questione di genere e di rappresentazione femminile, ma di memoria collettiva presa, rimaneggiata, rivoluzionata per una motivazione non abbastanza forte da essere accettata.

Indiana Jones e il rumor della discordia

È solo un rumor, una voce non confermata e celata dietro un generale "no-comment", eppure la notizia vorrebbe Phoebe Waller-Bridge, già autrice di Killing Eve e creatrice di quel gioiellino che è Fleabag (qui vi consigliavamo 5 serie da recuperare se avete amato Fleabag), ricevere il testimone da Harrison Ford e vestire i panni di una nuova Indiana Jones.

Dopotutto, che il quinto film della saga creata da Steven Spielberg e George Lucas sia l'ultimo, per motivi prettamente anagrafici, con protagonista Ford, è un dato di fatto. Un punto di arrivo che segna l'aprirsi di un bivio tanto interessante, quanto pericolante. Da una parte c'è la possibilità di concludere questo lungo e indimenticabile viaggio; dall'altra, continuare l'universo di Indiana Jones cavalcando onde nuove e proseguendo vie inesplorate, tra prequel con protagonisti più giovani, o sequel rivoluzionari.

Indiana Jones e il temp(i)o del cambiamento

Lasciare andar via Harrison Ford è un po' come decidere se concludere una storia d'amore che sappiamo essere giunta al capolinea, ma che non accettiamo di terminare.

Da una parte non possiamo acconsentire che questo mondo finisca, e pur di vedere continuare questa avventura, accettiamo anche una sua copia, un alter-ego di un originale che (in)consciamente sappiamo non ci sarà più. Dall'altra c'è l'ipotesi del ricordo, dei momenti felici che una saga del genere ci ha regalato e che ci accompagna con il cuore più leggero verso la fine. Che sia la Bridge, o Chris Pratt come inizialmente ipotizzato, secondo i piani di Kathleen Kennedy si nasconde una forte intenzione di cambiare radicalmente la saga. Eppure, dovendo mettere gli interpreti su due piatti differenti di una stessa bilancia, l'idea di vedere l'attrice nei panni di nuova protagonista (che farà comunque parte del cast del quinto episodio diretto da James Mangold) pesa molto di più e richiederebbe maggior tempo di accettazione. Ma perché? Perché è donna? Sì e no. Il problema, a nostro parere, si nasconde alle radici di una questione tanto sociale, quanto di rappresentazione femminile.

Girl power: a non-original story

Ben vengano personaggi femminili forti, coraggiosi, capaci di imprimersi nell'immaginario collettivo. È una lacuna che solo recentemente si sta pian piano colmando. Le donne hanno avuto poche occasioni di essere rappresentate al cinema nelle vesti di uniche protagoniste.

Relegato fin troppo spesso nei ruoli di personaggi secondari, il genere femminile continua a ricercare sul grande schermo riflessi di suoi simili capaci di riconsegnare al pubblico sprazzi di ogni singola sfumatura che le caratterizza. Il problema non è dunque avere Phoebe Waller-Bridge nei panni del personaggio principale, ma ritrovarla in una saga come quella di Indiana Jones, sostituendosi a Harrison Ford.
Abbiamo bisogno di protagoniste al cinema, soprattutto in un genere come l'action, fortemente di matrice maschile. Ma è giusto che vengano aperte e costruite altre finestre, con personaggi nuovi, pieni di contributi e storie inedite, senza però costantemente ristrutturare quelle vecchie, perché a lungo andare si rovinano.

L'arte del riciclaggio è ormai desaturata. Limitarsi a ricalcare e sfruttare un percorso già tracciato in precedenza da una saga come quella diretta da Steven Spielberg è un gioco già visto e orientato alla disfatta. Ma invece di sfruttare il nome di Indiana Jones, perché non creare un universo ex-novo? Dopotutto, non è questo il modo con cui le donne vogliono essere rappresentate al cinema. Troppo facile così. Preferiscono vedersi riflesse in nuovi caratteri, non in copie nate sulla scia di un'icona maschile.

Rappresentazione femminile o politically correct?

Che la Waller-Bridge sia capace di accettare la sfida e sorprenderci è una possibilità tanto allettante quanto altamente realizzabile.

Eppure, e ce lo ha dimostrato il caso di un famoso prequel, cioè Solo: A Star Wars Story (di seguito la recensione di Solo A Star Wars Story), prendendo tra le mani un gioiello che ha superato i confini spazio-temporali come Indiana Jones, brillando tra generazioni e generazioni, si gioca con il fuoco. E il rischio di bruciarsi è alto.
Il talento dell'attrice potrebbe essere un ottimo estintore, capace di fermare l'incendio, ma non basta.
Non basta rispondere alla necessità di rappresentare il mondo femminile al cinema cambiando il genere del protagonista, sfruttando il suo successo e la sua nomea. Tralasciando il caso di Doctor Who, dove la natura stessa del dottore supera il concetto di genere (il dottore non nasce come uomo, è stata la società ad averlo fatto nascere tale), affidare ruoli come quelli dell'agente 007, o dell'erede di Indiana Jones, a figure femminili pare piuttosto rispondere con semplicità a un concetto di politically correct, a differenza di una sentita esigenza di rappresentazione femminile sul grande schermo. Bisogna pertanto compiere un gesto più coraggioso, modellando, creando e infondendo vita ad archetipi nuovi, icone originali e di matrice esplosiva, capaci per questo di dare il via a una nuova saga, questa volta - e quella sì - tutta al femminile.

Il fattore "nostalgia canaglia"

Viviamo nel mondo in cui tutto è consumato e dimenticato con rapidità, e anche il film per riuscire a rimanere impresso nella nostra memoria culturale deve apportare qualcosa di nuovo.

Sfruttare il nome di un franchise di successo potrebbe essere ottimale nel breve termine, ma a lungo andare si perderebbe come un corpo nella nebbia. Il caso di Phoebe Waller-Bridge non si differenzia molto da quello dei sequel e dei prequel. Tutto si radica sul concetto di nostalgia canaglia, sull'incapacità di lasciar andare i propri miti, e da essa spremere fino in fondo ogni più piccola briciola narrativa, sfruttando appieno il nome di una saga nell'ottica del guadagno facile.
E in tutto questo, la lotta alla rappresentazione femminile perde di importanza, si snatura, viene scudisciata con la stessa forza con cui Indiana Jones colpiva i propri nemici con la sua frusta.

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