Independence Day: Rigenerazione, la top 5 dei film di Roland Emmerich

In occasione dell'uscita di Independence Day: Rigenerazione, rivisitiamo cinque titoli della filmografia di Roland Emmerich

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Pare che, ancora oggi, The Noah's Ark Principle sia il film più costoso mai realizzato da uno studente di cinema in Germania al termine del suo percorso accademico. Un dettaglio che ci fa capire che, già prima di arrivare a Hollywood, il teutonico Roland Emmerich aveva l'abitudine di pensare in grande. Una volta arrivato in America, si è imposto come uno dei nomi imprescindibili del cinema popolare, firmando lungometraggi ad alto tasso di spettacolarità capaci di conquistare il pubblico (diverso il discorso per quanto riguarda la critica, al punto che quando Emmerich girò Godzilla si tolse lo sfizio di prendere in giro sullo schermo i celeberrimi Gene Siskel e Roger Ebert, rei di aver stroncato i suoi film precedenti). Con poche eccezioni, tra cui il recente Stonewall (le cui tematiche sono molto personali per il regista, apertamente gay), la poetica di Emmerich è roboante ed ipertrofica, e nei prossimi giorni il pubblico italiano avrà modo di vedere Independence Day: Rigenerazione, nel quale egli rivisita uno degli esempi più celebri del suo modo di fare cinema. Una scusa perfetta per evocare cinque tasselli indispensabili della sua filmografia.

Stargate (1994)

Dopo aver diretto Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren in Universal Soldier, Emmerich si è ritrovato a dover gestire un duo ben diverso: Kurt Russell e James Spader, carismatici protagonisti di un'avventura che mescola la fantascienza dura e pura con la mitologia, attingendo ad iconografie d'altri tempi per creare un prodotto di entertainment fatto su misura per il pubblico degli anni Novanta. La critica storse il naso, ma gli spettatori seppero apprezzare le gesta di Jack O' Neill e Daniel Jackson, che dal 1997 al 2011 hanno continuato ad intrattenerci sul piccolo schermo (con le fattezze di Richard Dean Anderson e Michael Shanks). Si sta inoltre pianificando un reboot cinematografico, con la partecipazione di Emmerich come produttore, ad ulteriore conferma dell'immortalità del franchise.


Independence Day (1996)

Durante il tour promozionale di Stargate, Emmerich propose al suo produttore/co-sceneggiatore Dean Devlin di girare un film su un'invasione aliena. Devlin, non esattamente entusiasta dell'idea così com'era, suggerì una piccola modifica: raccontare la storia con le modalità del genere catastrofico, di cui erano entrambi grandi fan. E così è nato Independence Day, dove gli alieni hanno il ruolo tradizionalmente riservato a terremoti, incendi ed alluvioni. Una formula vincente che ha divertito il pubblico anche grazie alla scelta azzeccata dei due interpreti principali: Jeff Goldblum, reduce da Jurassic Park (all'epoca il più grande incasso di sempre nel mondo) e Will Smith, allora nella fase di transizione da divo del piccolo schermo a star cinematografica. Memorabile anche la campagna pubblicitaria, con il celebre teaser - pianificato prima ancora che il film fosse stato ufficialmente approvato dalla 20th Century Fox - dove viene distrutta la Casa Bianca. D'altronde pare che inizialmente la prima pagina della sceneggiatura non recasse il titolo del film, bensì la frase di lancio: "Il mondo finirà il 4 luglio."


Il patriota (2000)

Dopo l'esperienza non proprio felice di Godzilla, talmente deludente che in un successivo film giapponese viene detto che il lucertolone di Emmerich era in realtà un'altra creatura che gli americani avevano scambiato per il celebre mostro, il regista aveva bisogno d'un cambio d'aria. Dalle metropoli distrutte da alieni e creature preistoriche è quindi passato alla Rivoluzione Americana, o meglio, una versione tutta sua, storicamente scorretta fino al parossismo, dove un pezzo fondamentale di Storia statunitense viene raccontato attraverso la sete di vendetta di un uomo (Mel Gibson) che ha perso il figlio. L'operazione in sé è piuttosto efficace, ma le eccessive licenze poetiche sono forse uno dei motivi per cui il film fu sostanzialmente un flop al botteghino, portando alla rottura artistica - consenziente - fra Emmerich e Devlin, tornati insieme solo di recente per il secondo Independence Day. Ovvero: anche i migliori - in termini di incasso - possono sbagliare.


L'alba del giorno dopo (2004)

Dalla maggior parte dei suoi film forse non si direbbe, ma Emmerich è un ambientalista, a cui sta a cuore la questione del cambiamento climatico. E quale modo migliore per attirare l'attenzione di un pubblico generalmente distratto su questo tema se non attraverso il cinema? Combinando in modo efficace l'epico (vedi l'inondazione di New York) e l'intimo (la componente umana del film è affidata principalmente al rapporto padre-figlio tra Dennis Quaid e Jake Gyllenhaal), il regista torna al disaster movie ma con uno scopo che va oltre la mera esibizione di spettacolari immagini apocalittiche (il difetto maggiore del successivo 2012). Il risultato è un prodotto complessivamente intelligente, fatta eccezione per alcune banalità in sede di scrittura, che può anche vantare un lascito molto particolare: le immagini d'apertura sono state prese in prestito da Al Gore e Davis Guggenheim per il documentario Una scomoda verità.


Anonymous (2011)

E se le opere attribuite a William Shakespeare fossero il frutto della penna di qualcun altro? Una domanda che da secoli divide gli studiosi del celebre drammaturgo, talvolta con esiti sorprendenti, se si pensa che Orson Welles, uno dei più grandi adattatori del Bardo sullo schermo, era tra coloro che mettevano in dubbio la paternità artistica dei suoi scritti. Tra gli scettici possiamo includere Emmerich (ma anche un attore raffinato come Mark Rylance, che ha recitato in Anonymous perché convinto che la questione meriti una maggiore esposizione mediatica), che in questa sede anziché edifici distrugge un mito, firmando un'opera pseudostorica - anche qui la licenza poetica è onnipresente - per cercare di risolvere un enigma che continua a far discutere. Il risultato non convince fino in fondo, dato che il film è talmente colmo di errori da rendere alquanto debole la sua pretesa di svelare chi fosse il vero autore dei testi di Shakespeare, ma merita comunque una visione in quanto divertente pezzo di Storia alternativa, con tanto di reinterpretazione quasi pecoreccia della Regina Elisabetta I.

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