Il nostro saluto a Max von Sydow: i suoi ruoli più iconici

Se n'è andato Max von Sydow, tra i più grandi interpreti di tutti i tempi. In questo focus, i cinque ruoli che lo hanno consegnato alla storia del cinema.

Il nostro saluto a Max von Sydow: i suoi ruoli più iconici
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Se n'è andato a quasi 91 anni Max von Sydow, uno dei più grandi attori di sempre. Protagonista di alcuni dei film più importanti, iconici e famosi della storia del cinema, capace di destreggiarsi con personaggi incredibilmente vari, variegati e difficili, stregando per l'incredibile espressività, eleganza e presenza scenica. Da Solo una madre di Alf Sjoberg del 1949 a Kursk di Thomas Vinteberg del 2018, sono state decine le pellicole che hanno visto l'attore svedese nella sua lunghissima e prolifica carriera. Tra tutte queste, abbiamo scelto le cinque che più hanno fissato nell'immaginario collettivo Max von Sydow, leggenda senza tempo.

Pelle alla conquista del mondo

Film che ha ottenuto un grande successo sia tra il pubblico che tra la critica, vincitore della Palma d'oro come miglior lungometraggio al Festival di Cannes 1988 e dell'Oscar al miglior film straniero. Pelle alla conquista del mondo di Per Holst aveva come protagonista il piccolo Pelle (Pelle Hvenegaard) e suo padre Lassefar (Max von Sydow), svedesi immigrati in Danimarca alla ricerca di un futuro migliore a metà del XIX secolo, dopo la morte della madre di Pelle.
Non più giovane, Lassefar deve scontrarsi con l'intolleranza e la scarsa comprensione dei danesi: anche quando finalmente lui e il figlio si sistemano in una fattoria, i problemi sembrano non finire mai.
Tuttavia Pelle riesce pian piano a integrarsi, trovando una sua dimensione, cullando il sogno di girare il mondo, mentre il padre si dovrà rassegnare a essere comunque un estraneo, un emarginato, e a lasciarlo andare per la sua strada.
Max von Sydow con questo film guadagnò la sua prima candidatura all'Oscar come Miglior attore non protagonista. Candidatura assolutamente meritata, visto che l'attore svedese fu perfetto nel tratteggiare un sopravvissuto, un uomo sensibile, amorevole e allo stesso tempo fragile, vittima dei tempi e della sua epoca.

Non un eroe, non un'idealista, solo un padre che amava teneramente il figlio ed era disposto a qualsiasi sacrificio. Allo stesso tempo un uomo incapace di salvarsi, di andare oltre la propria misera condizione, di lottare contro le ingiustizie.
Circondati da una natura bellissima, ora ostile, ora alleata, Lassefar e Pelle sono una delle coppie cinematografiche padre-figlio più commoventi e riuscite di sempre, nonché la prova dell'immensa capacità di Max von Sydow di destreggiarsi con personaggi agli antipodi.

L'ora del lupo

Pochi film sono stati più inquietanti e disturbanti de L'ora del lupo di Ingmar Bergman. Forse il suo film più intimo, più personale, di certo quello dove il grande regista portò all'estremo la sua visione dell'arte, dell'artista e del rapporto di quest'ultimo con l'umanità.
L'ora del lupo parla di Johan (Max von Sydow), pittore di gran successo che, vivendo isolato con la moglie Alma (Liv Ullmann), diventa sempre di più vittima di allucinazioni, visioni terrificanti, in un mondo dove realtà e finzione hanno confini sempre più labili.
Nei panni di Johan, Max von Sydow fu semplicemente magnifico, magnetico nel donarci la visione di un uomo incapace di trovare il suo posto, la sua dimensione sia nel mondo reale, sia in quello della sua mente e creatività.
Monumento all'impossibilità da parte dell'artista in quanto tale di rimanere legato alla realtà, il film di Bergman rimane il più potente viaggio nella pazzia e nell'autodistruzione che si ricordi.

Ricchissimo di riferimenti alla mitologia, al folklore, donandoci, anche attraverso i collegamenti a Il flauto magico di Mozart, l'immagine di un uomo totalmente in contrasto con il mondo circostante.
Max von Sydow fu perfetto nel mostrarci questo alieno, questo essere assolutamente imprevedibile, circondato da un'umanità mostruosa, ferale, abitato da una sessualità incerta e torbida. Ora completamente a suo agio, ora senza alcun controllo, schiacciato dai suoi demoni.

I tre giorni del Condor

Tratto dal romanzo di James Grady, I tre giorni del Condor, diretto dal grande Sydney Pollack, ancora oggi è considerato uno dei più grandi film di spionaggio di tutti i tempi. Complessità della trama, regia precisa, capacità di creare un'atmosfera che non dà tregua allo spettatore e Robert Redford protagonista perfetto.
Allo stesso tempo, però, bisogna ricordare Max von Sydow nei panni di Joubert, una nemesi di enorme fascino, armata di eleganza, efficienza, di uno sguardo acuto con cui melanconicamente osservava il mondo pieno di traditori e doppiogiochisti in cui era costretto a muoversi.

Decostruzione e insieme elogio della figura del killer aristocratico alla James Bond, dai modi gelidamente cortesi, Joubert appariva come un fantasma di un mondo passato, ma in lui (oltre che una certa dose di autoironia e distacco), si avvertiva anche la totale assenza di ogni avversione verso il personaggio di Redford.
Quasi paterno nei suoi confronti, forse arrivando alla stima per quel giovane che aveva davanti, ma anche con lo sguardo triste e disincantato verso il mondo in cui entrambi facevano parte.
Più anti-eroe che villain, Max von Sydow fu in grado di dare a questo personaggio un fascino allo stesso tempo retrò e moderno, nel suo essere testimone della mancanza di moralità e ideali della Guerra Fredda.

L'esorcista

Sicuramente il ruolo che contribuì a fissare nell'immaginario collettivo l'attore svedese, chiamato a interpretare Lankester Merrin, archeologo e sacerdote cattolico che, nel film di William Friedkin, si trovava in Iraq per dirigere degli scavi nell'area di Ninive.
Qui veniva dissotterrata una statuetta raffigurante un demone assiro-babilonese denominato Pazuzu, che di lì a poco sarebbe stato per errore evocato a migliaia di chilometri di distanza dalla giovanissima Regan a Washington, mediante una tavola ouija (utilizzata a inizio secolo per comunicazioni medianiche).
Sarà solo l'inizio di un incubo orrendo, della possessione più famosa della storia del cinema in cui Padre Merrin e il giovane Padre Karras (Jason Miller) lotteranno con tutte le forze per sconfiggere il demone e restituire Regan alla madre e alla sua vita.
L'esorcista a distanza di decenni mantiene intatto il suo fascino e la sua straordinaria paurosità, ed ebbe in Max von Sydow un interprete capace di fare del suo fragile, ma adamantino, Padre Merrin un simbolo di ragione, conoscenza e umanità.

Lungi dall'essere imbattibile, più rassicurante che gladiatore di Dio, era ispirato a Pierre Teilhard de Chardin, teologo, studioso e gesuita tra i più famosi di sempre. Per sembrare più vecchio di quanto non fosse (all'epoca von Sydow aveva 43 anni) l'attore svedese si sottopose a ore di trucco, con la sua interpretazione che ha di certo contribuito a rendere il film un successo globale.
Un personaggio che se da una parte era vessillo di conoscenza, umanità e coraggio, dall'altro simboleggiava (collegandosi all'incubo nucleare) quegli uomini di cultura e sapere che sempre più spesso liberavano forze di cui ignoravano la potenza distruttrice.

Il settimo sigillo

Senza ombra di dubbio il suo ruolo più iconico, più importante, quello che lo ha consegnato alla storia della Settima Arte, che ne ha fermato l'algida, pallida e spettrale figura nell'immaginario collettivo.
Nel capolavoro di Ingmar Bergman, Max von Sydow era chiamato a interpretare Antonius Block, cavaliere in un medioevo dove dominavano violenza, pestilenza e terrore. Di ritorno dalle crociate in Terra Santa, trovava nientemeno che la Morte ad attenderlo sulla spiaggia, decisa a portarlo via per sempre.
La sfida a scacchi con cui Block riusciva a rimandare la sua dipartita è patrimonio universale, non solo cinematografico. È iconografia, è qualcosa di così potente ed evocativo che ancora oggi, a 63 anni di distanza, stupisce e lascia senza fiato.
L'attore svedese fu semplicemente perfetto nell'interpretare questo cavaliere astuto, disperato, così terrorizzato da una Morte che in realtà simboleggia la sua mancanza di fede in un aldilà.

Pieno di terrore, senza speranza, viscerale e attaccato alla vita senza neppure sapere cosa spera di trovarvi, il personaggio di Max von Sydow ancora oggi è uno di quelli che meglio hanno rappresentato la paura dell'ignoto, la sfiducia dell'uomo verso sé stesso, i propri simili e l'assenza di Dio.
Una paura che verrà spazzata via proprio da chi gli sta attorno, dal suo graduale comprendere che la salvezza sta nello sposare una visione della vita più laica, più vicina a credere in un Dio fatto di misericordia e amore che si manifesta negli affetti e nella famiglia.
Max, appena uscito dalla scuola d'arte di Stoccolma, fu lanciato da questo film nel 1957, che ne fece comprendere immediatamente lo straordinario talento, l'eccezionale sensibilità nel tratteggiare, con il suo volto spigoloso, ogni emozione nota dell'animo umano.

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