Il ruolo della Madre nel cinema d'autore: una figura dai mille volti

Prendendo in esame cinque grandi film internazionali, analizziamo le tante sfaccettature concettuali, allegoriche o metaforiche del ruolo.

Il ruolo della Madre nel cinema d'autore: una figura dai mille volti
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La mamma non è sempre la mamma. Già solo nel suo stretto ruolo genitoriale può assumere forme e stilemi comportamentali diversi, cambiando radicalmente parte a seconda dell'ambiente che la circonda. È un discorso che vale per ogni figura familiare - padre, figlio o anche amico -, ma nel cinema d'autore ampio spazio d'approfondimento e da protagonista si è sempre dato alla madre. È nucleo e vita e attorno a lei ruotano spesso intere strutture narrative, organizzate comunque per adeguarsi ai diversi generi d'appartenenza. Quando una madre è già nel titolo, sappiamo che nel bene o nel male, con breve o lunga distanza emotiva, quel film riuscirà a farci in qualche modo empatizzare o sorprendere, perché a noi vicino o paradossalmente lontano.

Questione di metrica sentimentale che incontra un certo grado di concettualità, perché una madre non sempre deve essere solo genitrice e genitore, potendo invece assumere validità e forme cinematografiche, allegoriche o metaforiche differenti. Partendo da questo breve assunto e attraverso cinque titoli internazionali, vogliamo provare a destrutturare questo essenziale, a suo modo potente e importante ruolo, analizzando le sue varie sfumature alla ricerca dei diversi approcci autoriali e al senso del loro utilizzo.

Amica

Non c'è una guida per essere genitori. Certamente non esiste un opuscolo informativo che indichi il metodo adeguato per essere madre. Lo si diventa e basta e si sceglie come, se e quando adeguarsi a quel ruolo, se cambiare o meno stile di vita e comportamento. Si presuppone un minimo di giudizio e capacità ma non può essere sempre vero, il che spinge a ignorare o molto spesso a sottovalutare la propria parte nella crescita di un bambino. Non c'è ovviamente giudizio, in questo, solo attestazione di molte realtà complesse che esulano da quella che tanti credono sia la normalità.
Arrivando al cinema, un ottimo esempio di tutto questo ci viene dato dallo splendido Mommy di Xavier Dolan, dove una vedova di 46 anni interpretata da una magnifica Anne Dorval deve fare i conti con il suo spirito anticonformista e con un figlio affetto da Disturbo Oppositivo Provocatorio. Incapace di tenere a freno l'irruenza e la violenza del ragazzino, la donna lo ha rinchiuso in un centro di recupero, da cui è costretta a riprenderselo. Il rapporto è sin dall'inizio teso ed equivoco, perché se da una parte c'è un figlio problematico, dall'altra c'è una madre che non sa assolutamente comportarsi come tale, preferendo invece un'innocua e inadeguata parte da amica, se vogliamo, un sostegno emotivo forte ma insufficiente. Questo si percepisce anche da una relazione decisamente viscerale e passionale, che sfocia spesso in ambito sessuale ma in modo soft, dove il ragazzo cerca contatto fisico più per necessità che per volontà, mentre la madre tende a distanziarsene, sconvolta sì ma in un certo senso compiaciuta. Un gioco drammatico in cui il personaggio della Dorval non assume mai, tranne nel finale, il suo ruolo, che invece è rimesso a un'estranea, una vicina di casa che dovrebbe essere amica e si comporta invece per il ragazzo come una madre.

Musa

Dall'anticonformismo di Mommy passiamo all'allegoria di madre! di Darren Aronofsky, un film di grande spessore concettuale, amato-odiato da alcuni per la sua esasperazione autoriale, per altri a causa di un certo ermetismo narrativo. Per decifrarne il contenuto e scioglierne il nodo tematico sono necessarie due chiavi di lettura: quella artistica e quella biblica. La prima è la più importante.
Il gioco cinematografico del regista è auto-riferito e ipertrofico, votato alla soddisfazione di un bisogno espressivo personale; una polluzione su schermo che investe lo spettatore in tutta la sua potenza vitale. Perché di vita, sostanzialmente, parla. E chi è che dona la vita per eccellenza? La donna, che nel film di Aronofsky (come d'altronde tutti gli altri personaggi) rappresenta però altro, in particolare l'ispirazione, la musa. Il compito dell'artista è quello di ingravidarla e veder maturare un'idea nel grembo dell'ispirazione, che diventa madre dell'opera, la cresce e l'accudisce, la nutre e la contempla.
L'attaccamento è viscerale e la protezione totale, perché in senso virtuoso e virtuale l'ispirazione è la miglior madre possibile per un'idea. Ma anche lei va protetta: dall'indulgenza dell'autore, dalla sua rabbia, dal suo bisogno di fama. Si innesta così un terzo piano di lettura che rende la musa anche abusata, oltre che donna e soprattutto madre. Un genitore che, nella visione di Aronofsky, è comunque destinato a perire e a non veder crescere la sua creazione, unica cosa sperata e la sola irraggiungibile. Perché un'opera è di tutti e i figli, prima o poi, bisogna lasciarli andare, nonostante il regista scelga la via della critica ai media e agli spettatori per uccidere una creazione in modo brutale. Ma il ciclo della vita ricomincia e un'ispirazione è pronta a tornare gravida ed essere madre.

Ossessione

Parlando di madri e in un certo senso di oscurità, ci sono davvero molti film che potrebbero essere presi in considerazione. Potremmo parlare della Trilogia delle Tre Madri di Dario Argento, soffermandoci con interesse su Suspiria e sul fascino e il potere del male in senso femminile e ancestrale, sulla donna che assurge al ruolo di genitrice dell'orrore, appunto. Potremmo anche soffermarci su La Madre di Andres Muschietti, che presuppone un attaccamento al ruolo e all'amore per i propri figli che trascende persino le barriere sovrannaturali, il confine tra vita e morte, divenendo malessere che infesta il mondo (così come The Orphanage).
Riflettendoci, comunque, un film in particolare, più thriller che horror, più psicologico che tetro, ci ha portato ad analizzare un aspetto molto interessante della figura della madre, filtrato però dagli occhi di un figlio. Stiamo parlando del magnifico Pyscho di Alfred Hitchcock, che nel suo storico e indimenticabile finale dà peso e sostanza a una storia mutevole e inquietante, fatta di macguffin e tensione, proprio grazie a un forte Complesso di Edipo dell'assassino nei confronti della madre. In contesto, il ruolo genitoriale femminile diventa per il figlio maschio una vera ossessione, attaccamento spasmodico che nell'opera del Maestro del Brivido perdura negli anni, apre all'omicidio e al disturbo mentale. Una fissazione talmente totalizzante e colpevole che infatti lo stesso subconscio del protagonista legge come sbagliata, riportando in vita la madre come seconda personalità e anzi affidando a lei la gelosia, il tormento e la violenza, come a volersi smarcare da ogni colpa. Una distorsione della realtà che diventa anche distorsione emotiva e rende Norma Bates e fulcro essenziale della storia.

Ricordo

Avessimo scritto un pezzo simile in riferimento al ruolo paterno, in questo paragrafo avremmo parlato senza ombra di dubbio di Big Fish di Tim Burton. Uno degli escamotage narrativi più efficaci per spalancare le porte del ricordo nella mente di un figlio è la malattia di un genitore, che diventa figura appannata del passato, più stanco, spaventoso, in qualche modo uguale ma diverso. Si ribaltano i ruoli e il dovere e il piacere di accudire un genitore passa al figlio, che sperimenta emozioni e sensazioni contrastanti a seconda del modello comportamentale e genitoriale provato sulla propria pelle.
In Mia Madre, uno dei suoi film più belli, sentiti, poetici e commoventi da lui scritti e diretti, Nanni Moretti si sofferma con il suo solito stile da commedia drammatica proprio su questo naturale scambio delle parti, mettendosi nei panni di un figlio attento e premuroso che accudisce la madre ricoverata in ospedale per scompenso cardiaco. Non c'è qualcosa che la renda differente: non una malattia neuro-degenerativa, non qualcosa di terminale e neanche alcuna forma di demenza. La mamma prima forte, donna virtuosa, decisa ma a suo modo calorosa è ora debole, reclusa negli spazi angusti di un letto d'ospedale, lontana dalla sua casa e dalla sua cultura.

Alla sua morte, diventa più forte il meccanismo del ricordo e soprattutto della scoperta della grande anima della donna, professoressa di latino rimasta nel cuore di tanti studenti. Una mamma anche per loro, in qualche modo, svincolata da legami affettivi ma legata a relazioni sociali e lavorative. Il personaggio di Moretti la interpreta in un modo, la sorella (Margherita Buy) in un altro, forse un po' più severo e sofferto, mentre terze parti in un altro ancora. Una lettura pirandelliana della madre che sa scavare a fondo nel cuore di ogni figlio, lasciando proprio come Ada (Giulia Lazzarini) un'impronta indelebile.

Guerriera

Teniamo per ultimo quello che è a nostro avviso l'aspetto - se non addirittura la ratio - di una madre che definiremo (generalizzando e semplificando) normale. Nell'ideale comune, quello anche un po' teorico e sognante, una mamma è disposta a tutto pur di proteggere il proprio figlio. Nella vita di tutti i giorni, specie se guardiamo a una madre single, questa combatte con tutte le sue forze pur di regalare al suo bambino (anche cresciuto) un mondo migliore. Lo plasma addirittura per renderlo non perfetto ma vivibile, caloroso almeno, cercando di fare spesso - se non sempre - la cosa giusta per difenderlo, anche se la cosa giusta non sempre è una cosa buona. In una sola parola, una guerriera.
Uno dei film che più di altri condensano questo aspetto nella figura di una donna persino anziana è il sontuoso Madre di Bong Joon-ho, che attraverso i suoi tratti drammatici ma melodici, onirici e toccanti, riesce a descrivere perfettamente la preoccupazione di un genitore per il proprio figlio. Alla base dell'opera del regista sudcoreano c'è una critica neanche tanto velata a un modello genitoriale ansiogeno e oppressivo, eppure con Hye-Ja (Kim Hye-Ja) l'autore mette al centro del racconto la lotta di una madre per salvare il suo unico figlio - con deficit mentale - da un'accusa di omicidio.

La certezza dell'innocenza di Yoon Do-Joon è un qualcosa di assolutamente indiscutibile per la madre, che conosce il ragazzo e sa di averlo cresciuto bene nonostante tutte le sue limitazioni. L'indagine privata della madre, una guerra personale contro un intero sistema cieco e inefficiente, si trasforma lentamente e paradossalmente in una difficile verità che fa aprire gli occhi a Hye-Ja, portando alle estreme conseguenze la sua ricerca e il suo amore per il figlio, per lei ancestrale, unico, che vale più di ogni altra cosa, più di tutto: della sua vita, della sua libertà e della sua memoria. L'azione di una guerriera disposta a ogni tipo di sacrificio pur di preservare il bene a lei più caro.

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