Il ritorno di Terence Hill al cinema: fino all'ultimo cazzotto

L'attore di Don Matteo torna in sala con Il mio nome è Thomas. Vediamo brevemente la carriera del cowboy più famoso e amato del cinema italiano.

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Proprio quando sembrava oramai determinato a chiudere la carriera dietro la sicurezza del suo abito talare, il settantanovenne Terence Hill decide di tornare, dopo 21 anni di quieto silenzio, al cinema, rispolverando - assieme a moto e abiti di scena - il proprio amore per il western e l'avventura. D'altronde, cos'altro ci si sarebbe potuti aspettare da quell'individuo con gli occhi azzurri e il sorriso furbesco perennemente stampato in faccia capace, nel giro di una manciata di film (e di qualche centinaio di cazzotti), di entrare prepotentemente nell'immaginario collettivo di mezzo mondo? In occasione dell'uscita di Il mio nome è Thomas, da lui scritto, diretto e interpretato, ripercorriamo brevemente la carriera del cowboy più famoso e amato del cinema italiano, tra successi, cult memorabili e botte da orbi.

Primi passi

Aveva solo dodici anni - e ancora un nome italiano, Mario Girotti - quando, nel 1951, Dino Risi lo notò e lo fece esordire sul grande schermo nel film Vacanze col gangster, dando il via a una lunga serie di piccole parti in ruoli adolescenziali (ma anche di collaborazioni con registi del calibro di Vittorio De Sica, Georg Wilhelm Pabst e Raffaello Matarazzo) che avrebbero occupato il giovanissimo attore per oltre un decennio. Sarà, tuttavia, proprio un ruolo marginale, quello del conte garibaldino Cavriaghi ne Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963), a sancire, paradossalmente, il successo dell'interprete italo-tedesco e a dare la spinta definitiva a una carriera che, dopo una breve parentesi in Germania come attore western e di spionaggio, esploderà definitivamente al suo ritorno in Italia.

Nascita di un mito

Leggenda vuole sia stato un caso - l'infortunio dell'attore Peter Martell - a permettere a Girotti di essere scelto dal regista Giuseppe Colizzi per il ruolo di Cat "Doc" Stevens nel suo western Dio perdona...io no! (1967) e, soprattutto, di essere affiancato per la prima volta in scena dal futuro amico e compagno di avventure Carlo Pedersoli. Con i nuovi nomi di Bud Spencer e Terence Hill, la strana coppia di attori conquisterà il mercato cinematografico nazionale e internazionale, inaugurando, di fatto, un nuovo genere in bilico tra il western oramai in declino e la commedia più fracassona, lasciandosi dietro una scia di titoli proverbiali e memorabili. Da I quattro dell'Ave Maria all'enorme successo di Lo chiamavano Trinità, fino ai cult Più forte ragazzi e Altrimenti ci arrabbiamo, Terence Hill si confonderà così sempre più con i suoi personaggi, rendendoli, tra gesti, pose e vezzi ricorrenti, più caratteristici e iconici che mai, traghettandolo inoltre - tra un virtuosismo con le carte da gioco e un'abbuffata di fagioli - indenne e immutato attraverso tre decenni di storia del cinema.

Un eterno ritorno

Dopo una breve parentesi hollywoodiana (conseguenza della buona prova d'attore in Il mio nome è Nessuno, a fianco di Henry Fonda) e qualche sporadica esperienza dietro la macchina da presa (Don Camillo, Lucky Luke, Botte di Natale), gli anni novanta (complice anche la tragica scomparsa del figlio Ross) vedranno un progressivo allontanamento dalle scene dell'attore di Renegade - Un osso troppo duro, un ritiro forzato destinato a finire solo con l'inizio del nuovo millennio e con la nascita, nel bene e nel male, di un altro personaggio a suo modo iconico. Don Matteo e la conseguente rinascita televisiva nella fiction Rai segneranno, infatti, il prepotente ritorno di Terence Hill nell'immaginario degli italiani, riportando l'attore alla ribalta e a un successo senza precedenti. Un successo solo apparentemente lontano da quell'epoca d'oro che, con Il mio nome è Thomas, Terence Hill si appresta, fuori tempo massimo e con inevitabile nostalgia, a riportare sul grande schermo.

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