Il rito delle streghe, il reboot di Giovani streghe è privo di magia

Zoe Lister-Jones si approccia a un cult degli anni ‘90 e ne realizza una versione figlia dei moderni teen drama e dell'era #MeToo.

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A metà degli Anni Novanta il pubblico femminile, ma non solo, si innamorò di un film che sarebbe poi diventato un cult generazionale del decennio, capace di rinvigorire il mito archetipico delle megere su grande schermo. Stiamo parlando di Giovani streghe, diretto nel 1996 da quell'Andrew Fleming che avrebbe poi visto la sua carriera naufragare purtroppo nella mediocrità.
Ma in The Craft, titolo originale, il Nostro aveva invece trovato il mix perfetto per aggiornare queste figure leggendarie al relativo periodo storico, ambientando il racconto all'interno della scuola presso cui le quattro, complementari, protagoniste si conoscono e mettono in piedi il loro esclusivo circolo magico.
Un cast assolutamente in parte, con Fairuza Balk e Neve Campbell sugli scudi, si trovava al centro di una vicenda ricca di spunti, impreziosita da un immaginario gothic dark e da una altrettanto accattivante colonna sonora, con diverse scene madri che preparavano il campo all'entusiasmante resa dei conti finale di derivazione horror.
Vi era perciò molta curiosità dietro all'annuncio, nel 2019, di un reboot, con l'egida produttiva di Jason Blum che avrebbe dovuto garantire l'ennesimo successo acchiappa pubblico e il ritorno del regista originale nelle vesti di executive producer. Ma in quest'occasione qualcosa non è andata per il verso giusto.

Una magia dopo l'altra

Il prologo ricalca a livello narrativo quello dell'originale, ma già nei toni e nello stile possiamo notare delle notevoli differenze. Laddove in Giovani streghe vi erano giochi di luce e un setting a tema per rendere l'ambientazione tetra e inquietante, qui l'atmosfera è più luminosa e il look del trio di invocanti se ne discosta enormemente.
Perché ne Il rito delle streghe le presunte eredi sono figure del tutto incolori, studentesse come tante altre prive di quell'anima punk e ribelle che invece caratterizzava chi venne prima di loro.
Tipiche ragazze di buona famiglia, che frequentano le discoteche e i party selvaggi e trascorrono le giornate a truccarsi e a scattarsi selfie: nulla che si addica insomma alla classica concezione degli appassionati di esoterismo e cultura dark nel mondo reale.
Ma se è vero che spesso l'abito non fa il monaco, è l'intera operazione a mancare di quel cuore primigenio e pulsante che permetta di appassionarsi al loro destino. L'arrivo del quarto elemento, la giovane Lily, non fa che peggiorare le cose.

Orfana di padre, si è appena trasferita in città per andare ad abitare nella casa del nuovo patrigno, una sorta di scrittore/santone che ha avuto tre figli maschi dal precedente matrimonio.
Quando Lily viene presa di mira da alcuni compagni il primo giorno di scuola, saranno proprio le altre tre aspiranti streghe a venirle in soccorso e a coinvolgerla nelle loro pratiche mistiche, dando il via a una serie di eventi sempre più imprevedibili e fuori controllo.

Mia figlia è una strega

Le occasioni in cui Il rito delle streghe sfiora il ridicolo involontario sono parecchie, a cominciare da dialoghi memori delle peggiori produzioni televisive degli anni ‘90: basti ascoltare il ridondante scambio di battute sulla saga di Twilight per farsene un'idea. La colpa maggiore è da imputare al completo cambio di target rispetto al prototipo, con l'obiettivo di attirare un pubblico adolescenziale e mainstream, come si evince dai pentacoli argentati dipinti in fronte o dalla martellante colonna sonora electro-rap.
Non l'unico limite di una sceneggiatura che affronta il tema dell'inclusività a tutti i costi senza un reale motivo d'essere, con la forzata e casuale bisessualità di uno dei personaggi maschili e l'ovvio rimando al movimento #MeToo, tanto che in questo la trama differisce nettamente nella gestione dei rapporti, celebrando l'etica del girl-power - l'unione fa la forza - e inserendo come improbabile villain per l'appunto un uomo.

Questo impedisce qualsiasi sfumatura caratteriale e la tensione viene depotenziata sul nascere, laddove in Giovani streghe erano le pulsioni latenti, le invidie e le gelosie a sfumare egregiamente i complessi legami tra le protagoniste.
Nessuna delle figure qui coinvolte ha un dramma reale che l'abbia spinta a invischiarsi nel pericoloso ambito della stregoneria, e il dedicarsi alle arti magiche appare più come un gioco per soddisfare piccole e immature voglie da ragazzine viziate.

Lo stesso utilizzo dei poteri viene trasformato in una sorta di vademecum relativo a incantesimi romantici e gli effetti speciali pressoché assenti, tolte un paio di sequenze in cui il tempo si ferma letteralmente davanti agli occhi increduli delle attrici e una final battle alquanto scarna, negano qualsiasi istinto di genere e così lo spettacolo nella sua concezione più ludica.

Tutte per una, una per tutte

La sceneggiatura tenta un colpo di coda nell'ultima parte, quando un'improvvisa e improbabile rivelazione trasforma il reboot in un vero e proprio sequel. Una soluzione che appare come puro fan-service, immotivato giacché difficilmente gli amanti della pellicola alla base apprezzeranno questa versione edulcorata e del tutto anonima.
La forza dell'originale risiedeva proprio nell'incisivo e rabbioso scavo psicologico: vi era chi veniva da una famiglia disastrata, chi ancora aveva perso gli affetti più cari, chi era vittima di razzismo tra le aule scolastiche e chi doveva convivere con un handicap fisico che provocava un profondo dolore. E inoltre ognuna delle protagoniste possedeva un look peculiare e un modo di approcciarsi al resto del mondo parimenti unico, con un equilibrato spazio a disposizione che permetteva di renderle tutte personaggi paradossalmente credibili.

Qui le tre compari di Lily, unica ad avere un minimo di background, risultano spente fotocopie prive di qualsiasi vissuto e viene difficile appassionarsi alla loro presenza da effettive comprimarie.
Un anonimato che risiede purtroppo anche nelle poco oculate scelte di casting: se le guest star David Duchovny e Michelle Monaghan sembrano capitate lì per caso, le quattro giovani streghe di questo nuovo corso non sono per nulla credibili e anzi risultano spesso irritanti nel loro continuo ammiccare a modelli del tutto irraggiungibili. Una mancanza di personalità riscontrabile anche nella spenta regia di Zoe Lister-Jones, che dopo il convincente esordio con Band Aid (2017) si perde qui in un'operazione totalmente fuori dal suo baricentro concettuale, trasfigurando il tutto in un infelice aggiornamento al mondo dei moderni teen-drama.

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