Il Re Leone di Jon Favreau e il cinema amanuense della Disney

Con Il Re Leone, Jon Favreau ha portato nell'era del digitale il lavoro dei "copisti amanuensi", come Gus Van Sant e Michael Haneke prima di lui.

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Tecnicamente, con Il Re Leone di Jon Favreau non siamo dalle parti del remake "scena per scena" ma poco ci manca: nel suo essere almeno per il 95% identico al trentaduesimo classico d'animazione Disney, uscito nel 1994 per la regia di Roger Allers e Rob Minkoff, il nuovo film del regista di Iron Man (leggi anche: Everycult su Iron Man) mette in scena un discorso culturale e ideologico sulla natura stessa del remake, sui suoi meriti artistici e sul livello di dipendenza rispetto all'opera originale.
Quasi a non volersi misurare con il primo Il Re Leone, perché consapevole del dover agire all'ombra della sua grandezza, Favreau opta per un rifacimento dello stesso attraverso il digitale.

È un esperimento, questo nuovo titolo remake (non) live-action della Disney, un test da milioni e milioni di dollari che si muove sulla linea sottile che separa l'esercizio di stile (ma che stile, signore e signori!) dalla riverenza totale: anche a costo di immolarsi di fronte alla critica (che infatti lo ha stroncato come fece con lo Psycho di Gus Van Sant, primo e illustre esperimento da remake frame by frame) Favreau prende il film originale e lo gira daccapo, un po' come se quello in animazione tradizionale non fosse mai esistito e l'unico modo per raccontare questo dramma shakespeariano ambientato nella Savana fosse la CGI, come se quella segnata dall'animazione tradizionale fosse l'unica strada percorribile.

Riverenza

L'ammirazione di Favreau per il film di Allers e Minkoff è palpabile nel nuovo Il Re Leone, un remake che sa di essere un remake (ce lo dicono Timon e Pumbaa, del resto, che con una divertentissima battuta commentano l'iconicità del loro brano Hakuna Matata) e ne va fiero, rifiutandosi di cambiare anche le virgole dell'opera alla quale si ispira, se non l'approccio nel realizzarla. Più che un film fatto perché si aveva la necessità di dire qualcosa, questo remake è un film fatto perché si era in grado di farlo, un passo evoluzionistico verso il futuro dell'animazione digitale (aspettando Avatar 2, Il Re Leone potrebbe essere il primo prodotto hollywoodiano ad aver superato gli effetti speciali del film del 2009 di James Cameron), e già solo per questo la sua utilità, in termini di nuovi standard, è innegabile.

Il cerchio della sala cinematografica

Se la vita è un cerchio allora lo è anche il cinema, essendo il cinema un prodotto della vita. È il più semplice dei sillogismi aristotelici, ma è fondamentale per comprendere il senso alla base del remake di Favreau.
Come il succitato Gus Van Sant e il venerato Michael Haneke dopo di lui (Psycho e Funny Games sono i due esempi più famosi fra i rari remake shot-for-shot della storia del cinema, col regista austriaco che addirittura nel 2007 rigirò negli Stati Uniti lo stesso film che aveva realizzato nel 1997), Favreau per buona parte del suo

Il Re Leone usa le inquadrature dell'opera originale come storyboard per la propria macchina da presa digitale, così come Zack Snyder aveva creato le inquadrature del suo 300 su copia-carbone dell'omonima graphic novel di Frank Miller cui il suo film era ispirato. Generalmente le seconde opere figlie di questo processo creativo tendono a essere guardate con occhio particolarmente critico dalla stampa specializzata, che ne mette in dubbio tanto l'utilità in sé quanto il valore artistico: ci sentiamo di dire però che a difesa dell'esperimento di Favreau arriva la filosofia stessa de Il Re Leone originale, quel cerchio della vita di cui parlava il Mufasa di James Earl Jones (che non a caso torna a doppiare Mufasa anche nel remake del 2019). Il leone mangia la gazzella per diventare terra quando infine muore, alimentando così l'erba che la gazzella mangerà per rinvigorire le proprie carni che a loro volta un giorno sfameranno il leone e così via, in cerchio, come un film che inizia e finisce allo stesso modo.

Come un cerchio è lo sviluppo di questo film, che si alimenta del precedente per dare origine a una sua versione tecnologicamente avanzata, lo stesso prodotto ma diverso, come Simba che diventa Mufasa ma con un look alternativo.
Il Re Leone è cinema amanuense che trasporta nel XXI secolo la pratica dei monaci basso-medievali: magari non raggiunge quello stesso valore di preservazione (a oggi, salvo rarissimi casi del ‘900, è impossibile che un'opera cinematografica vada perduta), ma di certo ne incarna gli ideali e può trasmetterne il medesimo fascino.

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