Il ragazzo invisibile e la rinascita del cinema di genere in Italia

Il ragazzo invisibile, pellicola diretta da Gabriele Salvatores, è stato un flop per il cinema di genere italiano, che sta fortunatamente tornando in vita.

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Quando si parla di intrattenimento, non ha senso tentare di indorare la pillola e/o girare attorno ai problemi. La verità è una sola. Semplice, pura, incontrovertibile: il cinema di genere in Italia è morto. Le ragioni sono molteplici, ma assolutamente non scontate. Con il passare degli anni, e per una serie di sfortunati eventi forse anche più tragicomici di quelli visti in Lemony Snicket, moltissimi registi di un certo spessore come Dario Argento o Enzo G. Castellari hanno perso il loro tocco magico, lasciando spazio a una grande quantità di commedie e di film drammatici che si sono ripetuti più volte nel tempo.

Si... può... FAREEEEE!

Ma il cinema di genere italiano è davvero morto? Inaspettatamente, qualcuno ha pensato bene di tornare a fare film di genere. Una moltitudine di autori, registi, fumettisti e creativi in generale, provenienti dai background artistici più disparati, ha provato nell'ultimo periodo a svecchiare un minimo un sistema stanco e imbolsito (con tutti i rischi e le difficoltà del caso), sforzandosi per proporre un qualcosa di diverso dal solito binomio di film pseudo comici o drammatici.
Ne sono un esempio i Licaoni con il loro Elba e il recente Twinky Doo's Magic World, Paolo Gaudio con il film Fantasticherie di un passeggiatore solitario, Domiziano Cristopharo e i suoi numerosi progetti tra cui P.O.E. Poetry of Eerie, Federico Sfascia con I REC U e Alienween, e ancora il giovane regista Daniele Misischia, sbarcato al cinema con il recente The End? L'inferno fuori (dopo aver creato anche numerosi corti tra cui il riuscito Bunnyman), senza dimenticare le produzioni del duo Lorusso/D'Antona e passando poi per opere come Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento, Il racconto dei racconti e Ride.
Un occhio di riguardo va poi anche al mondo del fumetto, oggi sempre più vicino alle case di produzione cinematografiche, come nel caso di Monolith degli autori Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo e LRNZ, o della recente trasposizione de La profezia dell'armadillo, celebre fumetto di Zerocalcare, senza tralasciare anche la casa di produzione Brando Box e l'acquisizione dei diritti dell'opera Un lungo cammino del collettivo Mammaiuto.
In questo periodo di fermento creativo, che si spera continui a crescere in maniera esponenziale per i prossimi due secoli, è uscito però un film capace di incarnare tutto il bene e il male del cinema italiano e in grado, proprio per questo, di farsi amare e odiare nel modo più puro e sincero possibile, da qui fino alla fine dei tempi.

Sono un ragazzo. Sono invisibile. Può bastare?

Gabriele Salvatores, artista dalla carriera solidissima, vincitore tra l'altro di un Oscar per Mediterraneo e sicuramente uno dei (purtroppo pochi) registi italiani conosciuti e apprezzati anche all'estero, nel 2014 ha diretto Il ragazzo Invisibile, film a tema supereroistico con protagonista il giovane attore Ludovico Girardello. Il primo, enorme merito del regista sta nell'essersi messo in gioco con un genere all'apparenza lontano dai suoi standard (ma non troppo), anche se già nel 1997 aveva provato a fare qualcosa di diverso dal solito con Nirvana, probabilmente uno dei film di fantascienza italiani più famosi in assoluto. Altro grande merito dell'operazione è quello di aver puntato al massimo sulla crossmedialità, espandendo l'universo narrativo del film attraverso romanzi dedicati e serie a fumetti, denotando quindi l'intenzione di puntare sulla freschezza dei contenuti a 360 gradi.
Un ottimo punto di partenza quindi per il primo, vero film di genere supereroistico italiano, in grado di caricare di aspettative tutte quelle persone che tengono ancora alla sorte del nostro intrattenimento, troppo spesso maltrattato e/o ignorato. Salvatores ha quindi tentato di puntare sull'innovazione e lo svecchiamento, cercando il più possibile di raccontare una storia simile a quella dei più blasonati supereroi americani, focalizzandosi però anche su una visione leggermente più intimistica dei personaggi rispetto a opere dello stesso tipo. Se quindi l'intero progetto può essere considerato davvero notevole nelle intenzioni, all'atto pratico si è dimostrato povero di contenuti e, in linea generale, mal confezionato da quasi tutti i punti di vista.
Fin dai primi minuti, infatti, il regista si è soffermato nel descrivere il mondo giovanile del presente in un modo però anacronistico. Non c'è nulla di più sbagliato del descrivere i millenials attraverso un concentrato di stereotipi in cui tutti si comportano bene e dove il male non esiste. Questo difetto non è però imputabile solo al film Il ragazzo invisibile, dato che in qualsiasi media, soprattutto negli ultimi anni, sembra essere scomparsa la capacità di raccontare la realtà giovanile, perché spiegata sempre attraverso un'ottica perbenista e politicamente corretta (basti pensare alle numerosissime fiction italiane che da anni continuano a riproporre una visione idealizzata dei giovani).
In quasi tutte le opere di finzione che tentano di raccontare il presente focalizzandosi sui millenials, non viene mai fatto riferimento alla devastante crisi economica che stiamo vivendo attualmente. Senza contare il cambiamento socioculturale avvenuto in buona parte della fascia di pubblico under 21 che non sempre, ma spesso, ha mitizzato e trasformato in veri e propri riferimenti culturali personaggi provenienti dal mondo dei social. Questi dettagli, che magari a molte persone potranno sembrare marginali, in realtà non lo sono affatto e prima o poi, per forza di cose, qualcuno dovrà prendersi la briga di raccontare una storia con protagonisti dei giovani che si comportano come tali e non come automi apatici senza alcuna personalità.

Il ragazzo invisibile, da questo punto di vista, poteva e doveva fare molto di più, cercando magari attraverso l'archetipo del supereroe con superproblemi di veicolare in modo maggiormente approfondito temi come la difficoltà di crescere, tentando però di trovare una chiave di lettura quantomeno originale, inserendola in uno scenario legato il più possibile al nostro presente.
L'opera, più che provare a raccontare una storia di supereroi all'interno di un contesto italiano come avvenuto in Jeeg Robot, si è invece sforzata di inseguire a tutti i costi l'impostazione dei film Marvel, senza però riuscirci neanche lontanamente. Il risultato è quindi un prodotto che non riesce ad andare in nessuna direzione, dato che purtroppo il lato action (che era lecito aspettarsi da un film di supereroi) è totalmente assente, soffocato da tutta una serie di scene amalgamate in maniera dubbia in cui nessun personaggio sembra realmente rilevante ai fini della storia.

Semplicemente inspiegabili poi alcune trovate presenti nel film, come il modo in cui vengono presentati i due bulli che importunano il protagonista, assolutamente fuori contesto e troppo ancorati a luoghi comuni già visti in milioni di altre opere (ancora una volta molto più vicini ai film con protagonisti gli adolescenti delle scuole americane).
Surreale poi la scena in cui i due piccoli "antagonisti" rincorrono il personaggio principale per tutta la scuola sparandogli con le armi giocattolo, nell'indifferenza generale sia degli alunni che dei professori, in grado senza problemi di riscrivere in una manciata di minuti le regole alla base della sospensione dell'incredulità.
Un altro enorme problema della pellicola, tralasciando tutta una serie di lacune più o meno gravi di livello meramente tecnico, risiede nella recitazione. In vari punti, oltre alla svogliatezza di fondo che attanaglia tutti i personaggi nel compiere anche le azioni più semplici, non si riesce a capire chiaramente quello che dicono gli attori, che in varie occasioni arrivano addirittura a mangiarsi le parole senza neanche scandirle in maniera accettabile. Sia chiaro, tutto quanto sarebbe potuto tranquillamente passare in secondo piano se si fosse trattato di un prodotto per la TV. Il problema è che qui parliamo di cinema.

A nulla servono le numerose citazioni al mondo dei supereroi presenti per tutto il film: i rimandi ai vari Spider-Man, Daredevil e Batman non aggiungono nulla al processo di worldbuilding, risultando semplicemente superflui e utilizzati con il solo pretesto di inserire un contentino per i fan dei fumetti.
Il sequel del film, che poteva realmente far evolvere il brand per portarlo su un livello del tutto diverso, non ha fatto altro che reiterare quanto visto nel primo capitolo, seppur sforzandosi di ampliarlo sotto vari aspetti, senza però riuscire mai a incidere per davvero. Il ragazzo invisibile è quindi la più grande occasione sprecata del cinema italiano di genere degli ultimi vent'anni, dato che con qualche accorgimento in più si sarebbe potuto tranquillamente creare un piccolo capolavoro in grado di fornire al nostro intrattenimento quel boost creativo che ormai in molti attendono da parecchio tempo ma che, ancora oggi, tarda ad arrivare.

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