Il Padrino: Coda - La morte di Michael Corleone per Francis Ford Coppola

Francis Ford Coppola torna un'ultima volta alla corte della Famiglia Corleone per modificare (e legittimare) Il Padrino - Parte III.

Il Padrino: Coda - La morte di Michael Corleone per Francis Ford Coppola
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Dopo il grande successo ottenuto nel 2019 con il Final Cut di Apocalypse Now, versione definitiva del capolavoro con Marlon Brando, il leggendario regista Francis Ford Coppola torna ancora una volta sui suoi passi, fermandosi però agli anni '90 e a Il Padrino - Parte III.
Con la fama di essere il fratello di minor successo dei precedenti Il Padrino e Il Padrino - Parte II, il capitolo finale della trilogia che Coppola realizzò partendo dal famoso romanzo di Mario Puzo è sempre rimasto un tarlo nella testa dell'autore, che negli anni ne ha parlato o con estremo distacco (considerava la saga conclusa dopo Il Padrino II ma accettò la regia di un terzo episodio solo per riprendersi economicamente dopo il disastro commerciale di Un sogno lungo un giorno) o con estremo rammarico (portato a termine il lavoro, non ne uscì soddisfatto).
Evidentemente, a nove anni dall'ultimo lungometraggio Twixt, a cinque dal progetto sperimentale Distant Vision e con ancora tanta voglia di fare cinema - come dimostrato dalle recenti dichiarazioni sul nuovo film Megalopolis - il rammarico ha avuto la meglio sul distacco.
Ecco quindi Il Padrino: Coda - La morte di Michael Corleone, edizione definitiva de Il Padrino - Parte III il cui scopo è quello di colmare il gap fra i tre fratelli figli di Coppola, e dare una chiusa più "dignitosa" all'intera trilogia.

Coda

Il nuovo titolo, in realtà l'originale che Coppola pensò con lo stesso Puzo durante la produzione del terzo Padrino, che la Paramount decise di scartare per questioni di distribuzione e marketing, si rifà al linguaggio musicale nel quale con "coda" si intende un epilogo, una breve sezione finale che rappresenta la conclusione di una sinfonia.
Magari non si potrà parlare di brevità - questa director's cut sfiora i 158 minuti - eppure rispetto ai pesanti e un po' claudicanti 170 minuti della versione originale, che sembrava voler rincorrere a tutti i costi le tre ore di durata solo per imitare i capitoli che lo avevano preceduto, la narrazione è incredibilmente molto più asciutta, coesa e decisa nell'esporre l'ultima storia di Michael Corleone (Al Pacino) e il passaggio generazionale rappresentato dall'ascesa del nipote Vincent Corleone (Andy Garcia).
Tutto quello che è rimasto dal montaggio originale e le varie modifiche apportate risultano funzionali alle storie dei due protagonisti, passato e futuro di una famiglia raccolta intorno a un presente che sembra sfuggire di continuo.

L'apertura è stata modificata per rievocare quella del primo Padrino, ora le parole introduttive dell'opera sono "Don Corleone, ho bisogno del vostro aiuto", ovvero una frase che sembra l'eco distante dell'incontro tra Amerigo Bonasera e il Don di Marlon Brando.
La scena che lo spettatore si trova davanti è quella della riunione tra Al Pacino e l'arcivescovo, una sequenza che nel montaggio originale arrivava intorno alla fine della prima ora di narrazione.
Si tratta di un incredibile gioco di prestigio di Coppola, che quasi a voler dimostrare accademicamente l'importanza del montaggio nel cinema sposta la scena all'inizio e conferisce nuova enfasi alle storie dei personaggi e a tutta l'opera.

Non solo il tema fondamentale del film - quello dell'espiazione e del pentimento - viene introdotto nei primissimi minuti, ma lo stesso accade anche all'ambientazione romana, allo sfondo del Vaticano e al legame che quest'opera ha sempre avuto con fatti di cronaca reali che, per quanto qui romanzati, si intersecano spregiudicatamente alla storia di Michael.
Anche la disperata ricerca del mélo appare più lucida e focalizzata, la storia d'amore "incestuosa" tra Vincent e Mary Corleone (Sofia Coppola) arriva più immediata e non gira mai a vuoto, e al viaggio in Sicilia viene donato un afflato malinconico che trova il suo contrappunto nel rapporto tra Michael e Kay (Diane Keaton), il cui rinnovato sapore agrodolce non lascia indifferenti.
Il Padrino: Coda - La morte di Michael Corleone ha una forza elegiaca commovente e drastica, una lettera d'amore e mestizia scritta dal suo regista nei confronti di un film spesso troppo bistrattato, che adesso riemerge per prendersi tutti gli applausi che gli vennero negati all'epoca.
Siamo di fronte all'edizione definitiva dell'ultimo atto di un capolavoro, una chiosa finale che riesce a valorizzare tutti i propri punti forti e allo stesso tempo far finta che i deboli non siano mai esistiti.
Ma la verità è questa: di bisogno di una Parte III della saga de Il Padrino non ce n'era mai stato, e qualunque fratello minore avrebbe fatto pessime figure con gli altri due.

Questa Coda sembra essere cosciente di far parte di un'altra famiglia, non mira minimamente a quei termini di paragone che invece la definizione "Parte III" ha sempre implicato e, come un lontano parente - un cugino magari - intesse relazioni, ma lo fa con distacco.
Del resto per un'operazione del genere bisogna poter guardare tutto dalla giusta prospettiva e Coppola, che in questo ha pochi eguali nella storia del cinema, l'ha trovata in maniera encomiabile.
Una prospettiva che ora, molto più di prima e ancor più di quanto non sia accaduto con The Irishman di Martin Scorsese, ha inquadrato tutto il senso di rassegnazione, di inferiorità, di mestizia, pentimento e redenzione che quest'opera ha sempre avuto, ma per troppo tempo celato. E che il nuovo finale, la chiusa di un cerchio che sa di destini segnati ed eternità, finalmente mette in risalto.

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