Il mondo degli Ultras al cinema: quando il tifo diventa violento

Approfondiamo il mondo degli Ultras al cinema: dal cult anni Novanta all'ultimo di Lettieri, passando per un capolavoro di Stefano Sollima.

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Nel 1991, Il silenzio degli innocenti vinse l'Orso d'Argento a Berlino per la miglior regia. La pellicola, con Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter, sbancò poi gli Oscar per i premi più importanti. Forse non tutti ricordano, però, che il riconoscimento assegnato a Jonathan Demme dalla giuria del festival tedesco fu ex-aequo con un film infinitesimamente più piccolo, italiano, destinato a diventare un cult. Stiamo parlando di Ultrà, opera seconda di Ricky Tognazzi, che per la prima volta nel nostro Paese concentrava l'attenzione sulle curve violente, sulle rivalità tra tifoserie nemiche e sul rapporto con le forze dell'ordine.
Si capisce molto dell'Italia di quegli anni, di cosa significava venire dalla periferia e dei legami tra generazioni diverse attraverso il film con Claudio Amendola e Ricky Memphis, così come possiamo avere un'ottima panoramica sulle tensioni sociali dei nostri giorni grazie ad A.C.A.B - All Cops Are Bastards, l'esordio al cinema di Stefano Sollima del 2012.
L'opera prima di Francesco Lettieri, Ultras, uscita in questi giorni su Netflix, fornisce anch'essa uno spaccato generazionale, non solo di Napoli e dintorni, proseguendo un filone capace di raccontare l'appartenenza pericolosa a una gang e non solo.

Ultrà, di Ricky Tognazzi (1991)

Il film generazionale che non ti aspetti. Rivedere oggi Ultrà significa, innanzitutto, tornare a quella stagione del cinema italiano in cui i figli d'arte si discostavano dai sentieri battuti dei propri padri e maestri: La scorta e Vite Strozzate (Tognazzi), ma anche Ragazzi fuori, Mary per sempre e Il muro di gomma (Marco Risi) segnavano la necessità di raccontare la fine delle illusioni degli anni Ottanta, lo smarrimento dei ragazzi di periferia, fino ad allora poco rappresentati sul grande schermo.
Principe (Claudio Amendola) è un capo ultrà romanista appena uscito dal carcere. Durante la detenzione, la sua ragazza si è messa con Red (Ricky Memphis), il miglior amico, col quale quindi dovrà fare i conti.

Queste le premesse di un'opera assolutamente inedita in cui fin dai primi minuti si notano molte buone idee, a partire dallo sguardo di Fabietto, il fratello undicenne di Cinzia, affascinato dalla guerriglia da stadio che farà da filtro tra noi e i personaggi fino al finale. C'è tutto quello che ci si può aspettare da un racconto del genere.
L'appartenenza al branco, un certo gusto divertito per la trivialità romanesca (cifra stilistica, molti anni dopo, di Romanzo Criminale - La serie e i successivi epigoni ambientati nella Capitale), il desiderio di emanciparsi dalla strada ma soprattutto un collante ancora forte tra generazione diverse, in cui i più grandi, nonostante angosce e disillusione, facevano ancora di tutto per preservare l'innocenza dei più piccoli.

In tal senso, dobbiamo ricordare l'intuizione più felice di Ultrà, il fatto cioè che più della metà della vicenda è ambientata sul treno notturno da Roma a Torino (direzione trasferta: Roma-Juventus). A bordo la brigata Veleno ne combina di tutti i colori, tra birre, spinelli, cori e atti di nonnismo in cui però non ci si dimentica mai, o quasi, di badare all'incolumità di Fabietto (un giovanissimo Alessandro Tiberi, poi protagonista della serie Boris). Esordio al cinema di Ricky Memphis (scoperto grazie al Maurizio Costanzo Show: faceva il manovale e scriveva poesie metropolitane), ruolo da cattivo per Claudio Amendola e una Roma decentrata, rarefatta e alienante che assomigliava alle strade e ai palazzoni anonimi di Berlino Est.

A.C.A.B - All Cops Are Bastards, di Stefano Sollima (2012)

Stefano Sollima approda al cinema dopo il successo di Romanzo Criminale - La serie conservando gli sceneggiatori Barbara Petronio, Daniele Cesarano e Leonardo Valenti. Il film, in effetti, potrebbe assomigliare a una bellissima puntata di una serie antologica sui problemi del nostro Paese, con un plot multistrand che riesce a raccontare separatamente e insieme personaggi simili e diversi, ma soprattutto scritti ottimamente e fortemente caratterizzati.
Insieme a Diaz, di Daniele Vicari, sempre del 2012, è forse il film più coraggioso di quella stagione, per la capacità di affrontare un tema spinosissimo (l'abuso di potere delle forze dell'ordine e un tendenziale orientamento verso l'estrema destra di alcuni corpi speciali) senza manicheismi o particolari giudizi.
In questo caso, a essere protagonista è la controparte degli ultras, ovvero il reparto antisommossa della celere impiegato nel lavoro sporco tra stadio, proteste e manifestazioni pericolose.

A Sollima, come fu per suo padre Sergio, che talvolta faceva affiorare una visione politica delle cose e dei rapporti di forza, interessa l'aspetto più tragico e misero della lotta di classe, ovvero la guerra fra gli ultimi nel silenzio delle istituzioni. Ecco quindi che A.C.A.B risulta attualissimo, con slogan urlati da poliziotti deviati e skinhead come "l'Italia agli italiani" e "padroni a casa nostra", capaci di riversare rabbia e odio verso tunisini, rumeni e albanesi.

Anche i tifosi delle curve, dunque, per Cobra, Mazinga, Negro, Carletto e la nuova recluta Adriano (bravissimi Favino, Giallini, Nigro, Sartoretti e Diele) sono da combattere con tutta la veemenza possibile in quanto nemici dello Stato. Stavolta, il senso di appartenenza a un gruppo di compagni fedeli ha che fare con un senso di amicizia malato tra atti criminali di giustizia privata e fascistoide.

Sullo sfondo di fatti di cronaca realmente accaduti come lo stupro e l'omicidio di Francesca Reggiani nei pressi di un campo rom, gli omicidi del laziale Gabriele Sandri e l'ispettore Raciti e l'accenno ai fatti del G8 di Genova, che rinnovano e alimentano la tensione di tutti i personaggi, l'opera di Sollima è un concentrato adrenalinico di ritmo, grande tecnica, uso della musica e direzione degli attori. Un capolavoro, disponibile su Netflix. Potete leggere qui la nostra recensione completa.

Ultras, di Francesco Lettieri (2020)

Il regista napoletano, autore dei videoclip di Liberato (che qui firma le musiche), Motta e Calcutta, parte proprio da Sollima, e dalla sua Gomorra, per raccontare la propria visione del tifo violento. Qui trovate la nostra recensione del film. Ultras parte dagli assunti dei film che lo hanno preceduto, ovvero che il senso di appartenenza alla curva o comunque a un gruppo all'interno del quale spalleggiarsi (compagni o branco a seconda dei punti di vista) sopperisce a uno Stato assente e più in generale allo sgretolamento delle istituzioni sociali. La storia è quella di un capo ultrà tentato di abbandonare la vita pericolosa degli scontri e delle trasferte a causa degli anni che passano e grazie all'incontro con una donna. Il risultato è buono ma aggiunge poco alla riflessione, agli spunti e alle intuizioni del filone in cui si inserisce, tranne forse per un punto su cui è bene soffermarsi.

Nel film, vediamo tre classi d'età. Gli "anziani", fondatori della gang e detentori del potere d'azione e della memoria storica inerente a trent'anni di tafferugli contro tifosi nemici e forze dell'ordine. I "giovani", tra i venticinque e i trent'anni, ansiosi di ribaltare la gerarchia e mossi da una sfrontatezza che non rispetta i codici e le regole non scritte. Infine i "giovanissimi", ancora outsider, rapiti dalla fascinazione per l'(anti)epica delle imprese compiute dai loro modelli di riferimento.

Se in Ultrà e A.C.A.B. si registra un rapporto tutto sommato conciliante tra le varie generazioni, in cui il confronto, almeno nelle intenzioni, porta più che altro benefici al proprio nucleo d'appartenenza, l'esordio di Lettieri ci parla invece di uno scontro a ogni livello. E i contrasti non avvengono solo tra una classe e l'altra, ma anche all'interno di ogni gruppo, segnando la tendenziale dissoluzione di quello spirito di appartenenza cameratesco o soltanto goliardico e protettivo dietro cui ci si barricava, nel bene e nel male, per tenere insieme i pezzi di una società allo sbando.

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