Il mito hollywoodiano: fama, divismo, talento e bellezza a confronto

I canoni estetici venduti da Hollywood al grande pubblico nel corso dei decenni hanno impattato in maniera considerevole nella nostra società. Perché?

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Hollywood, da sempre, rappresenta per moltissimi artisti uno dei più prestigiosi traguardi a cui aspirare, quasi come se fosse la meta più ambita in assoluto per ottenere una sorta di riconoscimento definitivo sul proprio valore.
Nonostante la stessa industria cinematografica sia stata spesso protagonista nel corso dei decenni di numerosi scivoloni (da questo punto di vista vi consigliamo gli articoli dedicati ad alcuni registi lasciati ingiustamente nel dimenticatoio), è innegabile doverne riconoscere al tempo stesso l'enorme importanza massmediatica capace di creare dal nulla (o quasi) dei veri e propri divi a tutto tondo in grado a loro volta di dettare mode e tendenze.
Ma quali sono i motivi che hanno reso Hollywood una potenza così grande all'interno del mondo dell'intrattenimento e, soprattutto, che hanno portato alla nascita stessa del concetto di divismo e di tutti i benefit a esso collegati?
In questo speciale proveremo ad analizzare nel dettaglio alcuni concetti della nostra società legati a doppio filo con la mitologia hollywoodiana, capace di travalicare senza problemi i confini della settima arte per toccare anche gli aspetti più infinitesimali della vita che viviamo tutti i giorni.

Un divo è per sempre

Con l'avvento del cinema, il concetto legato alla fama di un singolo attore si è inevitabilmente espanso a dismisura arrivando, già nei primi decenni del '900, a diventare un vero e proprio fenomeno di costume capace di smuovere ingenti quantità di denaro.
Se infatti già attraverso il teatro in alcuni casi era stato possibile avvertire un fenomeno di questo tipo, la sempre crescente popolarità dei più svariati media (non solo il cinema, ma anche le radio, i giornali, la tv e poi internet) ha via via trasformato gli attori in delle vere e proprie divinità del nuovo millennio, personificazioni concrete di uno status symbol tanto perfetto quanto, il più delle volte, semplicemente inarrivabile.
Emblematici, ad esempio, i casi relativi alle figure di Rodolfo Valentino (il famosissimo attore italiano tra i più celebri del cinema muto) o di Greta Garbo (semplicemente una tra le attrici più conosciute di tutti i tempi).
Fin dall'inizio così, le major hollywoodiane hanno capito il trend giusto da cavalcare, sforzandosi a tutti i costi di replicare all'infinito la formula di tale successo, portando nell'olimpo cinematografico numerosi attori e attrici di talento fornendo così le basi per quello che nei decenni successivi si sarebbe di fatto trasformato nel sogno hollywoodiano.

L'onnipresente concetto americano del self-made man - cioè della persona capace di costruirsi il futuro basandosi esclusivamente sulle proprie forze - ha inevitabilmente intaccato in maniera pronunciata l'intero mondo della settima arte.
I divi (recenti e non) hanno una storia personale spesso travagliata, e sono capaci di arrivare al successo mondiale partendo da lavori assolutamente umili slegati dal mondo del cinema, dopo innumerevoli sforzi e fatiche.
Hollywood ha così creato un modello sociale a cui ambire, capace di attecchire nel nostro subconscio in maniera tanto silenziosa quanto implacabile, rendendoci di fatto parte integrante del grandioso sistema massmediatico cinematografico, atto a venderci la formula vincente della felicità, cioè raggiungere uno status sociale prestigioso quanto ammirevole.
La forza intrinseca dietro alla figura dei divi, non solo idolatrati in vita ma anche (forse più) dopo la loro morte, ha così fornito a intere generazioni di persone delle vere e proprie guide artistiche a cui ispirarsi, capaci di catturare tanto la mente quanto il cuore di un numero davvero elevato di individui.
Personaggi altamente iconici come Marlon Brando, Audrey Hepburn o Marylin Monroe sono diventati con il tempo delle vere e proprie leggende, trascese a simbolo di una settima arte capace di rendere persone comuni figure virtualmente immortali, in grado di superare indenni lo scorrere dei decenni, perché radicate profondamente nel nostro immaginario collettivo.

Una Hollywood quindi in grado di trasformare i sogni dell'uomo comune in realtà, vera e propria prosecuzione spirituale del mantra legato al sogno americano e alla terra delle opportunità, in cui tutto, se compensato dal duro lavoro e dalla perseveranza, può diventare possibile.
Un concetto sicuramente affascinante, che in taluni casi si è rivelato anche molto efficace, seppur ovviamente non del tutto scevro da numerose problematiche, visto che non sempre al grande talento di taluni attori, scrittori, registi (e addetti ai lavori in generale) ne è conseguito un successo di pubblico di pari livello.

Perfezione raggiungibile o utopia fuorviante?

Al grande merito dell'industria hollywoodiana di essere riuscita a creare delle vere e proprie icone mondiali, si sono tuttavia affiancati modelli sociologici in realtà non così virtuosi, attraverso una lenta quanto costante ricerca della perfezione a tutti i costi da parte della collettività.
Se pensiamo infatti all'evoluzione stessa del fenomeno legato al divismo degli anni '80, che vede nelle figure di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger alcuni tra i suoi massimi esponenti, diviene palese l'intenzione della stessa Hollywood di aver puntato ancora di più sull'aspetto esteriore, attraverso un cinema muscolare talvolta capace di mettere in primo piano la fisicità degli attori piuttosto che le loro (seppur presenti) doti attoriali.
Ma se c'è un aspetto che si è radicato in maniera indelebile nella nostra società odierna, è senza ombra di dubbio quello legato al concetto stesso di bellezza perfetta.
L'industria cinematografica (soprattutto a trazione americana) ha infatti creato tutta una serie di canoni estetici a cui gli stessi attori hanno in realtà dovuto adeguarsi, coinvolgendo e condizionando di conseguenza lo stesso pubblico.
Da sempre i divi di Hollywood sono stati venduti come dei sex symbol, pedine di un vero e proprio immaginario iconografico a sé stante capace in brevissimo tempo di diventare lo standard per qualsiasi altro campo dell'intrattenimento.

Siamo stati bombardati in maniera costante (tanto dalle pubblicità in tv quanto dai cartelloni pubblicitari, per arrivare a internet) da dei veri e propri modelli di bellezza sicuramente variegati ma tendenti a una sorta di perfezione fisica e concettuale, raggiunta però anche grazie a tutta una serie di accorgimenti quali allenamenti estenuanti, sedute di make-up (e qualsiasi altra pratica atta a migliorare l'aspetto di un singolo individuo) in realtà, almeno sulla carta, non proprio alla portata di tutti.
Un'idea quindi di perfezione a tratti artefatta, quasi irraggiungibile, ma che è in realtà diventata il nostro metro di giudizio inconscio per qualsiasi rapporto interpersonale, quasi a voler cercare di riprodurre nella realtà determinati canoni di bellezza spesso portati semplicemente all'eccesso (adatti appunto a un film e non alla realtà di tutti i giorni).
Una sorta di escalation del culto dell'immagine che, nel corso di questi ultimi dieci anni, ci è semplicemente esplosa in mano, andando a soffocare l'importanza della bellezza al naturale di tutte le persone.

Anche il web da questo punto di vista non ha fatto altro che alimentare ancora di più il culto dell'immagine e della perfezione, arrivando a omologarsi verso standard di bellezza talvolta "pacchettizzati", in cui la perfezione fisica fine a se stessa (e non legata al concetto di automiglioramento personale) è diventata in numerose occasioni l'unico modello sociale a cui ambire, mettendo da parte qualsiasi altra qualità intrinseca dell'individuo.
Un culto dell'immagine sicuramente non da demonizzare a spada tratta ma che, volente o nolente, ci ha reso tutti molto più insicuri.
Un ideale di bellezza talvolta semplicemente sfalsato, basti pensare alla difficoltà di moltissimi film statunitensi nel mostrare la propria popolazione in sovrappeso (aspetto assai comune in realtà in America), focalizzandosi invece su una versione alternativa della realtà, una sorta di storytelling socioculturale incapace di giocare a carte scoperte ma, anzi, dedito a qualsiasi trucco percettivo per vendersi nel modo migliore possibile agli occhi del mondo.

Il mito hollywoodiano ci ha mostrato con gli anni anche le sue idiosincrasie , venute a galla sicuramente non per colpa delle nuove tecnologie ma per il cattivo uso che se ne è fatto, dando sempre più importanza all'apparenza rispetto alla sostanza.
Ma d'altronde, fin quando l'industria hollywoodiana (così come tutti i media che le gravitano attorno) continuerà imperterrita a vendere determinati modelli, sarà davvero difficile vedere una sana inversione di tendenza rispetto a questioni che nel prossimo futuro avranno, molto probabilmente, un impatto ancora maggiore di quello attuale.

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