Il meglio di M. Night Shyamalan in Glass

Approfondiamo nel dettaglio gli elementi positivi che rendono il terzo film dell'Universo Cinematografico shyamaliano un pregiato thriller psicologico.

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Lo abbiamo già sottolineato in modo approfondito nella nostra recensione, il nuovo Glass di M. Night Shyamalan si presenta come un film fortemente divisivo. Ha generato grande dissenso soprattutto tra i colleghi d'oltreoceano, che tendenzialmente hanno giudicato il film non di pari livello rispetto ai precedenti Unbreakable e Split, sottolineandone l'irrilevanza contenutistica e l'inutile protrarsi del gioco artificioso shymalaniano. Un disastro per molti, bollato addirittura come "il peggiore della carriera del regista", ma la verità è che scadere nel melodrammatico non fa mai bene al senso critico, così come elogiare all'eccesso i soli pregi di un titolo non ne cancella i possibili o evidenti difetti.
In film come Glass è però importante tenere sempre bene in mente le intenzioni del regista, non le aspettative del singolo o della massa (che contano comunque). Questo perché l'intero comparto stilistico o narrativo del progetto deve almeno attenersi alla visione dell'autore, non alle idee o agli sviluppi che attendevano i fan.
Per questo Glass è divisivo: perché sa essere impareggiabile nella forma ma punitivo verso le aspettative, specie su di un piano contenutistico, tanto da arrivare a creare due grandi poli opposti di appassionati e professionisti pronti a utilizzare ogni strumento per elogiare o affossare il film.
Per quanto ci riguarda, abbiamo già spiegato perché Glass funzioni e anche perché possa effettivamente arrivare a deludere parte dei futuri spettatori, ma in questa sede a interessarci è esclusivamente il meglio di M. Night Shyamalan in Glass, che al netto dei difetti è davvero tanto materiale.
Ne parleremo nel dettaglio, analizzando parte della regia e diverse sequenze, quindi vi inviamo a non procedere oltre, così da evitare sostanziose anticipazioni.
[ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

Un thriller... "in forma"

Quello che sorprende già dopo pochi minuti dall'inizio di Glass è il ritrovato e benvenuto estro creativo del regista. Poche volte Shyamalan ha saputo coniugare agilmente e con coerenza forma e contenuto all'interno di un suo lavoro, tra i quali spicca sicuramente Unbreakable. Lì, oltre a pensare e strutturare sotto forma di thriller una storia profondamente radicata nella cultura fumettistica (riconoscendone prima di tantissimi altri la valenza artistica e agendo in modo analitico sulla tematica dualistica massima del media - bene e male, eroi e cattivi), il regista ha al contempo creato due personaggi formidabili dirigendoli con mano virtuosa, intraprendente e sicura.
Pochi altri film di Shyamalan possono vantare onestamente una ricercatezza formale tanto accurata, così limpida nella sua bellezza tecnica, tanto studiata nelle inquadrature quanto rigorosa nella messinscena, e Glass è proprio uno di questi. L'autore recupera infatti il suo talento visivo messo ultimamente quasi sempre in secondo piano, vuoi una volta per aderire ai freddi canoni del mokumentary, vuoi un'altra per concentrarsi più sull'atmosfera e la scrittura. Si legga come lo si vuole, questo ritorno ai fasti monumentali di un'estetica raffinata e studiata accuratamente scena per scena, che aderisce inoltre come pelle sempre nuova alle sequenze, vestendole di magnifico, è uno dei più grandi pregi di Glass.
In questo caso, Shyamalan lavora d'intuizione, tentando spesso e volentieri di catturare l'anima stessa di una sequenza con trovate mai limitanti, ma definite; a volte essenziali, a volte pregiate. Si inizia già in apertura, ma il sottoinsieme più significativo del film si trova quasi tutto al Raven Hill Hospital, l'ospedale psichiatrico dove vengono portati Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), David Dunn (Bruce Willis) e Elijah Price (Samuel L. Jackson).
Il regista sfrutta con intelligenza i punti visuali, i movimenti di macchina, lo spazio e gli interpreti per confezionare in fase di montaggio alcune scene memorabili o semplicemente belle e funzionali. Prendiamo in esempio David Dunn.

È rinchiuso in una stanza insonorizzata ricoperta da un sistema di tubature e bocchettoni direttamente collegati a un'apposita cisterna piena d'acqua, che sappiamo essere la sua kryptonite. Il meccanismo non viene mai attivato se non una sola volta, ma l'occhio scenico di Shyamalan sa perfettamente che vedere un uomo venire atterrato da getti d'acqua da ogni dove ha una valenza cinematografica - intesa come d'impatto - poco elevata, ed è così che volge lo sguardo all'eleganza.
Basta un'occhiataccia in lontananza - da una cella all'altra - tra David e Kevin, che lo stacco passa all'esterno, sfumando apparentemente la tensione per inquadrare la cisterna. È lì, fissa e morta nella sua natura d'oggetto, ma qualcosa dentro comincia a muoversi: l'acqua è chiamata in servizio nella stanza di David, mostrando praticamente off-screen il tentativo di rivolta del Sorvegliante, con un artificio registico grezzo ma al contempo brillante.

Regia e personalità

E ancora: il cambio di personalità di Kevin. Qui apriamo una parentesi sull'altro grandissimo aspetto positivo di Glass, che sono i suoi interpreti. Sì, Bruce Willis invecchiato e stanco funziona insospettabilmente bene nei panni di Dunn, così come Samul L. Jackson dà carisma e intelligenza al suo Mr. Glass (tra l'altro al centro di due plot twist), ma la performance più stratificata e impressionante è sicuramente quella di McAvoy nelle 24 identità dell'Orda.
È necessario mantenere la massima concentrazione nello switch delle varie personalità, così da non ricalcarne aspetti unici o sottigliezze nei continui passaggi, creando di fatto personaggi sempre nuovi, diversi. E McAvoy non sfrutta soltanto l'interpretazione facciale o vocale, perché le varie identità sono soprattutto riconoscibili nella gestualità e nell'articolazione del corpo, più e meglio di quanto fatto in Split - forse per la maggior sicurezza. Affascina e incanta, stupisce e sconvolge con le sue interpretazioni: caricaturali, sessuali, intime, volgari. È semplicemente (in)credibile nelle parti, un asso dello switch.
Ricollegandoci allora al discorso registico - come sottolineato nella recensione -, in Glass tutto questo è stato anche possibile grazie alla valorizzazione che Shyamalan ha voluto dare alla prova interpretativa di McAvoy, restando sia incollato al viso e ai suoi micro mutamenti, sia sfruttando il piano sequenza "a giro" per creare almeno due sequenze spettacolari. Si è riusciti a raggiungere questo connubio ultra-dinamico ed efficace grazie all'utilizzo della kryptonite dell'Orda: le luci stroboscopiche.
Esattamente come David, anche Kevin è rinchiuso in una stanza del Raven Hill Hospital, ma a tenere a bada il paziente più problematico è una struttura completa di luci psichedeliche piazzata davanti alla porta, così da fermare un'eventuale fuga di Kevin, bloccando di fatto i piani degli esponenti più ribelli. Sfruttando questo geniale espediente, Shyamalan confeziona alcune scene sorprendenti, su tutte due: una che vede diverse personalità di Kevin tentare di ingannare un inserviente (l'uso che fa del corpo, qui, è davvero superlativo!) e un'altra, importantissima, che lo vede cambiare identità a una velocità disumana, senza mai sbagliare intonazione, espressione facciale o segni distintivi di una Patricia o di un Hedwig. Magnetico, istrionico ed eccezionale.

Per concludere, infine, altro grande elemento positivo di Glass è parte della scrittura di Shyamalan, soprattutto quella dove l'autore tenta e riesce a instillare il germe del dubbio nella mente degli spettatori, trascinandoli a forza in un percorso di pscinalisi dell'incredibile - l'apice si trova nella scena della Stanza Rosa. Qui il regista scardina convinzioni, disseziona i supereroi e la concezione stessa di soprannaturale per arrivare a un'attestazione stordente: non esiste niente di tutto questo.
E per dimostrarlo lo spiega: col montaggio, con le parole, con le facce tra il rassegnato, il furioso e lo sconvolto dei protagonisti. Noi stessi ci ritroviamo esterrefatti e increduli, anche se non del tutto convinti. Il dubbio è però lì, ormai parte del nostro organismo cognitivo e di quello di Kevin, David ed Elijah, e fidatevi che così rimarrà fino alla fine del film.

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