Cannes 2013

Speciale Il grande Gatsby

Apettando Il grande Gatsby

speciale Il grande Gatsby
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In attesa dell'uscita nelle sale, domani, de Il Grande Gatsby a firma di Baz Luhrmann (celebre regista di Romeo + Giulietta, Moulin Rouge, Australia) con Leonardo Di Caprio nel ruolo di Jay Gatsby, Tobey Maguire in quello di Nick Carraway e Carey Mulligan nei sontuosi panni di Daisy Buchanan, eccovi un piccolo speciale per ripercorrere insieme i ‘luoghi' chiave del romanzo e le trasposizioni cinematografiche a oggi realizzate. Riuscirà il regista australiano a riproporre su schermo l'anima del best seller di Fitzgerald? Certamente la sfida si preannuncia impegnativa perché come tutti i capolavori letterari che sono riusciti a imprimere nell'immaginario collettivo il proprio segno distintivo, il passaggio dalla carta stampata all'immagine (per quanto curato e in linea teorica aderente) nasconde sempre dietro l'angolo la possibilità per il regista di fallire, ovvero deludere il pubblico mancando di far coincidere il proprio film con la storia che ognuno di noi, attraverso l'elaborazione privata e la fantasia, ha riscritto pagina dopo pagina.

Il simbolo letterario di un'epoca

Vero e proprio punto di riferimento della narrativa americana moderna, nonché simbolo letterario rappresentativo dei Roaring twenties, delle cosiddette flappers (le ‘maschiette' con capelli corti e sigaretta in bocca), dell'Età del Jazz e della generazione perduta di quell'America attraversata da nuovi ricchi legati al boom dei traffici illeciti ma prossima a occultare sotto le macerie della Grande Crisi l'illusione del sogno americano, Il Grande Gatsby rappresenta senza dubbio un'opera dal simbolismo senza pari. Scritto da Francis Scott Fitzgerald tra il 1923 e l'autunno dell'anno seguente, The Great Gatsby racchiude infatti con estrema sintesi e lucidità narrative tutta l'essenza di una disillusione amorosa, esistenziale e sociale che trova nel personaggio di Gatsby la sua massima incarnazione. Storia di un uomo fatalmente devoto al suo sogno amoroso e disposto, pur di ghermirlo, a mettere in gioco tutto sè stesso e finanche la sua identità, il cuore significativo de Il Grande Gatsby vive infatti e si autodefinisce sostanzialmente nelle due frasi d'apertura e di chiusura dell'opera. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu ", riferisce nell'incipit la voce narrante Nick Carraway alludendo a quel vantaggio sociale ed economico di cui Gatsby sarà il simbolo pur senza esserne reale rappresentante, riducendosi anzi ad esserne infine mera vittima sacrificale. La pulsione e la frizione di una condizione di agiatezza che in quegli anni conviveva con la miseria periferica e i prodromi dell'imminente depressione segna inesorabilmente il tessuto esistenziale dell'opera che, dall'inizio alla fine, vive nella continua trazione tra la volontà di raggiungere il sogno racchiuso in quella luce verde che ossessiona Gatsby e che risplende al di là della baia, e la latente nonché dolente consapevolezza che più ci si approssimi a quel bagliore e più, inesorabilmente, il sogno ivi racchiuso sia destinato a svanire. Un sogno di fatto già archiviato in un passato inafferrabile e che si materializza nell'impossibilità di vivere appieno il presente o nella speranza di un futuro perché, in fondo, impotenti "Continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato".

Il romanzo al cinema

Le riduzione cinematografiche a oggi realizzate del capolavoro letterario di Fitzgerald ammontano a tre: la prima è la versione muta del 1926 (una versione introvabile e molto probabilmente andata perduta), la seconda quella del 1949 diretta dal regista Elliott Nugent con Alan Ladd e Betty Field, mentre la terza e senza dubbio (a oggi) più celebre quella datata 1974 (disponibile in Blu-Ray grazie a Universal) per la regia Jack Clayton e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola, interpretata dalle star Robert Redford e Mia Farrow. Quella di Clayton è la prima trasposizione ‘moderna' del romanzo ed è un'opera che poggia in particolar modo sul binomio costituito dalla fragile ed etera bellezza della Farrow e dal fascino aristocratico di Redford. La scelta, tutta estetica, è quella di evidenziare in tutti i suoi paradossi la differenza tra lo stato aureo (la casa dei Buchanan è sempre avvolta da una estatica luce lattiginosa mentre quella di Gatsby è un miraggio destinato a svanire) dell'indifferenza della ricchezza e la polverosità di una periferia in cui l'occhio vigile di Dio (l'imperante manifesto da cui spiccano gli occhi inquisitori del dottor T. J. Eckleburg) non riesce a salvare dalle differenze sociali che infine torneranno a dettare la loro supremazia, rimettendo ogni esistenza al proprio posto e concedendo ai ‘ricchi' che siano "altri a ripulire il macello che avevano fatto". Un'impostazione molto curata nei costumi e funzionale nell'uso di primi piani che inquadrano da vicino il fil rouge drammatico che accomuna quasi tutti i personaggi (fatta eccezione per Nick Carraway e Jordan Baker che assumono il ruolo di mere guide e testimoni), a partire dalle illusioni dello stesso Jay Gatsby passando per l'edulcorata infelicità dei Buchanan e per finire nella evidente, ineludibile miseria dei coniugi Myrtle e Owen Wilson. Nel complesso una onesta rilettura forse un po' troppo inamidata nella messinscena, ma che (pur non potendo cogliere appieno il lirismo dell'opera) sceglie comunque una sua strada narrativa, e rispecchiando in parte il cuore esistenziale del romanzo, tutto racchiuso nella pulsione verso il sogno di quella luce verde che avrebbe dovuto indicare la possibilità di un futuro da conquistare, e che invece indicava i fiochi bagliori di un passato già andato perduto. Ancora meno incisiva, invece, la trasposizione del 1949 di Elliott Nugent, che pur nella maggiore aderenza cronologica dell'impianto narrativo, rimane piuttosto algida e priva di mordente sia nella rilettura dei codici narrativi sia nella scelta del cast (molto poco in parte a partire da un improbabile Alan Ladd nei panni di Nick Carraway), sia nella messa in scena, in generale molto poco rievocativa dell'atmosfera in generale e dei Roaring twenties in particolare.

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