Il delitto Mattarella: storia di un mistero italiano

Ora che il film dedicato a Piersanti Matterella è finalmente uscito, andiamo insieme a fare luce su uno dei più oscuri misteri della storia italiana.

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6 Gennaio 1980, Palermo, Via della Libertà. Una Fiat 132 azzurra con a bordo cinque persone si appresta a partire, ma un uomo si avvicina all'auto ed esplode alcuni colpi d'arma da fuoco, ammazzando il guidatore. Poi si dilegua.
L'uomo ucciso è Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana di quegli anni, nonché tra i più pericolosi avversari di Cosa Nostra e di chi, nel mondo della politica e degli affari, è legato a filo doppio con la Mafia.
La notizia della sua morte fa immediatamente il giro del Paese e le agenzie di stampa rendono noto al mondo l'ennesimo fatto di sangue in terra di Sicilia, "il più terribile dai tempi del delitto Moro" sentenzia la stampa italiana. Piersanti Mattarella è stato ucciso. Sì, ma da chi?
È proprio sulla responsabilità del delitto che da decenni si dibatte, in un labirinto di bugie, mezze verità e ipotesi che ancora oggi fanno discutere.
Anche questo è il tema de Il delitto Mattarella di Aurelio Grimaldi, che non può fare altro che suggerire una possibile soluzione all'enigma. Un enigma che è però (bisogna sempre ricordarlo) solo parziale, dal momento che il coinvolgimento della Mafia, così come di altre forze eversive, è sempre stato palese.

Storia di un politico diverso dagli altri

Piersanti Mattarella non era un politico come gli altri. Figlio secondogenito di Bernardo Mattarella (influente esponente della Democrazia Cristiana), profondamente religioso, era entrato in politica fin da giovanissimo nella DC, schierandosi a favore di Aldo Moro.
Nel 1964 diventò Consigliere comunale a Palermo, poi nel 1967 fu eletto nell'Assemblea Regionale Siciliana, dando prova di energia e soprattutto di voler limitare caos e burocrazia, di riportare la legalità nei palazzi del potere.
Restò all'Assemblea per due legislature, fino al 1976, quando diventò Assessore regionale al Bilancio e infine, dal febbraio 1978, Presidente della Regione, venendo eletto a furor di popolo, alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l'appoggio esterno del Partito Comunista Italiano.
Riformista e uomo politico dinamico ed energico, a partire dalla fine degli anni '70 cominciò a scagliarsi con sempre maggior veemenza contro la mafia, tanto che nell'occasione dei funerali del celebre Peppino Impastato il suo discorso stupì per passione ed energia.
In breve Mattarella cominciò a fare la guerra alla mafia colpendola proprio nel sistema di appalti truccati e maneggi che le permettevano di infilarsi nelle larghe maglie della burocrazia e politica siciliana.

Un delitto dai molti padri

Per la sua politica intransigente venne osteggiato da quel ramo della Democrazia Cristiana rappresentato da personaggi come Vito Ciancimino, Salvo Lima e tutta quella corrente definita solitamente "Andreottiana". Piersanti Mattarella era un uomo onesto, un politico esemplare, e per questo fu ucciso quel 6 gennaio 1980, mentre stava per recarsi a Messa con la moglie, i due figli e la suocera.
Le indagini sulla sua morte "casualmente" risultarono sin da subito complicate e confuse, e apparve palese che all'inizio la matrice (visto il clima politico di quegli anni) verso la quale ci si muoveva era quella del terrorismo politico. Sia di destra che di sinistra.
Negli anni varie indagini e requisitorie furono depositate da uomini di legge del calibro di Giovanni Falcone, Roberto Tartaglia, Pietro Grasso, Francesco Lo Voi, e dal 2018 vi è stata infatti una riapertura dell'indagine, a dimostrazione di quanto il delitto di Mattarella (nonostante diverse condanne) sia ancora oggi un mistero - anche se parziale. Ma andiamo con ordine.
Giovanni Falcone, nella requisitoria dedicata ai delitti politici di Cosa Nostra, puntò il dito contro il terrorismo di estrema destra, in particolare i membri dei NAR Giuseppe Fioravanti e Gilberto Cavallini, in qualità di esecutori del delitto.
Il tutto, per Falcone, era parte di un disegno di collaborazione tra l'eversione di destra e Cosa Nostra.

Fioravanti era in effetti a Palermo in quei giorni, e avrebbe goduto dell'aiuto di esponenti della destra eversiva siciliana quali Gabriele de Francisi e soprattutto Francesco Mangiameli.
Mangiameli che fu ucciso poi dallo stesso Fioravanti di lì a qualche mese, "ufficialmente" per presunti furti di fondi ai danni dei NAR, ma in realtà proprio per chiudergli la bocca, dal momento che Mangiameli sapeva molto sia della Strage di Bologna che appunto dell'omicidio Mattarella.

Tra misteri, ipotesi e realtà

Falcone però non trovò grande collaborazione nei pentiti (in altri momenti così utili al Giudice), anzi vi fu chi, come gli ex terroristi e pluriomicidi Angelo Izzo e Giuseppe Pellegriti, cercò di portarlo fuori strada con false accuse all'onorevole Salvo Lima (poi ucciso da Cosa Nostra nel 1992).
Solo nel 1993, ex membri di Cosa Nostra quali i pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo cominciarono a portare un po' di luce sulla morte di Mattarella, chiarendo che i mandanti del delitto fossero i corleonesi di Totò Riina, con il Capo dei Capi che ebbe anche l'assenso da parte dei Bontate e dei loro alleati (tutta gente che poi sarebbe stata massacrata dai Corleonesi di lì a pochi anni) per eliminare un politico troppo integerrimo e scomodo.

Lo stesso Buscetta dichiarò nel 1992: "...garantisco che i fascisti in questo omicidio non c'entrano. Quei due sono innocenti. Glielo garantisco. Credo che Mattarella in special modo volesse fare della pulizia in questi appalti... non avevano bisogno di due fascisti. La Cosa Nostra non fa agire due fascisti per ammazzare un presidente della Regione. È un controsenso".
Negli anni a venire, tuttavia, personalità del calibro di Cossiga parlarono di complotti alla cui base vi erano nebulosi rapporti tra DC, servizi segreti italiani e stranieri, Mafia e terrorismo di destra.
A oggi, sappiamo che per l'omicidio di Piersanti Mattarella sono stati riconosciuti mandanti Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci, ma la morte del Presidente della Regione è stata anche uno dei pilastri nel Processo Andreotti.
L'ex esponente di spicco della DC fu, se non altro, riconosciuto dalla Cassazione come al corrente dell'intenzione di Cosa Nostra di uccidere Mattarella, e avrebbe espresso parere contrario di persona al boss Stefano Bontate. Un parere non ascoltato.
Mafia, terrorismo, Loggia P2, servizi segreti deviati... la morte di Piersanti Mattarella, uomo integerrimo e politico di grande levatura morale, a quarant'anni di distanza rimane uno dei simboli più tristi della malapolitica e del malaffare italiani.

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