Lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie: la mente al servizio del combattimento

Le straordinarie abilità deduttive di Sherlock Holmes si sono rivelate molto utili anche in combattimento. Vediamo come nei film di Guy Ritchie.

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Sherlock Holmes è probabilmente uno dei più famosi e iconici investigatori fittizi di sempre che, fin dal suo esordio nel romanzo del 1887 Uno studio in rosso, firmato da Sir Arthur Conan Doyle, ha via via cementificato la propria popolarità divenendo con il tempo un'icona intergenerazionale. La sua fama si è espansa a dismisura anche grazie alla moltitudine di film e serie tv a lui dedicati, partendo dallo storico Il mastino dei Baskerville (uscito nel 1939 per la regia di Sidney Lanfield), per poi arrivare a opere più recenti come le serie Elementary e Sherlock.
Per quanto riguarda il cinema, oltre al godibile Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto, ha fatto parecchio parlare di sé in tempi recenti anche la rivisitazione del personaggio effettuata da Guy Ritchie, attraverso due film, Sherlock Holmes e Sherlock Holmes - Gioco di ombre, in cui si è cercato di porre molta attenzione tanto nelle sequenze deduttive quanto in quelle maggiormente votate all'action.
Ed è proprio su quest'ultime che ci concentreremo, focalizzandoci nel particolare modo con cui l'investigatore ha affrontato determinati combattimenti, sfruttando il suo grande spirito di adattamento (unito alle insindacabili abilità mentali e atletiche) per sconfiggere avversari spesso più forti di lui da un punto di vista fisico.

Il combattimento di boxe

Guy Ritchie, con il suo Sherlock Holmes, decide di mettere in scena una versione a tratti sopra le righe, eccentrica, capace però di pescare a piene mani anche da alcune particolarità del personaggio originale in realtà non così conosciute (come le sue doti combattive), portando una rivisitazione postmoderna del classico investigatore.
Una versione soddisfacente, grazie a tutta una serie di dettagli in grado di presentare allo spettatore un Holmes capace di districarsi all'interno delle vicende più disparate, sia per la risoluzione dei casi, sia per il togliersi d'impiccio dalle situazioni maggiormente critiche.
Nel primo film Sherlock Holmes inizia a lottare contro l'energumeno nel circolo di boxe clandestina. Guy Ritchie mette in scena una sequenza atta a farci comprendere le straordinarie doti analitiche dell'investigatore che, anche grazie all'ottima performance di Robert Downey Jr, ne esce come un personaggio ben caratterizzato, il cui archetipo comportamentale è a cavallo tra genio e sregolatezza.
Nella particolare sequenza, viene mostrato uno Sherlock Holmes leggermente su di giri che decide di giocare con il proprio avversario, provocandolo con tutta una serie di brevi colpi veloci scoordinati che rimandano al concetto di rissa da strada.

Il ritmo concitato degli eventi, così come l'evocativa musica di accompagnamento, caricano la sequenza di una forte valenza ludica, con lo stesso Sherlock Holmes impegnato a prodigarsi in movenze ed espressioni spiritose nel tentativo di fare infuriare ancora di più il proprio avversario.
La lotta diviene così puro spettacolo, vediamo il protagonista dettare il ritmo dello scontro risultando visibilmente divertito dall'intera situazione, almeno fino a quando un particolare elemento cattura la sua attenzione, facendogli perdere per un attimo il focus generale e venendo così abbattuto dall'energumeno.
Dopo lo spaesamento, Sherlock Holmes usa le sue incredibili doti analitiche di stampo deduttivo per proiettarsi nel futuro, cercando di prevedere nel dettaglio le azioni che il suo avversario compirà nell'immediato.
La spettacolare sequenza in slow motion ci porta a comprendere l'abilità del personaggio nell'elaborare un enorme numero di potenziali variabili in pochissimo tempo.

Come testimoniato dallo sguardo del protagonista nell'attimo iniziale della proiezione mentale (fisso su un punto specifico), assistiamo così a uno sforzo cerebrale che permette a Sherlock Holmes di analizzare in maniera scientifica il combattimento, andando addirittura a elencare le parti del corpo da colpire (così come i movimenti per evitare gli attacchi del proprio avversario), per fare il massimo danno nel minor tempo possibile.
Quella che noi vediamo come una sequenza dilatata, nella testa del protagonista si svolge nel giro di pochi attimi, fornendo così allo spettatore la possibilità di comprendere appieno le straordinarie abilità mentali di Sherlock Holmes, ascrivibili se vogliamo a una sorta di superpotere.

Lo stesso sound design, in grado di puntare su un mood ovattato e per certi versi alieno, riesce a descriverne il modus operandi, capace di entrare per un breve attimo in una sorta di dimensione alternativa all'interno della sua mente in cui poter fare le più complicate analisi cerebrali.
La sequenza finale del combattimento si pone così in antitesi con quanto visto all'inizio della lotta, con uno Sherlock Holmes ora non più incline allo scherzo e allo sberleffo ma intenzionato a chiudere il confronto nel minor tempo possibile, modellando anche i suoi stessi movimenti attraverso uno stile molto più preciso e analitico (rifacendosi non solo alla boxe ma anche alle discipline orientali) così da riuscire ad avere la meglio su un avversario di stazza maggiore.

La lotta con Moriarty

L'interessante concetto legato al combattimento predittivo trova una sua nuova dimensione anche nel sequel Gioco di ombre, in cui Sherlock Holmes deve vedersela nientemeno che con la sua storica nemesi, lo spietato (ma comunque estremamente brillante) professor James Moriarty, interpretato da Jared Harris.
Quest'ultimo risulta fin dall'inizio un ostico avversario, perché fondamentalmente capace di rappresentare la metà oscura del protagonista.
Nell'evocativo scontro finale, vediamo così due menti geniali a confronto che, prima di passare all'azione vera e propria, si prodigano in un nuovo combattimento predittivo, in cui lo stesso Sherlock Holmes inizia a pensare alle azioni migliori da svolgere per vincere la battaglia, mentale prima che fisica.
Alla proiezione di Holmes questa volta però si aggiunge un ulteriore tassello, cioè quella del suo diretto avversario, capace di dimostrare una straordinaria sicurezza di sé come testimoniato dal suo stesso, quanto a tratti inquietante, sorriso di sfida.
Moriarty inizia così a pensare a sua volta, dando vita a un combattimento fittizio che però, di lì a poco, diverrà reale, rendendo così partecipe lo stesso spettatore dello scontro tra due menti diametralmente agli opposti ma, comunque, geniali allo stesso modo.

La lotta tra i due assume così la valenza di una partita di scacchi in cui ogni colpo, ogni presa e ogni contromossa genera per forza di cose una varietà infinita di possibili conseguenze, che però i due personaggi riescono a prevedere in maniera stupefacente.
Lo stesso Sherlock Holmes, in netto svantaggio perché ferito, capisce così che rimane un'unica cosa da fare: improvvisare.
L'indole fuori dagli schemi del protagonista passa infatti proprio da qui, riuscendo così a sfruttare i propri limiti (a differenza del suo avversario) per provare a trovare soluzioni alternative capaci di sorprendere anche la mente più analitica e geniale del mondo (oltre la sua).

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