Il cinema d'animazione italiano e i settori fantasma: cambiare è possibile?

Alcuni settori del nostro intrattenimento sono stati inspiegabilmente lasciati indietro (o mai supportati davvero). Scopriamone insieme i motivi.

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L'Italia, si sa, è un bellissimo Paese capace di offrire a tutte le persone che la visitano (o che ci abitano) un numero davvero elevato di piccole grandi meraviglie appartenenti ai più svariati settori, culturali e non. Se c'è però un elemento su cui la nostra nazione, soprattutto negli ultimi vent'anni, non ha deciso di puntare in maniera decisa (arrivando talvolta addirittura a ignorarlo) è quello dell'intrattenimento.
Ed è proprio di questo che parleremo, concentrandoci soprattutto sul settore dell'animazione, una delle branche che ancora oggi fa una fatica immensa a emergere, vuoi per la mancanza di fondi per produrre opere inedite ma anche per un retaggio culturale capace di identificare l'arte animata come un qualcosa di esclusivamente adatto a un pubblico infantile.
Proveremo qui di seguito a elencare alcune storture che attanagliano il nostro Paese in ambito artistico nella speranza che, magari in un futuro lontano, qualcosa possa finalmente cambiare.

Sono cose da bambini

Alcuni media, nel corso del tempo, sono rimasti ancorati a una particolare visione, che ancora oggi non è stato possibile scardinare, soprattutto a livello di percezione da parte del grande pubblico.
Se pensiamo infatti al nostro cinema d'animazione, è innegabile constatare come anche al giorno d'oggi si faccia una fatica immensa nel considerare i cartoni animati come un media adatto anche agli adulti.
Questo si deve in primis alle produzioni che da sempre hanno caratterizzato il nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, dato che sono diventate sinonimo di spot pubblicitari o brevi cartoni dedicati all'infanzia.
Nonostante infatti vari maestri indiscussi del settore tra cui Bruno Bozzetto o Enzo D'Alò, nel corso della nostra storia l'animazione stessa ha fatto sempre parecchia fatica ad arrivare al cinema, al punto da generare dei veri e propri casi mediatici solo e soltanto quando determinate opere animate sono riuscite ad arrivare al (meritato) successo.

Il problema più grande del nostro cinema d'animazione è stato infatti quello di non essere mai riuscito a imporsi come avrebbe dovuto all'interno della settima arte, nonostante piccoli grandi capolavori quali, ad esempio, Vip - Mio fratello superuomo, Allegro non troppo, La freccia Azzurra o gioielli come La Gabbaniella e il Gatto.

La stessa espressione sono solo cose da bambini risulta in realtà svilente da praticamente tutti i punti di vista, anche per la poca considerazione intrinseca che si fa degli stessi giovani spettatori, spesso in realtà molto più sensibili, intelligenti e maturi di quanto si pensi.
Le stesse grandi aziende, come ad esempio la Rai, nonostante un buon lavoro di creazione di contenuti inediti e di divulgazione, si sono comunque dovute adeguare per forza di cose al mercato, senza quindi spingere mai l'acceleratore nella creazione di opere cinematografiche di stampo maturo, limitandosi, per così dire, alla televisione (basti pensare alla serie animata de La Pimpa).
Il problema non risiede infatti nell'animazione per l'infanzia, talvolta realmente profonda (quanto poetica) e capace di parlare a un pubblico di tutte le età, quanto invece nell'ignorare completamente qualsiasi altro tipo di storia.
L'animazione italiana si è così lentamente trasformata in uno dei molteplici settori fantasma del nostro intrattenimento, intangibile seppur presente, con pochi generi a disposizione dove poter sperimentare nuovi percorsi contenutistici.
Per fare un esempio concreto: qual è l'ultimo film d'animazione horror italiano che avete visto al cinema? Una sorte, quella dei settori fantasma, toccata anche alla nostra industria videoludica, purtroppo rimasta indietro di circa trent'anni rispetto al resto del mondo.

Se infatti nel 1984 Andy Gavin e Jason Rubin fondavano in America Naughty Dog e nel 1986 i fratelli Guillemot fondavano in Francia Ubisoft, in Italia non si è riusciti a fare altrettanto, rendendo di fatto il media videoludico uno dei settori più sottovalutati del nostro Paese (nonostante l'enorme numero di videogiocatori al suo interno).
Ipotesi ancora più sconcertante se consideriamo le potenziali IP che in realtà non siamo mai riusciti a valorizzare appieno fuori dai media originali dove sono nate.

Basti pensare ai personaggi dei fumetti più famosi che, in realtà, si sarebbero potuti trasformare tanto in videogiochi di successo quanto in film animati in grado di portare una vera e propria ventata d'aria fresca.
Solo oggi, infatti, si è deciso di iniziare a volgere lo sguardo verso un tipo d'intrattenimento crossmediale, provando a portare al cinema i nostri beniamini fumettistici, con circa vent'anni di ritardo rispetto al resto del mondo.

L'utopia dello Studio Ghibli italiano

È a tratti sconfortante constatare come nel nostro Paese ultimamente si sia fatta sempre un'enorme fatica nel creare dibattiti seri, costruttivi (quanto divulgativi) sul nostro intero sistema d'intrattenimento, relegandolo invece a un argomento di poco conto.
Ed è per questo che pensare a uno Studio Ghibli italiano assume la valenza di una vera e propria utopia, proprio per l'incapacità dell'intero nostro sistema di valorizzare al massimo la componente culturale, troppo spesso ridotta a mera macchietta quasi del tutto inutile o confinata in uno spazio elitario.
Basti pensare che ancora oggi, come forma massima di sdoganamento del media fumetto, si continua a citare il dibattito tra Oreste del Buono, Umberto Eco ed Elio Vittorini (targato 1965), sintomo di un'Italia che anche contando tra i suoi intellettuali di punta odierni non ha più la forza di scommettere sulla divulgazione culturale nei canali mainstream (leggasi per dire le reti Mediaset e Rai) tramite programmi dedicati (e strutturati) in modo adeguato.

Tutto questo, purtroppo, non è avvenuto e forse non avverrà mai, proprio per la concezione di nicchia che il nostro Paese ha dell'intrattenimento, incapace oltretutto di comprendere davvero la portata economica che un tale settore potrebbe generare con un pizzico di fiducia in più.
Basti solo pensare ai budget stratosferici stanziati per creare i videogiochi tripla A più famosi (parliamo di centinaia di milioni di dollari) ma che qui da noi vengono avvertiti come mero prodotto per bambini, così come i lungometraggi d'animazione su vere e proprie icone pop mondiali, come Lupin, Batman o Ken il guerriero.
Bisognerebbe quindi sforzarsi molto di più per far evolvere il nostro sistema culturale, provando a parlarne in maniera seria, senza sminuirlo in ogni occasione utile.
Si potrebbero creare anche delle trasmissioni dedicate con professionisti seri, capaci di gestire al meglio l'argomento, magari proprio per capire come sviluppare al meglio lungometraggi d'animazione fin qui semplicemente ignorati.

Gli stessi fumettisti, alcuni tra i più grandi professionisti su cui il nostro attuale intrattenimento può contare, vengono invitati troppo poco spesso in tv, quasi come se fossero delle entità astratte in grado di esistere solo e soltanto durante le fiere di settore dedicate.
Incredibile, a tratti, anche la sorte toccata alla serie animata di Rat-Man, il celebre personaggio di Leo Ortolani, incapace di puntare fino in fondo sulla bellezza del fumetto.

Giovani e nuove idee: il grande spauracchio

Un'altra delle grandi problematiche che ci attanaglia è legata all'onnipresente questione del mancato ricambio generazionale, che non ha permesso purtroppo il ricircolo di nuove facce e nuove idee per dare una spinta propulsiva a un settore in realtà pieno di talenti, con poche persone con il potere mediatico e la voglia di valorizzarli.
Basti pensare ad Alessandro Rak, che con il suo L'arte della felicità è riuscito a mostrare a tutti che un altro tipo d'intrattenimento è possibile, attraverso un film dalla forte carica emozionale che non è comunque bastato ad aprire la strada a un nuova wave di artisti nel campo dell'animazione, rendendo ancora una volta molto difficile il percorso per arrivare a tutti.
Purtroppo, da questo punto di vista, è palese trovarsi faccia a faccia con l'ermetismo che contraddistingue determinati settori del nostro intrattenimento, spesso lasciati addirittura senza fondi nell'indifferenza generale.
Basti pensare che l'unico grande progetto animato realmente capace di arrivare al grande pubblico negli ultimi anni è stato Adrian, la serie evento di Adriano Celentano che, nonostante l'esoso budget a disposizione e la collaborazione con un numero davvero imponente di professionisti, si è in realtà rivelato un enorme disastro su tutti i fronti.

Ma fino a quando nessuno, all'interno del mondo dell'intrattenimento, vorrà farsi carico di queste problematiche quantomeno iniziando a esporle, tanto in tv quanto in radio e sul web, continueremo sempre e comunque a ignorare sistematicamente qualsiasi prodotto o progetto potenzialmente innovativo.
Così facendo lasciamo l'intrattenimento nel solito angolo freddo e buio in cui ormai è stato confinato da svariati decenni, continuando a etichettarlo, semplicemente, come un qualcosa di poco utile.

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