Il Cinecomic, croce e delizia della Hollywood dei blockbuster 2.0

Come ogni storia d'amore, quella tra il cinema e il genere supereroistico ha visto alti e bassi, litigi e grandi compromessi, ma oggi è più forte che mai.

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"Odi et Amo", cantava il poeta Catullo a Lesbia, "il perché non so, ma sono felice e mi torturo". Ancora oggi, il Carme 85 dell'autore latino può essere utilizzato per la sua capacità di sintetizzare perfettamente sentimenti conflittuali verso qualcuno o qualcosa, in questo caso nei confronti dei cinefumetti. Parola, questa, nata in realtà soltanto dopo il 2002 grazie al boom al box office di Spider-Man, con definitiva presa di coscienza di Hollywood che il futuro dell'intrattenimento cinematografico - nonché dell'economia di settore - si trovava proprio in quella semplice definizione di genere: Cinecomic.
Paradossalmente, i film sui supereroi avevano già conosciuto un certo successo di pubblico dalla fine degli anni '70 fino ai '90, soprattutto (anzi, praticamente solo) grazie ai titoli a marchio DC Comics come Batman o Superman, ma due soli film non potevano rappresentare un genere, quindi non si avvertiva la necessità di identificarli in qualcosa.
Semplici blockbuster d'autore, se vogliamo, diretti da registi come Richard Donner e Tim Burton, apprezzati e di successo, ma no, non Cinecomic come oggi li intendiamo. A metà degli anni '90 c'è stato poi il declino con i film di Joel Schumacher (troppo glitterati e sopra le righe) e nel primo quinquennio dei 2000 i tentativi di portare in auge i personaggi Marvel, partendo dal già citato Spider-Man - di grande impatto mediatico - e passando per il primo, dimenticabile lungometraggio su Hulk di Ang Lee, fino ad arrivare ai due X-Men di Bryan Singer.
Da lì, successivamente, l'affermazione del genere, con la nascita del Marvel Cinematic Universe e dei vari Universi narrativi di studi come la Warner/DC Films o la 20th Century Fox. Ma cosa ci hanno regalato veramente questi cinecomic? Come, se, perché e quanto hanno cambiato il cinema?

Rivoluzione

Rispondendo subito al "se", ovviamente sì: i film sui supereroi hanno mutato radicalmente il cinema contemporaneo e, più in generale, l'approccio del grande pubblico all'intrattenimento. Anche il "quanto" è semplice: profondamente, fino al suo nucleo, sia in termini economici che di sviluppo creativo, ma sono il "come" e il "perché" a essere più difficili e complessi da spiegare.
Se infatti è palese un cambiamento del cinema mainstream in questo ultimo decennio, non è per forza di cose vero che questa trasformazione sia stata in tutto e per tutto positiva.
Da una parte i cinecomic sono riusciti a sradicare in modo significativo molti preconcetti e luoghi comuni legati alla cultura fumettistica e nerd, aprendo una porta su un mondo considerato - fino a pochi anni fa - forse troppo di nicchia, dove si rinchiudevano soprattutto gli "emarginati sociali".
Proprio alla Marvel e al suo lavoro multimediale si deve questo cambio di rotta mentale, che ha reso must have e must see molti prodotti a tema supereroistico, partendo proprio dal rilancio dei vari brand sul grande schermo, iniziato con l'intramontabile Iron Man di Jon Favreau. Sviluppando poi gradualmente un'interconnessione narrativa e stilistica tra cinema, fumetto e serie televisive, lo studio guidato da Kevin Feige è stato capace di richiamare a sé un gran numero di fan e neofiti, donando di conseguenza nuova linfa al mercato dell'entertainment e imponendosi come modello archetipico di universo narrativo condiviso.
E quando qualcosa funziona, allora la si sfrutta sino alla massima saturazione del mercato, che purtroppo o per fortuna (dati i numeri al box office e i continui annunci) non è ancora neanche lontanamente vicina.
Visto il boom dei Marvel Studios, così, venendo dai successi dei film di Christopher Nolan e dalla discreta accoglienza dell'Uomo d'Acciaio di Zack Snyder, anche la DC Films decise di seguire l'esempio dell'illustre nemesi, esattamente come la Fox fece con i suoi X-Men.

Da una parte abbiamo quindi assistito al tentativo fallimentare di imitare in chiave più dark e seriosa la formula Marvel, mentre dall'altra il continuo di una serie (quella dei mutanti) con reboot e lancio di personaggi come Deadpool o spin-off dedicati a Wolverine, tutto per aumentare il numero di produzioni in proprio possesso e stare dietro alle richieste del pubblico; lo stesso che fino a un decennio fa non sapeva neanche che volto avesse Thanos, per dire.
Ed è proprio qui che i cinecomic hanno creato "mostri", permettendo ad appassionati tout court del genere e a nuove leve fanatiche di dettare legge, portando addirittura anche alla caduta di teste ai piani alti di un grande studio (vedi tutta la situazione DC Films). L'assordante frastuono del dissenso dei fan è oggi forse l'arma più temuta dalla Hollywood dei blockbuster 2.0, e questa paura si è anche riversata in altre produzioni non cinecomic ma di indubbia importanza, come ad esempio i film su Star Wars.

Questioni di genere

Se da una parte, allora, i cinecomic hanno coadiuvato in modo decisivo l'affermazione del nerd come nuovo cool della società dell'intrattenimento moderno, dall'altra si sono rivelati responsabili di un'apertura mainstream senza barriere, trasferendo in ambito cinematografico la lotta tra etichette e permettendo, a quante più persone possibile, di avere voce in capitolo nel successo o meno delle produzioni di genere.
Dal lato creativo, inoltre, ci sono vari punti da tenere in considerazione. I cinecomic rappresentano ormai un genere a sé stante, ma non nella forma. Nel tempo i titoli si sono evoluti, rispondendo alla necessità di rispettare esigenze di botteghino che di volta in volta sono andate mutando. Se allora ai tempi del Batman di Nolan la parola per il successo era "Dark", con il continuo affermarsi del mix di ironia, azione e buoni sentimenti della Marvel dal 2006 a oggi la parola da utilizzare è "Formula", quella ideata da Feige e compagni. Questa ha funzionato egregiamente fino ad Ant-Man, poi qualcosa si è rotto e si è deciso di puntare sulle storie e sui registi indipendenti, più creativi, artisticamente più spigliati e meno manipolabili - al netto di un paio di esigenze di continuity da rispettare.
Si capisce insomma come manchi di fondo una vera e propria identità di genere formale, poiché questa è in continua trasformazione, atta a volte all'esasperazione di un elemento o alla sperimentazione di altri, il tutto per tentare di raggiungere un equilibrio stilistico-creativo temporaneo.
Non è un male, sia chiaro, ma non c'è conformità e, di fondo, nel suo essere genere cinematografico (inteso come categoria) il cinecomic non si può ancora oggi definire "genere cinematografico formale". In definitiva, qualsiasi progetto basato su un fumetto si può dire cinecomic, ma ogni cinecomic risponde a generi formali differenti, a eccezione di quelli Marvel che, per primi, hanno cercato di dare coesione alla propria produzione attraverso la Formula.
Per questo la rivoluzione cinecomic passa soprattutto per la Casa delle Meraviglie, oggi croce e delizia del cinema mainstream, amata e odiata come la Lesbia di Catullo ma comunque importante e imprescindibile per l'industria, che ci rende un po' tutti felici mentre al contempo ci tortura.