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Il Caso James Gunn: esistono possibilità di reintegro alla Disney?

Esistono chance concrete di assistere a un ritorno del regista in casa Marvel Studios? Proviamo a capirlo insieme.

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Come ormai noto, la scorsa settimana la Disney ha preso la decisione di licenziare James Gunn, scatenando un vero e proprio fallout mediatico che ha visto amici e colleghi dell'autore schierarsi in sua difesa (ma ci sono anche stati i contro, come Roseanne Barr). Molti giornalisti di settore (in particolar modo americani) hanno anche voluto sottolineare, in specifici editoriali, soprattutto i contro della scelta presa da Alan Horn, presidente della Walt Disney, che per Collider va ad esempio "a scardinare il messaggio stesso dei Guardiani della Galassia" e per l'Hollywood Reporter a "ferire l'intera Hollywood". Una situazione, questa, creatasi a causa di alcuni vecchi tweet dell'ex-regista della Troma Entertainment, nei quali Gunn scherzava -pesantemente, questo è indubbio- su alcuni argomenti considerati tabù, come stupro e pedofilia.
Lo stesso Gunn, dal 2012 a oggi, è poi più volte tornato sull'argomento, definendo il suo ironizzare passato come "deprecabile ed esagerato", sottolineando però anche di essere "enormemente cambiato e maturato", di essere diventato "una persona migliore". L'endorsement a Gunn è stato comunque fortissimo e sentito, tanto che in molti hanno cominciato a domandarsi se fosse possibile un futuro reintegro del regista tre le fila della società guidata da Bob Iger -ovviamente ai Marvel Studios-. Prospettiva sulla quale anche noi, oggi, vogliamo interrogarci, provando a capire quali concrete possibilità esistano di rivedere il regista nuovamente al comando di Guardiani della Galassia Vol. 3.

Condanna o perdono?

Nel mondo dell'intrattenimento, già in passato, è accaduto che un artista venisse licenziato per poi essere pienamente reintegrato dopo alcune valutazioni di carattere etico e di condotta lavorativa. Su tutti, forse uno dei più recenti e significativi, è stato il caso di Sam Sader, ricordato anche in un preciso e puntuale editoriale di Entertainment Weekly sull'argomento. Causa del licenziamento del collaboratore della MSNBC sono i controversi Michael Chernovich e Jack Posobiec, due dei maggiori esponenti di quel movimento conosciuto come alt-right, che promuove e a quanto pare riesce a far valere il "diritto a bloccare" le carriere di artisti (in generale) che hanno dimostrato via social comportamenti poco consoni alla "morale sociale". E il caso di Sader è particolarmente vicino a quello di Gunn, in quanto il comico americano nel 2009 aveva scritto via Twitter un post infelice dedicato a Roman Polanski, che ricordiamo è stato condannato per violenza sessuale ed è fuggito dagli Stati Uniti nel 1978. Anche qui, infatti, il tweet di Sader è stato ripescato in blocco da Posobiec e Chernovich ed esposto all'opinione pubblica, parte della quale non ha perso tempo a definire l'attore un "pro-stupro", senza accettare contraddittori, esattamente come successo con James Gunn.
Sader, una volta preso di mira, si era difeso affermando che il suo tweet "era contro i difensori di Polanski che tentavano di diminuire l'entità dello stupro", affermando che "la battuta su sua figlia era soltanto per sottolineare il disgusto provocato da certe persone". La MSNBC, come prevedibile, tagliò i rapporti con l'artista, ma una volta venuta fuori, dopo mesi, la natura puramente sarcastica del suo tweet, la società non perse tempo a reintegrarlo, con il presidente della compagnia, Phil Griffin, che dichiarava: "Può capitare a volte di sbagliare... ed è esattamente quello che è successo in questo caso". Il messaggio della MSNBC è trasparente e privo di increspature: "siamo umani, possiamo sbagliare". Non è possibile definire una persona e un'artista nella sua totalità solo ed esclusivamente dal suo passato, perché in questo modo risulta estremamente facile metterne a rischio la carriera futura, ignorando di sana pianta il suo operato presente, che, come nel caso di Gunn, ha visto un uomo certamente cinico e con un senso of humor molto particolare e marcatamente esasperato divenire una persona migliore, per sua stessa ammissione e anche stando alle parole del fratello, Sean Gunn.
Proprio quest'ultimo, intervenendo via Twitter sulla scia di nomi conosciuti come Dave Bautista, Patton Oswalt, Joe Carnahan, Michael Rooker o Warren Ellis (tutti a difesa della libertà di espressione, di Gunn e del diritto a migliorarsi), ha avuto modo di spiegare come il fratello "negli ultimi sei anni sia divenuto una persona migliore ma pur sempre perfettibile", e questo soprattutto grazie ai Guardiani della Galassia e alla grande fiducia concessagli dai Marvel Studios, gli stessi che adesso, in un momento di difficoltà, hanno preferito voltargli le spalle, nonostante poi il regista abbia accettato senza polemiche la decisione presa di piani alti della Disney.

La scelta della compagnia di tagliare i rapporti con Gunn era però scontata, anche a causa di una vicina finalizzazione formale della fusione con la 21st Century Fox (poi arrivata il 27 luglio con la fiducia degli azionisti). In aggiunta, elemento molto importante nella scelta della Disney è stata la policy family friendly che da sempre contraddistingue la Casa di Topolino, con il quale male andavano a conciliarsi i numerosi tweet di Gunn. Dicevamo però che già in passato il regista era intervenuto per pentirsi di quelle battute "provocatorie e spregevoli". Questo accadeva nel 2012 e anche nel 2013, dopo la sua assunzione alla Disney per dirigere Guardiani della Galassia, e soprattutto accadeva pubblicamente, anche se il riferimento non erano i tweet ripescati dal movimento alt-righe ma altre e addirittura più pesanti battute scritte su di un suo vecchio blog.
I tempi -inutile nasconderlo- era diversi sei anni fa. Si parlava e si insisteva su questioni importanti come l'inclusione e il sessismo, ma la valanga molestie non aveva ancora investito Hollywood, così come la rivoluzione del movimento #metoo. Ad accostarsi a questo background, inoltre, c'è anche la politica conservatorista e moralmente ipocrita tipica dell'era Trumpiana, dove si difende la libertà di espressione ma al contempo la si censura, esponendo a livello mediatico anche la più piccola sciocchezza, basta che sia relativa a un nome importante e -nel caso dell'alt-right- critico nei confronti di Donald Trump.

Non a caso sia Cernovich che Posobiec sono attivisti pro-trumpiani della prima ora, che agiscono in sostanza come veri e propri censori via sociale, operando scremature non indifferenti. Il problema è quando una compagnia come la Disney decide di ascoltare la voce di pochi ma pericolosi estremisti morali e ignorare invece le richieste dei molti.
La società, così, si ritrova adesso tra l'incudine e il martello, aperta a creare due casi mediatici completamente opposti semmai dovesse prendere la decisione futura di reintegrare James Gunn. Da una parte, infatti, si darebbe importante risalto al potere dei fan e dei social, capaci insieme di salvare la carriera condannata di un'artista e, in qualche modo, dettare legge sulle scelte di una major come la Disney. Per la stessa policy family friendy citata poco sopra, l'idea generale è che la compagnia non riassumerà mai il regista, perché subentrerebbe un grande contraddittorio legato alla natura stessa della Casa di Topolino e soprattutto si creerebbe un precedente rilevante, elemento da non sottovalutare. Dovesse comunque ricredersi e, dopo discussioni interne, scegliere di reinserire Gunn tra le proprie fila, allora scoppierebbe un finimondo tra gli esponenti dell'alt-right -per ora ancora pochi ma comunque sostanziosi- che comincerebbero ad attaccare in una lotta social senza quartiere la Disney, per aver riassunto una persona sgradita come Gunn.
Operando certamente la scelta ritenuta migliore per la propria immagine, la Disney ha agito nell'unico modo ritenuto valido, senza tenere però conto del grande fallout mediatico che le si sarebbe scatenato contro, con la concreta possibilità di mettere adesso a rischio un franchise importante e amatissimo come Guardiani della Galassia Vol. 3.
La Disney potrebbe benissimo decidere di ascoltare gli appelli dei fan (anche via petizione, finora sottoscritta da più di 250 mila persone) e reintegrare Gunn, modificando significativamente la sua immagine pubblica, ma più facile è sicuramente aspettare che passi il polverone e poi correre ai ripari.
In fondo, oggi come oggi, dopo l'affair Fox, la compagnia di Iger ha in mano più del 50% del mercato dell'intrattenimento globale, ponendosi al vertice della catena alimentare mediatica e dettando legge. E la legge della Disney, almeno finché non cambierà qualcosa, non ammette sbagli e non accetta scuse, con buona pace dei fan di Gunn.

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