Il caso Blumhouse: un modello produttivo vincente?

Analizzando il mercato attuale, siamo davvero sicuri che produrre contenuti di qualità sia ancora necessario? La risposta forse non piacerà a tutti.

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La casa di produzione Blumhouse, nel corso dell'ultima decade, ha in un certo senso rivoluzionato il modo di intendere il cinema horror (sia indie che mainstream), grazie a un metodo produttivo di grandissimo successo capace di creare dal nulla una quantità sorprendente di film e brand consolidati. Un modello di business/marketing assolutamente vincente, con lo studio che si è però focalizzato nel produrre opere molto spesso eccessivamente simili tra loro, diventando a conti fatti una vera e propria fabbrica di contenuti copincollati, creati solo e soltanto in funzione del puro tornaconto economico.
In questo articolo proveremo quindi ad analizzare nel dettaglio il fenomeno Blumhouse, concentrandoci tanto sugli enormi pregi quanto sugli insindacabili difetti di un modello difficilmente replicabile.

La qualità è davvero così importante?

Parlando di arte si possono intavolare moltissime discussioni sul'importanza di innovazione, svecchiamento e sperimentalismo. Ma bisogna anche contestualizzare qualsiasi prodotto d'intrattenimento nel periodo storico in cui è stato concepito. Non si può quindi negare - o addirittura eliminare - la sfera puramente economica di qualsivoglia prodotto artistico.
In qualunque modo la si pensi, comunque, è innegabile constatare l'enorme successo riscontrato dal modello di business della casa di produzione Blumhouse, messa in piedi dal produttore illuminato Jason Blum, in grado di collezionare una quantità di successi sorprendenti al botteghino attraverso un modus operandi a tratti incredibile.
Tra i numerosi film prodotti dalla compagnia (molto spesso appartenenti al genere horror), il caso più eclatante è probabilmente quello legato a Paranormal Activity, opera del 2007 diretta da Oren Peli capace di generare una quantità impressionante di sequel.

Il primo film, girato con un budget irrisorio di 15.000 dollari (bassissimo, anche per quanto riguarda le nostre produzioni), è riuscito a incassare la bellezza di 193 milioni, una cifra tale da far comprendere in breve tempo la reale potenza della casa produttrice.
Jason Blum, in poco più di dieci anni, è riuscito così a mettere in piedi un modello di business composto da opere a basso (per non dire bassissimo) costo in grado, nella stragrande maggioranza dei casi, di generare un cospicuo guadagno.
La particolarità dell'operazione va però ricercata nel modus operandi della stessa Blumhouse, che è riuscita a replicare il fenomeno Paranormal Activity (seppur con le dovute proporzioni) per moltissimi film successivi, improntati sempre sulla rodata formula dello spavento basato sul jumpscare.
In questo modo, il metodo copia-incolla si è rivelato assolutamente vincente, almeno in termini di puro guadagno.

Per quanto questo modello produttivo potrebbe non incontrare il favore di tutti, è innegabile constatare la grande lucidità produttiva (e di marketing) di Jason Blum, in grado di intercettare la fame compulsiva di horror del pubblico mainstream.
Gli elevati guadagni generati dalle pellicole di stampo orrorifico hanno così permesso alla compagnia di spaziare anche in altri generi, dando alla luce l'ottimo Whiplash o il recente Bruce Lee - La grande sfida. Anche se questi esperimenti si sono rivelati una gradita sorpresa, almeno per ora la casa di sviluppo ha deciso di rimanere nella proprio comfort zone, continuando a puntare sul genere horror.

Chi non urla in compagnia...

Il modello Blum è ovviamente riuscito a ottenere un enorme successo perché capace, come poche altre realtà produttive recenti, di intercettare il favore del pubblico senza particolari sforzi.
L'aggregazione insita negli horror moderni ha quindi portato a un un vero e proprio cambiamento di DNA all'interno del genere, sempre più interessato ad arrivare al grande pubblico mediante strutture narrative ridotte all'osso ma ampiamente collaudate nel corso degli anni (e quindi facilmente vendibili).
Sempre meno giovani sono riusciti a sviluppare uno spirito critico tale da spingerli a ricercare horror leggermente più stratificati e, se vogliamo, autoriali, concentrati invece nella ricerca forsennata di prodotti capaci di provocare spaventi facili in brevissimo tempo, ma fini a sé stessi.
I veri horror, così, si sono trasformati in pellicole più uniche che rare. Lo stesso mercato è molto più incline a premiare film senza un'identità precisa attraverso campagne marketing roboanti, con annesse tagline troppo pretenziose come il film più spaventoso di tutti i tempi o non riuscirete più a dormire (e simili).

In breve tempo si è così arrivati a etichettare come "horror" praticamente qualsiasi film dalle atmosfere pseudo-inquietanti. Manca un metro di paragone con film dell'orrore realmente angoscianti e capaci di creare tensione in maniera continuativa, perché quasi del tutto assenti dal mercato attuale.
Non è un caso, infatti, che moltissimi horror recenti siano in grado di attirare una quantità smodata di teenager, desiderosi di saltare dalla sedia ogni cinque minuti in favore degli immancabili jumpscare, ormai il solo e unico metro di giudizio per valutare il livello di terrore.
Un genere capace quindi di trasformarsi in un vero e proprio aggregatore sociale per i più giovani, ormai totalmente diseducati alla cultura dell'horror più viscerale in favore di una concezione molto più ludica dello stesso.
In questo modo, la sequela di prodotti tutti uguali (e tremendamente prevedibili) ha generato un modello di business vincente, responsabile però dell'affossamento di concetti quali innovazione, svecchiamento e originalità (per tornare al concetto iniziale).
Il fenomeno Blumhouse rappresenta quindi due facce della stessa medaglia, capace di farsi amare per gli insindacabili meriti di business vincente, quanto di farsi odiare per aver standardizzato un po' troppo il genere horror. E voi, da che parte state?

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