I tre migliori film di Darren Aronofsky, da The Wrestler a Pi

In occasione dell'uscita del suo nuovo lungometraggio, passiamo in rassegna il meglio della filmografia del regista americano.

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Sono passati quasi vent'anni dall'esordio di Darren Aronofsky nel lungometraggio, inizio di una carriera molto interessante e a tratti controversa, durante la quale il regista si è cimentato con i drammi intimisti (Requiem for a Dream, The Wrestler), l'horror psicologico (Black Swan e il recentissimo Madre!, a breve nelle sale italiane dopo il passaggio alla Mostra di Venezia) e le produzioni più epiche ed ambiziose, destinate a spaccare i giudizi (The Fountain e Noah). Quello di Aronofsky è un percorso abbastanza lontano dal mainstream, e nelle poche occasioni in cui il cineasta si è interessato a prodotti per il grande pubblico - per l'esattezza un adattamento di Batman: Year One, il remake di RoboCop e il film che è poi divenuto Wolverine: L'immortale - la sua visione non si è mostrata compatibile con quella dei produttori. Si tratta in ogni caso di "lacune" trascurabili in una filmografia forse discontinua ma sempre degna di nota, con sette lungometraggi che mettono in evidenza una visione molto personale e interessante del cinema. Per l'occasione, rivisitiamo insieme i tre capitoli migliori di questo percorso.

Pi (1998)

Il sottotitolo italiano, Il teorema del delirio, dice molto di quello che c'è da sapere sull'opera prima di Aronofsky, un viaggio allucinante e allucinato nella mente sempre più tormentata di un uomo, Max Cohen (Sean Gullette), ossessionato dai numeri e dal loro rapporto con l'universo. Le sue teorie bislacche ci guidano attraverso una New York decisamente surreale, filmata con un bianco e nero sgranato che rende benissimo il progressivo deterioramento della sanità mentale del protagonista. Per certi versi Pi è, in piccolo, ciò che Aronofsky ha successivamente esplorato in The Fountain, Noah e Madre! per quanto riguarda la religione e il misticismo, anche se la ferocia dell'esordio rimane ineguagliabile.

Requiem for a Dream (2000)

Basato sull'omonimo romanzo di Hubert Selby Jr., il secondo lungometraggio del regista è un'esperienza forte e devastante, che meriterebbe visioni multiple ma difficilmente le incoraggia a causa dei toni spietatamente dark che non lasciano nemmeno un briciolo di speranza. Quasi come se fosse una risposta a Trainspotting, la cui esplorazione della tossicodipendenza aveva comunque un lato ottimista, Requiem for a Dream è un lungo incubo, implacabile e incontenibile. Particolarmente brutale è la storyline con protagonista Ellen Burstyn, progressivamente irriconoscibile mentre il suo personaggio soccombe ai pericoli della dipendenza legale, ma l'impatto emotivo e visivo più forte è senza dubbio legato ai destini incrociati di Jennifer Connelly e Jared Leto.

The Wrestler (2008)

Leone d'Oro a Venezia nel 2008, il quarto film di Aronofsky, primo non scritto da lui, è un ritorno volontario a condizioni produttive più modeste dopo il flop di The Fountain (che proprio al Lido veneto, due anni prima, fu accolto da fischi e pareri generalmente negativi). La macchina da presa rimane sostanzialmente attaccata al protagonista Randy "The Ram" Robinson, un wrestler ormai sul viale del tramonto a livello professionale e personale ma comunque determinato a andare avanti finché possibile. A interpretare quel personaggio tremendamente umano e toccante è Mickey Rourke, il cui vissuto difficoltoso lo rese la scelta ideale per il ruolo nonostante le obiezioni dei produttori. Basta rivedere il magnifico finale, malinconico e trionfante in egual misura, per rendersi conto che il candidato di riserva - Nicolas Cage - non sarebbe stato altrettanto efficace.

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