I principi che muovono il male: cosa rende iconico un villain?

Prendendo in esame alcuni recenti cattivi del cinema in generale, analizziamo i moventi dietro alle loro azioni, ideologici, psicologici o concreti.

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La figura del villain cinematografico nasce storicamente all'interno del movimento espressionista tedesco, intorno agli anni '20. Il cinema europeo era in tumulto creativo e autori ormai eterei come Friedrich Wilhelm, Robert Wiene o Fritz Lang mettevano la loro firma su alcuni capolavori immortali come Il gabinetto del dottor Caligari, M - Il Mostro di Dusseldorf o Nosferatu. Opere di atmosfera gotica e inquietante, tra surrealismo artistico e angosciante realtà drammatica, che parlavano di uomini e di "mostri", confondendo le parti per dare tanta motivazione alle gesta dei protagonisti positivi quanto - appunto - a quelle degli antagonisti.

Prendendo in esame il Caligari di Werner Krauss, ad esempio, scopriamo il tema dell'ossessione a guidare gli intenti del personaggio (ricorrente, tra i cattivi), con l'autore che pur non giustificandone le azioni, le inquadrava in modo diverso, sottraendole alla violenza gratuita per dipingere Caligari prima come vittima e poi come carnefice. C'era il tentativo di dare intensità e costrutto a dei personaggi altrimenti malvagi in senso superficiale, poveri di grazia ideologica o solo "cattivi", lontani invece dai grandi esempi della letteratura di genere da cui provenivano comunque molte intuizioni, da Victor Hugo o Bram Stoker, poi riprese e anzi adattate direttamente della prolifica macchina di Hollywood.

Le radici del male

L'evoluzione dei cattivi è da lì proseguita nei film dei Mostri Universal negli anni '30 e '40, tratti proprio dai grandi romanzi di fine '800 e inizio '900, come il Dracula di Stoker, Frankenstein di Mary Shelley, l'Uomo Invisibile di H.G. Wells e moltissimi altri. In quel contesto, le idee letterarie e romanze hanno abbracciato una trasformazione sistematica delle tematiche del cinema espressionista, aderendo ai concetti di contrasto tra uomo e mostro ma spingendo molto più la mano sulla fantasia. Risultavano anche trasposizioni più o meno fedeli delle opere originali, senza tradire in sostanza la loro provenienza e raccontando la genesi o la perdita della coscienza umana dei protagonisti e la volontà di allontanarsi o accettare una malvagità intrinseca delle loro anime.
In questi termini, il Mostro di Frankenstein e Dracula sono sostanzialmente agli antipodi eppure simili. La Creatura di Shelley è guidata dalla ricerca di un senso alla propria esistenza, dipinta anche come vittima dell'ossessione del Dottore (e qui c'è la ripresa dei temi sopra citati) ma con delle esplosioni di violenza e crudeltà spesso incontrollabili. Il Vampiro ideato da Stoker e poi interpretato per la prima volta al cinema da Bela Lugosi è invece mosso dal solo desiderio di sangue, a rivelarne la corruzione diabolica della forma e delle carni, almeno fino all'emblematico finale, dove, trasformandosi in polvere, sorride all'avvento della morte, sentendosi forse finalmente libero da quell'esistenza dannata.

Dracula, soprattutto, rappresenta un villain tematicamente formidabile perché interpretabile - e infatti interpretato - in molti modi diversi. Nella trasposizione di Francis Ford Coppola è infatti spinto dal desiderio di ricongiungersi con la sua amata (tema estraneo al romanzo originale), mentre nell'adattamento BBC di Moffat e Gatiss la tensione verso la morte diventa il fulcro concettuale della rilettura, partendo proprio dal sorriso finale donato da Stoker al Principe delle Tenebre. È forse il suo essere tanto affascinante e diabolico a renderlo immortale anche in ambito cinematografico.

Spionaggio e malvagità

La storia della settima arte ha però visto il susseguirsi di molti altri villain iconici e indimenticabili. Tantissimi, a essere onesti, ma non tutti grandi o eccezionali in termini di caratura ideologica. Pensiamo per un istante alle nemesi nate dalla penna di Ian Fleming e poi adattate al cinema nei film di 007, tra cui Dr. No, Ernest Stavro Blofeld o Auric Goldfinger. Tutti nemici memorabili ma curiosamente caratterizzati da svariate forme di megalomania o astrusi piani per aumentare il proprio capitale già immenso. Cicli chiusi dove il male diventa puro antagonista del bene, senza troppe sfumature eppure iconico in quanto tale, dove i nemici diventano quasi caricaturali nelle loro esagerate e astruse motivazioni.

Con il protrarsi degli adattamenti cinematografici di 007 e l'esigenza di superare molti cliché di genere, comunque, anche l'agente di sua Maestà ha trovato il suo villain spinto da grandi motivazioni ideologiche (comunque legate alla vendetta). Stiamo parlando del Raoul Silva di Javier Bardem in Skyfall, pensato e costruito direttamente come nemesi di 007, essendo stato a sua volta un agente del MI6 tradito dall'agenzia e venduto da M.

Anche nell'aspetto, Silva è un uomo rinato nella volontà di distruggere un sistema a suo avviso disinteressato alle vite delle pedine che mette in gioco, mutando l'ordine della scacchiera e da ex-pedina gettandosi all'attacco della Regina traditrice.

Per rifarsi alla sua metafora, è il Topo sopravvissuto che mangia ormai solo topi. Ed è anche la causa della morte di M, il che significa che riesce a raggiunge persino il suo scopo nonostante la sua dipartita, cosa comunque molto rara date le conseguenze da affrontare.
Andando oltre 007, comunque, nel cinema di spionaggio ci sono altri esempi di villain con un'ideologia forte a guidare la loro mano, anche se magari contorta o decisamente esagerata. Ci vengono in mente, tra gli altri, il Richmond Valentine di Samuel L. Jackson e anche la Poppy Adams di Julianne Moore nei due capitoli di Kingsman: nemici concettualmente sofisticati eppure caricaturali e macchiati da una certa ironia di fondo che li rende irresistibili.

Obiettivi complessi

Arriviamo infine a trattare i villain che più di altri hanno rappresentato un contraltare tematico valido e impressionante alle motivazioni del "bene". Possiamo iniziare con il Walter E. Kurtz di Marlon Brando nello straordinario Apocalypse Now di Coppola. Guerra del Vietnam, tra le più inutili e sanguinarie della storia degli Stati Uniti d'America: Kurtz si auto-proclama guida illuminata e loda la violenza dei vietcong, assurgendola quasi a religione pagana. È in realtà psicologicamente provato dalla morte e dagli atroci delitti commessi sul campo di battaglia, che per lui diventano unica realtà possibile, tanto da arrivare a idolatrare l'orrore quasi fosse una divinità.

La sua ideologia è precisa e lui un uomo ormai pericoloso, da liberare dai suoi tormenti e in lotta contro sistemi più grandi di lui, tanto da poter operare solo ed esclusivamente da una zona remota della giungla.
Altre grandi nemesi che agiscono al cinema seguendo un tema ideologico sono anche i due Joker di Heath Ledger e Joaquin Phoenix e il Thanos di Josh Brolin.

Nei primi casi, evidentemente psicolabili, non c'è megalomania a guidare gli intenti di distruzione di sistemi predefiniti o difficilmente mutabili, mentre guardando al Titano Folle si avverte un forte culto della persona e del proprio ego. Nel Cavaliere Oscuro, a guidare il Joker di Ledger è l'anarchia: la distruzione di ogni regola, il caos come unica metrica sociale possibile per perseguire l'equità.

La sua volontà di demolizione è spinta da un recondito senso di violenza, certo, che insiste però in una direzione ideologica precisa che arriva persino a trasformare il più retto degli uomini in un prodotto del caos (Harvey Dent). Diverso, invece, è il discorso dell'Arthur Fleck di Phoenix, dove si mette in scena una rivoluzione di classe pericolosa perché corrotta dal germe dell'autocommiserazione. Si mette in scena il malessere di un uomo malato e tormentato, deriso dalla società e incapace di sostenere il peso opprimente di una vita triste e vuota. Nella sua mente sente però di cominciare a esistere grazie alla violenza, che lo rende reale agli occhi del mondo e dei suoi simili, che lo innalzano a simbolo, amplificandone l'importanza. È tragedia che si fa commedia e viceversa e che teorizza una rivoluzione sociale guidata dagli emarginati.
E alla fine c'è Thanos, l'araldo della morte che ha qualcosa in comune con entrambi i Joker. Con quello di Nolan condivide la tensione verso l'equità, anche se non coadiuvata dal caos ma dall'ordine, proveniente comunque da un mezzo imparziale. Con il Joker di Phillips, invece, un'infanzia e una vita da emarginato e deriso tra i motivi che lo hanno spinto in giovane età a idolatrare la morte e iniziare il suo lungo viaggio verso l'equilibrio universale, ovviamente con lui al centro di tutto.

Quali che siano le motivazioni che muovono il male, si notano delle ripetizioni concettuali che vengono poi rimodellate a seconda delle esigenze narrative e psicologiche degli antagonisti. Questo connota delle linee guida che vengono rispettate, revisionate e re-immaginate da più di un secolo, dando l'idea dell'esistenza di un malessere intrinseco del mondo incanalabile tanto nella letteratura quanto nel cinema, identificabili così come grandi valvole di sfogo artistiche.

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