I migliori film sull'alcolismo per non bere troppo in quarantena

Non fate come loro: sei antieroi e le loro (brutte) storie per aiutarvi a non esagerare con l'alcol in questi giorni difficili.

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Ammettiamolo: probabilmente stiamo tutti bevendo un po' più del solito. Un conto era la birra con gli amici o la bottiglia buona a cena fuori, magari una volta a settimana; altra cosa invece è aprire il frigo e resistere ogni volta alla tentazione di farsi un bicchiere in fase di lockdown. Quanti brindisi stiamo facendo durante le video-chiamate di gruppo, mentre mangiamo, e poi durante la serata, facendo a gara a chi digerisce col distillato migliore? Se vi sembra che stiate prendendo una brutta piega, non abbiate paura: ecco a voi la guida completa ai migliori film sull'alcolismo che hanno fatto la storia del cinema. Perché se le vicende edificanti ci danno la carica per dare il meglio di noi stessi, a volte è anche vero il contrario, e i cattivi esempi sono sempre i migliori nell'aiutarci a non cedere troppo alle tentazioni.

Flight, di Robert Zemeckis (2012)

La storia è quella di un pilota di linea (l'ottimo Denzel Washington, il ruolo gli valse la candidatura all'Oscar), talmente bravo da salvare la vita a equipaggio e passeggeri con una manovra spericolata in seguito a un guasto altrimenti fatale. Inizialmente accolto come un eroe nazionale, verrà poi indagato a causa dell'elevato tasso alcolico riscontrato nel suo sangue il giorno dell'incidente. Comincia così una vicenda difficile che rivela una pericolosa dipendenza, non solo dall'alcol, mostrando tutti gli elementi ricorrenti del genere: la scena in cui il protagonista è talmente sbronzo da toccare il fondo, i tentativi di recupero, l'incontro con una donna che cerca di salvarlo. Il ritmo è serrato e si segue come un thriller, peccato per il finale convenzionale ed eccessivamente retorico. Qui la nostra recensione di Flight.

Giorni perduti, di Billy Wilder (1945)

Il film che per la prima volta affronta seriamente la piaga dell'alcolismo, fino ad allora rappresentato esclusivamente in chiave comica. Quattro Oscar (film, regia, sceneggiatura non originale e attore protagonista), Gran Prix a Cannes (fu la prima edizione, quando si premiava il miglior film di ciascuna nazione in concorso), tre Golden Globe. Adattamento del romanzo The Lost Weekend (titolo originale della pellicola) e diretto da un mostro sacro come Billy Wilder. Le scene degli effetti distruttivi della dipendenza, quelle in cui si è capaci di mentire, truffare e rubare perdendo completamente la ragione, (pensiamo a Trainspotting o a Requiem for a Dream) partono da qui. Il film è incalzante e la sequenza psichedelica del delirium tremens è un piccolo saggio di cinema horror: la storia è quella di uno scrittore che beve a causa di una crisi creativa. La vicenda si sviluppa, appunto, nell'arco di un weekend in cui Don Birnam (Ray Milland) farà i conti con la bottiglia sostenuto dall'amore incondizionato della sua ragazza (Jane Wyman).

Una donna distrusse, di Stuart Heisler (1947)

Hollywood ha sempre usato le stesse pratiche commerciali di oggi fin dall'epoca classica. Giorni perduti fu un successo planetario, fece imbestialire le aziende di liquori (che poi si arresero all'evidenza) e inserì l'alcolismo nel dibattito pubblico aiutando molti a riconoscere di avere un problema. E allora perché non cavalcare l'onda? Una donna distrusse (Smash-Up: The Story of a Woman) si inserisce nel solco tracciato da Billy Wilder, pur rimanendo a una deludente distanza. Una coppia di cantanti sta per avere una bambina: lei rinuncia al palcoscenico, lui fa carriera diventando una star nazionale.

Il film manca di idee originali, enfatizza il senso della storia - Angelica comincia a bere perché trascurata dal marito assente - con scene ridondanti e prevedibili e si risolve con un epilogo tanto forzato quanto incoerente. Ha però il merito di centrare il problema in chiave femminile (la sorpresa della violenta rissa tra donne, forse tra le prime in assoluto nella storia del cinema) e indovina una sequenza, quella in cui la protagonista a causa dell'alcol mette a repentaglio la vita della figlia, inaspettatamente ricca di suspense e davvero efficace.

I giorni del vino e delle rose, di John Frankenheimer (1958)

Avete presente Euphoria? Alla fine di ogni puntata, almeno nella versione originale, compare un numero di telefono per segnalare casi di dipendenza da stupefacenti come quello della protagonista. Ecco, se vi sembra una novità, tornate al 1958, quando la CBS mandò in onda uno sceneggiato su una coppia di giovani innamorati ubriaconi raccomandando, dopo l'ultima scena, di contattare gli Alcolisti Anonimi qualora ce ne fosse stato bisogno. "Negli Stati Uniti ci sono cinque milioni di persone con questo problema" afferma il grande Sterling Hayden nell'introduzione. La storia parte in sordina e per la prima volta i personaggi bevono per il solo gusto di bere: zero problemi o conflitti interiori. L'asticella si alza mettendo in scena la trasformazione dei coniugi da allegri conviventi a mostri senza senno, azzeccando, anche in questo caso, molte scene memorabili e di grande impatto - la svendita di un'intera enciclopedia per qualche bottiglia è una di queste. Finale tragico e strepitoso ("Signore, dammi la forza di accettare serenamente ciò che non posso cambiare"), interpretazione magistrale di Piper Laurie e remake per il grande schermo, quattro anni dopo, di Blake Edwards con Jack Lemmon.

Via da Las Vegas, di Mike Figgis (1995)

Non è facile riprendersi dopo aver visto un film così micidiale. Se però vi incuriosiscono l'adattamento di un romanzo scritto da un autore (John O'Brien) morto suicida a soli 35 anni, l'interpretazione che valse l'Oscar a Nicolas Cage e una Elisabeth Shue (la ragazza di Marty McFly, per intenderci) mai così carica di erotismo, allora potete mettervi a dura prova con la storia di uno sceneggiatore di Hollywood talmente rovinato da decidere di partire per Las Vegas con un unico obiettivo: ubriacarsi fino a morire. Appena giunto nella città del peccato conoscerà una prostituta di cui si innamora. Opera controversa sull'ineluttabilità degli eventi: salvo un paio di timidi tentativi della donna di dissuadere Ben dall'autodistruzione, il loro rapporto si baserà su una reciproca e tragica accettazione. Difficilmente vi capiterà di vedere un altro film in cui il protagonista, dall'inizio alla fine, è sempre incessantemente ubriaco marcio o in crisi di astinenza. Al di là della durezza del tema trattato, accompagnato da una colonna sonora jazz che trasforma la vicenda in una lunga ballata oscura e disillusa, Via da Las Vegas è comunque eccezionale nell'unire l'amore alla morte, fino a mescolarli insieme con schiacciante disinvoltura.

Barfly, di Barbet Schroeder (1987)

E se alzare il gomito avvicinasse alle disarmanti vette poetiche di Henry Chinaski, alter-ego letterario di Charles Bukowski? Unica volta nella sua carriera, ha scritto da solo tutta la sceneggiatura di un film che è il vero cult di questa lista. Un'opera davvero preziosa, certificata da Francis Ford Coppola che co-produce e "presenta", in cui un gigantesco, cencioso e claudicante Mickey Rourke interpreta un cosiddetto "moscone da bar", ovvero l'incallito bevitore che passa da un locale all'altro fino a spendere tutti i soldi che ha in tasca.

Anche in questo caso incontrerà una donna, una memorabile Faye Dunaway, con cui abbandonarsi ai fumi dell'alcol. Bukowski trasforma in immagini e dialoghi ispiratissimi la sua proiezione più radicale: zero compromessi (neanche con la ricca editrice che cerca di "comprarlo"), solo la strada, le risse, la sua scrittura, un amore, i compagni di bevute e una vita vissuta all'insegna della più totale e anarchica libertà.

EXTRA: Les victimes de l'alcoolisme, di Ferdinand Zecca (1902)

Concludiamo con una sorpresa cinefila che vi invitiamo a gustare senza svelarvi nulla. Appena cinque minuti, una delle prime visioni cinematografiche di sempre, cinque scene per raccontare la rovina di un uomo e conseguentemente della sua famiglia. Cinema muto, ovviamente, tratto da L'ammazzatoio (conosciuto in italiano anche come Lo scannatoio) di Émile Zola. I primi vagiti della settima arte, attenta sin da subito, come vedrete, a raccontare gioie e dolori della società. Vi abbiamo fatto passare la voglia di esagerare con le bevute casalinghe? Ditecelo nei commenti.